magazine n. 7/17 – Turismo sostenibile, un settore in crescita come motore di sviluppo

di Gianmarco Volpe

Il turismo sostenibile è una chiave per progredire su tanti target dell’Agenda 2030
, ma occorrono cambiamenti nelle politiche dei governi e nelle pratiche dei consumatori. 
Nel frattempo, si studiano nuovi strumenti per misurare i progressi di questi anni
. Gli attuali standard di misurazione del turismo sono dominati da parametri economici, spesso insufficienti per avere un quadro chiaro del ruolo del turismo negli sforzi internazionali per la sostenibilità ambientale e lo sviluppo sociale. È in Africa che il turismo ha sperimentato la crescita più imponente negli ultimi due decenni: i turisti stranieri che hanno scelto il continente come destinazione sono aumentati dai 24 milioni del triennio 1995-1998 ai 56 milioni del periodo 2011-2014. Diventa dunque cruciale la capacità dei governi di investire in maniera strategica per lo sviluppo di imprese di settore, per la creazione di cabine di regia, per la formazione degli operatori.

• Oltre a essere uno snodo cruciale per tanti temi di cooperazione sul tavolo dei grandi leader del pianeta – dall’immigrazione al clima, passando per la lotta alla malnutrizione e per le emergenze contingenti - il 2017 è stato proclamato dalle Nazioni Unite Anno internazionale del turismo sostenibile. L’obiettivo generale è determinare un cambiamento sostanziale nelle politiche di chi governa e nelle pratiche di chi consuma, facendo del turismo un’importante leva per il raggiungimento degli obiettivi della nuova Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Il rapporto tra il turismo e l’Agenda è tutt’altro che secondario. Per iniziare, l’Organizzazione mondiale del turismo dell’Onu (Unwto) menziona l’Obiettivo 8, che promuove una crescita economica sostenuta, sostenibile e inclusiva, in grado di generare lavoro “pieno, produttivo e dignitoso” per tutti. Il turismo è una delle grandi forze motrici della crescita economica globale e copre quasi un decimo della domanda di lavoro nel mondo. Il Target 8.9, in particolare, prevede l’ideazione e l’attuazione di politiche che “promuovano uno sviluppo sostenibile in grado di creare nuovi posti di lavoro e promuovere le culture e i prodotti locali”.

Ancora, nel quadro dell’Obiettivo 12 (“Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”) s’inserisce il decennale Programma per il turismo sostenibile (Stp), che punta, tra le altre cose, a sviluppare pratiche per lo sviluppo efficiente delle risorse e progetti in grado di generare risultati positivi in termini economici, sociali e ambientali. Si tratta di una piattaforma comune per ottimizzare e rafforzare progetti e iniziative e facilitarne di nuove: la rete conta oggi un totale di 113 membri tra governi, imprese del settore privato, università e organizzazioni della società civile.

Infine, l’Obiettivo 14 per “La conservazione e l’uso sostenibile degli oceani, dei mari e delle risorse marine per lo sviluppo sostenibile” ha a che fare con il più ampio dei segmenti del turismo globale. Ciò è vero soprattutto per i Piccoli stati insulari in via di sviluppo (Sids), il cui futuro dipende in buona parte dalla tutela di un ecosistema marino sano e di una biodiversità ricca. Lo sviluppo del turismo, secondo l’Unwto, deve essere in questo caso “parte di una gestione integrata delle zone costiere che permetta di conservare e proteggere gli ecosistemi fragili e che sia uno strumento per la promozione dell’economia blu”. Il target 14.7, sul tema, è sufficientemente chiaro: “Entro il 2030, aumentare i benefici economici dei piccoli stati insulari in via di sviluppo e dei paesi meno sviluppati, facendo ricorso a un utilizzo più sostenibile delle risorse marine, compresa la gestione sostenibile della pesca, dell’acquacoltura e del turismo”.

C’è da chiedersi, ora, quanto siamo lontani dagli ambiziosi obiettivi che l’Agenda fissava nel 2015. Su base globale i dati riflettono l’immagine di un’industria in continua e sostenuta crescita (in media del quattro per cento l’anno a partire dagli anni Sessanta, con una breve parentesi di declino nel 2009 sulla scia della crisi economica globale). Nel 2016, oltre 1,3 miliardi di persone hanno viaggiato nel mondo per turismo spendendo una cifra pari a 1.400 miliardi di dollari, più o meno l’equivalente del Prodotto interno lordo dell’Australia. Sappiamo, inoltre, che dall’Africa arrivano buone notizie. È proprio qui, dove il settore dà oggi lavoro a 21 milioni di persone, che il turismo ha sperimentato la crescita più imponente negli ultimi due decenni. Tra il 1995 e il 2014, come mostra un recente rapporto pubblicato dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad), le entrate derivanti dall’industria turistica sono cresciute dal sei al nove per cento. I turisti stranieri che hanno scelto l’Africa come destinazione sono aumentati dai 24 milioni del triennio 1995-1998 ai 56 milioni del periodo 2011-2014, ma soprattutto è cresciuto il numero degli africani che si mettono in viaggio verso altri paesi del continente (oggi sono i due terzi del totale dei visitatori internazionali in Africa).

