magazine n. 10/17 – COP23, avanti piano, ma avanti, verso l’applicazione degli Accordi di Parigi

di Emanuele Bompan

I lavori sul clima avanzano lentamente: si deciderà nel 2018 il “libro delle regole” per implementare dal 2020 l’Accordo di Parigi. Tra i nodi irrisolti la finanza climatica e le strategie per sostenere i paesi meno sviluppati esposti ai disastri climatici. Approvato il piano di azione di genere e la piattaforma delle popolazioni indigene. Italia: «Stop al Carbone entro il 2025 e COP26 a Milano».

• Bonn - «Al prossimo anno», si salutano i delegati e gli addetti ai lavori lasciando la desolata Bula Zone, nel quartiere ONU di Bonn. La ventitreesima conferenza delle parti del negoziato sul clima si è chiusa con una serie di risultati molto tecnici, tante discussioni rimandate al 2018 e qualche vittoria. Toccherà alla COP24 in Polonia, a Katowice, il compito di definire i meccanismi più delicati, il RuleBook, il “libro delle regole” per applicare l’accordo di Parigi, dall’accounting per il sostegno economico ai Paesi meno sviluppati per mitigazione e adattamento allo sviluppo di un processo che dovrebbe aiutare i paesi a rivedere e ad aumentare i loro impegni per ridurre le emissioni. Il lavoro continuerà per tutto il 2018 con due incontri preliminari a Bonn e tramite il Talanoa Dialogue, un tavolo aperto dove si lavorerà sugli impegni dei paesi, consultando negoziatori, ONG, organizzazioni internazionali e scienziati.

Perdura il senso di urgenza, ma si rimandano le decisioni, in attesa di maggiore assenso politico, che potrebbe essere corroborato da un maggiore protagonismo dei paesi industrializzati, senza deragliare dal percorso inaugurato nel lontano 1992. Persistono le divisioni tra i paesi in via di sviluppo e di nuova industrializzazione, esacerbati dalla richiesta dei PVS ai paesi firmatari del Protocollo di Kyoto di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dalla seconda fase di impegno - per il periodo 2013-2020 – che però non ha ancora ottenuto il numero necessario di ratifiche entrare in vigore. Senza di questo le richieste sulla finanza climatica potrebbero aprire una faglia insanabile nei prossimi due round di negoziati.

«Accogliamo con piacere i molti progressi fatti, tuttavia molti elementi sono stati trascurati. Questo mina l’obiettivo di terminare il “libro delle regole” entro la data stabilita, la fine del 2018. Dobbiamo rimetterci subito al lavoro per finalizzare questo set di regole, senza corse all’ultimo minuto», ha dichiarato Frank Bainimarama, primo ministro delle isole Fiji e presidente della COP di quest’anno.

Quella di Bonn è stata la prima conferenza sul clima dove gli USA, come governo, sono stati quasi ininfluenti: tantissimi invece i governatori, sindaci e businessman americani presenti per sostenere “noi ci siamo ancora” con #WeAreStillIn, una piattaforma per mostrare cosa sta facendo concretamente l’America per decarbonizzarsi, ignorando Donald Trump. Assurge a ruolo di leader la Cina, che ha ribadito il proprio impegno per sostenere l’accordo di Parigi, ponendosi sia come interlocutore con l’Occidente che come leader del G77. L’Europa procede felpata, cauta soprattutto sul nodo della finanza climatica, ovvero dove (e come) prendere i 100 miliardi necessari per il 2020, creando risorse addizionali – non conteggiando ad esempio i soldi investiti nella cooperazione allo sviluppo – e sugli impegni pre-2020, quando di fatto entrerà in pieno vigore l’accordo di Parigi.

Italia, per la prima volta protagonista

La differenza nel blocco EU l’ha fatta in parte l’Italia che cerca il ruolo da protagonista guidando l’alleanza per il phase-out del carbone e marcando stretto per promuovere il Belpaese – Milano in particolare – come sede dell’importante COP26 del 2020, quando gli stati dovranno mostrare la vera ambizione nelle politiche industriali e ambientali per la riduzione delle emissioni, al fine di rimanere sotto la soglia di 1,5°C di aumento medio della temperatura globale. Un evento che, se sarà confermato, spingerà l’Italia e il futuro governo ad essere sempre più ambiziosa sulle strategie di mitigazione, sia in casa che attraverso i propri progetti. «Noi vogliamo obiettivi ambiziosi, ma l’Europa ci deve seguire», ha dichiarato il ministro dell’ambiente Gianluca Galletti.

