magazine n. 4/17 – Migrazioni e sviluppo: i nuovi leader della diaspora

di Jean Claude Mbede Fouda, AICS Tunisi

• Negli ultimi anni lo slogan “aiutiamoli a casa loro” ha avuto molto successo. Nel contempo, tuttavia, ha mostrato tutti i suoi limiti: grazie alla globalizzazione, chiunque può lasciare il proprio paese allo scopo di cercare una vita migliore, anche dall’altra parte del mondo. Quello che è importante, piuttosto, è la disponibilità e la volontà delle persone a rendersi utili nei luoghi in cui si stabiliscono.

Di recente - con il miglioramento del quadro politico, giudico ed  istituzionale - il concetto di diaspora ha smesso di essere un tabù per diventare un fattore centrale nell’elaborazione delle politiche di cooperazione allo sviluppo, anche con la nomina di rappresentanti stranieri all’interno di un apposito comitato consultivo. Gli interessati, a quanto pare, hanno apprezzato la novità. Ma per capire quale può essere il ruolo delle diaspore nella gestione della grande crisi del nostro tempo, quella legata alle migrazioni, occorre entrare nel loro mondo e in quello delle numerose associazioni oggi attive. Occorre, ancora, comprendere come queste ultime funzionino e in che modo i migranti accolti in Italia abbiano deciso di tornare nei propri paesi di origine con il frutto del loro lavoro, condividendolo con le comunità di appartenenza. Abbiamo rintracciato alcune buone pratiche tra le associazioni di stranieri che, attraverso poche azioni o piccole progetti, hanno contribuito al miglioramento delle condizioni di vita nei propri paesi di origine.

Al momento, il processo di coinvolgimento delle diaspore in Italia nelle attività di cooperazione all’estero resta in fase di formulazione. Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo. È il caso della Tunisia, con cui l’Italia ha firmato un protocollo d’intesa sulla cooperazione allo sviluppo per il periodo 2017-2020 che definisce, tra le sue priorità, la migrazione come “vettore di sviluppo”. Una delle iniziative che la cooperazione italiana finanzierà in questo settore si concentrerà sulla valorizzazione del capitale umano e finanziario delle regioni tunisine particolarmente sfavorite attraverso il coinvolgimento della diaspora tunisina in Italia al fine di promuovere delle attività di produzione in diversi ambiti, quali ad esempio l’agricoltura, l’artigianato e i piccoli mestieri. Il ruolo di ponte tra i due paesi della diaspora tunisina in Italia sarà fondamentale sia per aprire o consolidare canali di commercializzazione dei prodotti, sia per il finanziamento delle attività in Tunisia che per l’utilizzo mirato delle rimesse dei migranti.

Sostegno diretto alle famiglie

La popolazione dei paesi in via di sviluppo ha spesso rimproverato la comunità internazionale di collaborare con istituzioni governative da essa ritenute “corrotte”. Le risorse finanziarie mobilitate per progetti di sviluppo finivano infatti spesso nelle tasche di chi le gestiva. Se l’Italia ha deciso di riconoscere alle diaspore un ruolo importante nelle attività di cooperazione è anche perché i governi di tanti paesi di origine dei migranti hanno anch’essi iniziato a riconoscere il valore aggiunto dei loro cittadini trasferitisi all’estero per la crescita economica nazionale. Paesi come il Senegal e Capo Verde, con più della meta della popolazione all’estero, hanno fatto importanti passi in avanti nello sviluppo grazie al contributo della diaspora. In Camerun - con un contributo annuale che secondo le stime del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale si aggira attorno ai 37 miliardi di franchi, oltre 50 milioni di euro - attraverso l’invio mensile di denaro ai propri familiari i membri della diaspora hanno superato gli aiuti statali garantiti dal governo.

I migranti stabiliti in Italia hanno modi simili per contribuire al benessere dei familiari rimasti nei paesi di origine. Tesfaye, originario dell’Etiopia, vive ad Ancora, dove fa il cuoco. La sua famiglia, una moglie e tre figli, vive a Mekele. Il suo stipendio è di 1.100 euro al mese, e Tesfaye è costretto ogni volta a complicati calcoli per far quadrare i conti. “La priorità va all’alloggio. Ho trovato un monolocale che mi costa 300 euro al mese. Tra vitto e trasporti, riesco a risparmiare ogni mese circa 400 euro, 300 dei quali invio alla mia famiglia”. È con questo denaro che la famiglia di Tesfaye riesce a vivere in Etiopia senza nessun altro tipo d’aiuto da parte dello Stato. Nel paese africano 300 euro equivalgono a circa 6.900 birr: abbastanza per consentire a una famiglia di tirare avanti in un paese in cui lo stipendio medio è di circa 1.000 birr, equivalenti a 43 euro.