Non è tuttavia ancora abbastanza. Il primo Piano decennale di attuazione dell’Agenda 2063 dell’Unione africana prevede un raddoppio del contributo del turismo al prodotto interno lordo complessivo del continente. Occorre, dunque, una crescita ancora più rapida. “In Africa il turismo è un settore dinamico con un potenziale fenomenale. Se gestito correttamente, può contribuire enormemente alla diversificazione delle economie e all’inclusione delle comunità vulnerabili”, ha osservato il segretario generale di Unctad, Mukhisas Kituyi. Ma serve anche una distribuzione più equa dei flussi: oggi Egitto (9,9 milioni), Marocco (9,8 milioni), Sudafrica (9,2 milioni) e Tunisia (6,8 milioni) coprono da soli il 64 per cento degli arrivi internazionali nel continente. A questo proposito, secondo l’Unctad, può essere utile una più efficace politica di rilascio dei visti. In Ruanda, ad esempio, l’abolizione del visto per i cittadini dei paesi membri della Comunità dell’Africa orientale (2011) ha portato a un forte aumento del numero di turisti in viaggio all’interno della regione, dai 283 mila del 2010 ai 478 mila del 2013. Secondo le stime dell’Unctad, nel prossimo decennio il turismo in Africa genererà 11,7 milioni di ulteriori posti di lavoro e a beneficiarne saranno in particolare le donne, che oggi gestiscono il 30 per cento delle imprese del settore.

Il problema è che non sappiamo ancora con esattezza in quale misura il turismo stia effettivamente redistribuendo ricchezza nei paesi in via di sviluppo. Nel suo ultimo rapporto annuale, l’Unwto rileva come gli attuali standard di misurazione del turismo siano dominati da parametri economici, spesso insufficienti per avere un quadro chiaro del ruolo del turismo negli sforzi internazionali per la sostenibilità ambientale e lo sviluppo sociale. Per questo motivo, le Nazioni Unite hanno lanciato l’iniziativa “Verso una cornice statistica per misurare il turismo sostenibile” (Mst), che dovrebbe permettere uno studio più approfondito sulla dimensione economica, ambientale e sociale del turismo, tre pilastri dello sviluppo sostenibile. L’iniziativa, soprattutto, vuole fornire una base per facilitare le informazioni sul turismo sostenibile, promuovere il dialogo tra differenti settori, incoraggiare politiche integrate, sfruttare i ricchi livelli di dati già disponibili e identificare eventuali dati necessari. Insieme ad Austria, Fiji, Messico, Paesi Bassi e Regno Unito, l’Italia è tra i paesi impegnati su tale fronte.

Nel frattempo, alcuni ricercatori della Griffith University, in Australia, e dell’University of Surrey, nel Regno Unito, hanno messo a punto un meccanismo chiamato Global sustainable tourism dashboard. Il quadro da loro tracciato non è rassicurante. I rilievi lasciano emergere come le spese turistiche nei paesi meno sviluppati (Ldc) e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (Sids), dove vive il 14 per cento della popolazione del mondo, siano cresciute di soli 5,6 punti percentuali nel 2016. E se dal computo si elimina Singapore, che è in via di sviluppo solo formalmente, il dato scivola al 4,4 per cento: solo 62 miliardi di dollari sui 1.400 spesi in tutto il mondo. Il turismo, insomma, resta per ora soprattutto un affare tra paesi ricchi. Metà dei viaggi internazionali riguardano i cittadini di dieci paesi, la maggior parte dei quali in Europa e in Nord America. Ancora, i proventi del turismo raramente vengono utilizzati per ridurre la povertà. Gli investitori del settore nei paesi in via di sviluppo sono spesso stranieri e, così, i profitti finiscono all’estero.

Diventa dunque cruciale la capacità dei governi di investire in maniera strategica per lo sviluppo di imprese di settore, per la creazione di cabine di regia, per la formazione degli operatori. Esempi positivi, in questo senso, sono costituiti da paesi come Samoa, Ecuador, Fiji e Sudafrica. Ma è inevitabile che un ruolo chiave in questa partita sia quello svolto dalle scelte individuali di chi viaggia. Senza campagne d’informazione sul tema e senza la responsabilizzazione dei turisti, difficilmente i progressi del settore implicheranno passi in avanti nella lotta contro la povertà e nella grande sfida degli Obiettivi di sviluppo.

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