E sempre l’Italia si è posta tra i firmatari dell’accordo #PoweringPastCoal per dismettere il carbone come fonte di elettricità. «Saremo fuori dal carbone entro il 2025», ha annunciato il ministro durante una conferenza stampa a Bonn. «Abbiamo costruito la SEN su obiettivi ambientali basati sull’Accordo di Parigi, includendo questo obiettivo. Questa decisione va nella direzione di ridurre le emissioni del 40%, raggiungere una quota del 28% di energie alternative sui consumi complessivi al 2030 rispetto al 17,5% del 2015, raggiungendo per il solo consumo elettrico una quota del 55%. Chiudere le centrali a carbone costerà tre miliardi. Ma è una scelta necessaria».

Il governo italiano e la Convenzione Quadro ONU per i cambiamenti climatici (UNFCCC) hanno lanciato un programma di borse di studio finalizzato a rafforzare la capacità istituzionale dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo e dei paesi meno sviluppati di rispondere alle le sfide derivanti dai cambiamenti climatici. Il nuovo programma CAPACITY, acronimo di Capacity Award Programme to Advance Capabilities and Institutional Training in one Year, punta sulla formazione di professionisti in grado di lavorare su temi di sviluppo sostenibile, dagli esperti di resilienza ai negoziatori, dagli economisti per lo sviluppo sostenibile alla formazione di leader politici green.

«L’Italia ha accettato di fornire un finanziamento di 2,5mln di euro per il programma di borse di studio, che sarà inizialmente lanciato per un periodo di cinque anni», spiega sempre il Ministro Galletti, durante una serie d’interviste nel padiglione italiano. «Con l’ambizione di coinvolgere altri paesi in questo importante programma, il governo italiano crede fermamente che migliorare la capacità di individui, organizzazioni e istituzioni nei paesi in via di sviluppo di identificare, pianificare e implementare modi per mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici è fondamentale per consentire ai paesi in via di sviluppo di perseguire i nostri obiettivi comuni per lo sviluppo sostenibile in modo rispettoso del clima».

Oltre l’Accordo di Parigi

Se gli stati faticano a trovare l’intesa sul “libro delle regole” per implementare il Paris Agreement, per la prima volta si ha l’impressione che il grosso dei lavori per accelerare la decarbonizzazione del pianeta non si svolga all’interno dell’area negoziale ma negli spazi delle organizzazioni internazionali, business e società civile. Tra impegni delle grandi città a nuove alleanze d’imprese per la decarbonizzazione, per grandi piani di mitigazione e adattamento, fino al lavoro delle agenzie di cooperazione e sviluppo per accelerare i processi di mitigazione e adattamento (si veda anche l’intervista a GIZ in questo numero).

Una forza laterale, rinforzata dalla reticenza degli USA, unico stato oggi che si vuole fuori dall’Accordo di Parigi, che durante la COP23 non ha saputo far di meglio che organizzare una conferenza ufficiale sul carbone. «L’equivalente di organizzare un incontro promozionale sulle sigarette ad una convention sul cancro», ha commentato sprezzante l’ex sindaco di NY, Michael Bloomberg. «Credo che questo grande attivismo del mondo degli affari, delle città, dell’associazionismo sia una dimostrazione che anche dal basso l’azione deve essere imponente, e che la rapidità necessaria arriverà da questi attori», spiega Mariagrazia Midulla, responsabile clima di WWF Italia. «Le imprese, i territori e le ONG hanno un ruolo centrale in questo. Deve crescere l’attenzione su questo tipo di azioni, da parte di ogni attore». E chissà che le prossime COP non diventino una grande fiera della decarbonizzazione. Dopo l’EXPO sul Cibo di Milano nel 2020 potremmo avere un EXPO sulle strategie di mitigazione ed adattamento, su green finance, sul ruolo dell’agricoltura sostenibile nel ridurre metano e anidride carbonica, sull’economia circolare come strategia industriale a basse emissioni.