Dirlene è una ragazza capoverdiana di 26 anni. Dopo quattro anni a Roma, si è appena trasferita a Trento con il fidanzato italiano e ha trovato lavoro in un ristorante. “Quando percepisco il mio stipendio - dice Dirlene – è un dovere pensare prima di tutto a mia madre e alla gioia che proverà nel ricevere un po’ di soldi”. “Chi va all’estero – sottolinea – ci va per aiutare i suoi. E io ogni mese devo assicurarmi di pagare l’affitto di mia madre e garantire la sussistenza delle mie sorelle”.

Le difficoltà delle associazioni

Tanti migranti hanno creato da anni associazioni di volontariato con lo scopo di raccogliere fondi e tornare a casa per realizzare dei progetti di sviluppo. Queste attività attraversano da sempre tante difficoltà, tra cui soprattutto gli ostacoli legati alla mancanza di esperienza dei soggetti promotori. A questi bisogna aggiungere problemi burocratici e persino diplomatici legati al trasferimento dei beni che queste associazioni hanno intenzione di portare nei paesi d’intervento. “Un’associazione culturale non è come una Onlus o una Ong registrata, riconosciuta dalla Cooperazione italiana”, spiega Silvie, originaria del Burkina Faso, che da Roma ha guidato un’associazione per aiutare le donne nel suo paese di origine.“Una volta volevamo regalare dei computer alle donne di Bobodiolasso, ma avremmo dovuto pagare cifre esorbitanti alla dogana”. Con la nascita dell’Aics e il coinvolgimento delle diaspore, anche le associazione di sviluppo fondate da stranieri hanno la possibilità di registrarsi nell’elenco delle Ong ed Onlus autorizzate ad operare e ad accedere ai bandi della Cooperazione allo sviluppo. Per acquisire credibilità, molte associazioni hanno iniziato un’intensa attività di networking e si sono unite per essere più forti.

Le storie di Clirap ed Eurafricando

Assadio Assadio, originario del Togo, ha fondato il Centro culturale per la promozione delle lingue, lo sviluppo e la pace (Clirap), un’organizzazione che promuove lo studio della lingua italiana per consentire ai giovani africani di giungere regolarmente nel nostro paese per iscriversi all’università. “Il Clirap – spiega – nasce in seguito alle ultime ondate di migranti verso Lampedusa, composte in maggioranza da giovani provenienti dall’Africa subsahariana. Tra loro ci sono tanti giovani che muoiono con il sogno di raggiungere l’Europa per studiare”. L’associazione ha una sede a Vercelli ha è presente in diversi paesi africani: nella Repubblica democratica del Congo, nella Repubblica del Congo, nel Camerun e nel Togo. “Adesso – racconta – stiamo cercando di sviluppare le nostre attività anche in altre aree: i giovani africani hanno bisogno di noi. E vogliamo essere presenti anche nei paesi del Mediterraneo per aiutare quanti hanno i requisiti per raggiungere l’Italia regolarmente, senza rischiare di perdere la vita in mare”.

Tramite il Clirap, Assadio organizza inoltre in Africa conferenze per sensibilizzare i giovani locali contro la migrazione irregolare, cercando “di orientare i giovani non verso il deserto e il mare, ma verso le università e le scuole di formazione”. Con un unico obiettivo: “Studiare in Italia per poi tornare in Africa”. In 10 anni di attività, il Clirap ha portato negli atenei italiani oltre 2 mila africani regolarmente immatricolati, a un ritmo di oltre 200 l’anno. “Possiamo fare di meglio e stiamo lavorando per questo”, aggiunge.

Blaise Nkfunkoh Ndamnsah è il vicepresidente di Eurafricando, un’associazione nata a Gorizia nel marzo del 2013 “per la promozione di politiche di cooperazione orientate all’auto-sviluppo dei popoli e per la realizzazione di specifici programmi di intervento sociale e umanitario”. “La nostra idea è frutto della lunga esperienza maturata nel settore della cooperazione allo sviluppo ed è figlia dell’esperienza dei tavoli dei migranti, un percorso partecipativo condiviso e favorito da due diverse giunte regionali del Friuli Venezia Giulia”. Euroafricando è oggi iscritta al registro regionale delle associazioni di promozione sociale, collabora con enti locali, istituzioni e altre associazioni sul territorio.
L’idea è quella di operare strategicamente per creare dei ponti tra l’Italia e i paesi d’origine dei migranti, facilitando iniziative di ritorno volontario e creando occasione di sviluppo per i gruppi più vulnerabili (donne e giovani). In questa veste Euroafricando è presente in Africa dal 2014 con un progetto in Costa d’Avorio e due in Camerun. “L’obiettivo a lungo termine – racconta Ndamnsah - è di facilitare anche il ritorno nei paesi di origine di persone che hanno acquisito esperienze di lavoro in Italia e che potranno reinserirsi nel tessuto economico sociale di provenienza con un importante bagaglio di know-how. Solo in questo modo, a mio modesto parere, lo scambio sarà davvero equo e reciprocamente vantaggioso”.

 

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