magazine n. 10/16 – “Ripartiamo dalle comunità vulnerabili senza lasciare nessuno indietro”

intervista a Ertharin Cousin, Direttrice del Programma Alimentare Mondiale

di Gianmarco Volpe

• Non esiste una formula magica per arrivare all’obiettivo Fame Zero entro il 2030. Ma Ertharin Cousin – statunitense di Chicago, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (Pam) dal 2012 - ha le idee chiare sulla strada da seguire e sui compagni di viaggio chiamati a dare una mano (tra questi c’è l’Italia, che “ha intrapreso un percorso ricco di potenziali opportunità”). Le grandi difficoltà e le continue emergenze degli ultimi anni – il Pam ha risposto ovunque “presente”– non impediscono di guardare al futuro e di pensare a nuovi ambiziosi traguardi.

Il secondo obiettivo dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile mira a porre fine a tutte le forme di fame e malnutrizione entro il 2030. È una sfida molto complessa, serve una strategia chiara: su quali punti chiave strutturarla?

Dobbiamo metter fine alla fame nel mondo, ottenere la sicurezza alimentare e una nutrizione di maggiore qualità, promuovere l’agricoltura sostenibile. Tutto questo richiede uno sforzo collettivo e sostenuto da tutti: dalle agenzie (in particolare quelle con base a Roma); dai governi (sia donatori che beneficiari); dal settore privato e dalla società civile.

Al Programma alimentare mondiale stiamo rafforzando il nostro contributo all’azione nazionale, mentre allo stesso tempo stiamo definendo la nostra risposta e il nostro sostegno per le emergenze e lo sviluppo a lungo termine. Da una parte, ci stiamo impegnando con i governi per rafforzare le attività di preparazione ai disastri, dall’altra stiamo fornendo assistenza diretta ove necessario.

Il nostro obiettivo non è di azzerare e ricominciare, ma di ricalibrare e costruire sul lascito degli oltre 50 anni di innovazione dei programmi Pam. Per porre fine alla fame nel mondo non dobbiamo solo fare il nostro lavoro (mettendo in atto i programmi più idonei insieme ai nostri partner), ma occorre anche consolidare e sostenere gli sforzi globali per assicurare gli investimenti pluriennali necessari al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030.

Diversi osservatori, negli ultimi anni, hanno messo in rilievo un collegamento spesso non evidente tra guerre e cambiamenti climatici, che sono forse i due principali fattori dietro l’insicurezza alimentare. Come fare per spezzare questo legame?

Circa l’80 per cento delle persone che soffrono la fame – quelle verso i quali è rivolta la nostra azione – vivono in paesi soggetti a disastri naturali e degrado ambientali. Sappiamo che i cambiamenti climatici (e gli effetti del fenomeno meteorologico El Niño) sono fattori di insicurezza alimentare. E sappiamo che lo scoppio di conflitti rende molto più complicate le condizioni per alleviare i problemi. C’è davvero poco che il Programma alimentare mondiale possa fare per prevenire le guerre. Tuttavia, i sistemi di allerta e le previsioni politiche possono fare una notevole differenza nel fornire una risposta efficace. Allo stesso modo, il sostegno del Pam alla capacità di recupero dei governi locali contribuisce a ridurre quelle tensioni che possono portare allo scoppio di conflitti.

A questo tipo di situazione, negli ultimi anni, abbiamo assistito soprattutto nel Corno d’Africa. Qui la nostra risposta ha aiutato a evitare che le crisi si trasformassero in disastri. Quest’anno, poi, abbiamo visto tutti i drammatici effetti della siccità provocata da El Niño sulle famiglie e le comunità in Etiopia e in Somalia, così come in paesi dell’Africa australe quali il Madagascar e il Malawi.

Il Pam è un fautore delle soluzioni innovative nella gestione dei rischi legati ai cambiamenti climatici. Un esempio su tutti è costituito dall’African risk capacity (Arc) dell’Unione africana, che rende disponibili fondi d’emergenza per i disastri causati da El Niño. È solo aiutando le comunità più vulnerabili ad adattarsi ai cambiamenti climatici che possiamo raggiungere chi è rimasto indietro.

Al momento, il Pam sta rispondendo a cinque emergenze su larga scala causate dall’uomo: in Yemen, in Siria, in Sud Sudan, in Iraq e nel bacino del Lago Ciad. In tutte queste aree l’accesso umanitario è complicato e dispendioso.

La Siria è forse la peggiore crisi umanitaria dei nostri tempi. Il Pam sta cercando di consegnare aiuti nelle aree assediate del paese, ma gli sforzi si sono spesso rivelati vani a causa delle difficoltà incontrate sul terreno. State lavorando su nuove strategie per raggiungere i più bisognosi?