Loss and Damage

Uno dei meccanismi discussi a Bonn è stato quello del Loss & Damage, noto anche come Warsaw International Mechanism (WIM), il meccanismo di compensazione delle perdite dovute ai fenomeni meteo estremi causati dai cambiamenti climatici nei paesi meno sviluppati, nato con la COP19 di Varsavia. Per il WIM è stata definita una tabella di marcia di cinque anni, la quale vede soddisfatti Unione Europea e Umbrella Group (i paesi sviluppari non-EU), ma trova un forte dissenso dal gruppo AOSIS (l’alleanza dei piccoli stati insulari) e i Least Developed Countries (LDCs) i quali chiedono molte più risorse economiche per il Warsaw International Mechanism (WIM). «Noi abbiamo bisogno di una soluzione chiara per i danni che il cambiamento climatico, con l’aumento dei livelli del mare, infliggerà alle mie isole, alle città costiere e a tutte le comunità del mondo», ha commentato l’ambasciatore delle Seychelles Ronny Jumeau, sottolineando che «un elemento chiave della soluzione è il Loss & Damage. Abbiamo bisogno di una strategia finanziaria per affrontare gli impatti. Servirebbe una tassa sui danni climatici, come fonte finanziaria, scalabile ed equilibrata. Questa proposta deve avanzare».

Varie soluzioni di finanziamento sono state prese in considerazione, ma il blocco negoziale europeo avanza con i piedi di pietra. «Il rischio è che questo crei un sistema di finanziamento incontrollato per ogni disastro, giacché gli uragani, ad esempio, non sono direttamente correlati al cambiamento climatico», spiega una fonte negoziale che preferisce non rivelare la sua identità per coinvolgimento nel negoziato. «La mancanza di correlazione diretta tra evento catastrofico e climate change rende il meccanismo complesso. Inoltre c’è forte pressione da parte delle grandi imprese energetiche che temono che questo meccanismo apra il vaso di pandora per una serie di processi dove le compagnie petrolifere o carbonifere debbano pagare direttamente per gli impatti catastrofici del climate change». Una paura fondata. Si è discusso ampliamente di azioni legali per il clima: nei prossimi anni c’è da scommettere sull’aumento delle class action contro le società legate ai combustibili fossili.

Intanto le soluzioni agli impatti del cambiamento arrivano anche dal settore privato. A Bonn si è lanciata l’InsuResilience Global Partnership for Climate and Disaster Risk Finance and Insurance Solutions, un piano per aumentare la copertura assicurativa contro gli impatti avversi degli eventi meteo estremi, a 400 milioni di poveri nei PVS entro il 2020. La partnership supporterà l’analisi del rischio, il capacity building e soluzioni assicurative e finanziarie, supporto per l’implementazione, il monitoraggio e la valutazione di progetti di messa in sicurezza, in particolare per le popolazioni urbane più povere, e le attività agricole in aree depresse.

Uguaglianza di Genere e ruolo delle popolazioni indigene per il clima

Al di fuori della finanza e del “RuleBook” si sono registrati due importanti risultarti. Il primo è l’adozione del primo piano di azione dell’UNFCCC sulle politiche di genere e clima. Il Gender Action Plan (GAP) definisce una serie di attività per i prossimi due anni di implementazione del Accordo di Parigi, dove si svilupperanno politiche sul clima dal punto di vista del gender, programmi di sviluppo da implementare anche nei progetti di cooperazione, eventi di knowledge-sharing e l’istituzione di un fondo per sostenere i viaggi e la partecipazione alle attività formative delle donne, in particolare quelle provenienti dalle organizzazioni indigene e dai paesi meno sviluppati. «Questi lavori contribuiranno a un approccio degli accordi sul clima più consapevoli dell’importante ruolo che le donne svolgono nelle politiche di adattamento e mitigazione», afferma Chiara Soletti della Women and Gender Constituency, e membro di Italian Climate Network. «Riconoscendo anche il fatto che proprio le donne delle aree rurali e forestali, per le tipologie di lavori svolti, sono le più esposte alle trasformazioni ambientali indotte dal climate change. Per far si che questo non rimanga uno sterile preambolo, gli stati membri e tutte le parti del negoziato devono contribuire attivamente per lo sviluppo di queste politiche».

Durante il penultimo giorno di lavori invece è stata lanciata la Piattaforma delle Comunità Locali e dei Popoli Indigeni (LCIP), uno spazio di scambio di esperienze e conoscenze tradizionali delle comunità indigene con il resto del mondo, che faciliterà l’impegno e la partecipazione dei popoli indigeni e delle comunità locali nelle decisioni rilevanti, inclusa l’implementazione dell’Accordo di Parigi. Secondo Nele Marien, di Friend of the Earth International, questo è un ottimo passo per iniziare a condividere informazioni e strategie tra le comunità indigene e i territori. «Tuttavia non è un meccanismo per proteggere realmente le popolazioni indigene dagli abusi. Serve per questo un maggiore ruolo delle associazioni e della cooperazione».

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