In primo luogo, il Pam non fa una classifica delle crisi umanitarie. Purtroppo al mondo ci sono parecchie crisi, e tutte necessitano della risposta e dell’attenzione della comunità internazionale.

All’interno della Siria, monitoriamo costantemente la situazione sul terreno e cerchiamo di cogliere ogni opportunità possibile per consegnare cibo e altri generi di assistenza alle comunità assediate. Lo facciamo in partnership con le altre agenzie delle Nazioni Unite e con la Mezzaluna rossa siriana. Finora siamo riusciti a raggiungere oltre 18 aree sotto assedio almeno una volta negli ultimi 12 mesi. Inoltre, abbiamo effettuato lanci paracadutati di scorte di cibo sulla città assediata di Deir Ezzor, completando in totale 120 spedizioni, abbastanza per raggiungere 110 mila persone con l’aiuto dei nostri partner sul terreno. È in ogni caso importante notare che la situazione in Siria resta molto fluida e che il Pam ha da tempo riconosciuto la necessità di rapportare la propria risposta agli sviluppi sul campo.

Nonostante la prosecuzione delle ostilità, abbiamo cercato costantemente di porre in atto interventi più sostenibili per sostenere la popolazione sotto assedio. I siriani che sono stati costretti a sfollare o che hanno perso i propri mezzi di sostentamento hanno potuto beneficiare di una serie di progetti innovativi riguardanti, per esempio, l’apicoltura e la realizzazione di serre.

In alcune occasioni non siamo riusciti a raggiungere i destinatari sul terreno perché l’accesso era bloccato, ma ad agosto abbiamo ottenuto un importante successo grazie a un’operazione inusuale: attraverso una gru abbiamo fornito derrate alimentari e altri generi di assistenza umanitaria a oltre 75 mila siriani che si trovavano intrappolati in un’area al confine tra Giordania e Siria nota come “the berm”, il muro di sabbia.

Oltre i confini siriani, il Pam continua a fornire assistenza alimentare a milioni di profughi in  Giordania, Libano e Turchia utilizzando l’innovativo sistema delle e-card, che dà ai beneficiari la possibilità di scegliere i prodotti che vogliono acquistare, nella quantità desiderata e in ogni momento possibile.

Lei è una cara amica del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che si appresta a lasciare la Casa Bianca dopo otto anni. Com’è cambiato il mondo in questo periodo? E come sono cambiate le sfide globali in materia di cooperazione internazionale?

Non è tra i miei compiti di direttore esecutivo del Pam quello di commentare vicende politiche. Tuttavia, posso dire che gli ultimi otto anni sono coincisi con una forte complicazione delle sfide umanitarie e legate allo sviluppo. Quando il presidente Obama ha assunto il primo incarico, nel 2008, il mondo stava attraversando una dura crisi alimentare, energetica e finanziaria. Tutto ciò ha avuto un effetto devastante soprattutto sui più poveri, che hanno visto vertiginosamente ridursi la capacità di acquistare cibo per le proprie famiglie.

Negli ultimi otto anni le emergenze umanitarie si sono acuite, innescate soprattutto da conflitti provocati dall’uomo e dalla crescita di gruppi estremisti fino ad allora quasi ignoti come lo Stato islamico, Boko Haram e al Shabaab, che hanno costretto milioni di persone alla fame e agli stenti e che hanno complicato le nostre operazioni in diversi paesi. Nello stesso periodo, poi, abbiamo dovuto rispondere a una serie di disastri naturali: il terremoto del 2010 ad Haiti, il tifone Haiyan del 2013 nelle Filippine, la crisi Ebola del 2014 in Africa occidentale e il terremoto nel Nepal del 2015. Per non parlare delle tante alluvioni, siccità e perdite di raccolto che hanno segnato gli ultimi anni in tutto il pianeta.

La Cooperazione italiana si è recentemente dotata di un nuovo sistema, con la nascita dell’Agenzia e una maggiore attenzione al partenariato pubblico-privato. Che ne pensa?

Non possiamo che elogiare gli sforzi dell’Italia per il rilancio della cooperazione allo sviluppo con la nascita della nuova Agenzia. Le attuali crisi globali dimostrano che, oggi più che mai, è necessaria una maggiore collaborazione per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030. Il sostegno alle capacità locali e la condivisione delle competenze tecniche sono una chiave per la crescita economica e per una partecipazione più equa. In questo, il settore privato è un attore di fondamentale importanza, in grado di favorire creatività e innovazione. Siamo entusiasti delle potenziali opportunità offerte dal percorso intrapreso dall’Italia e non vediamo l’ora di rafforzare la nostra partnership per sradicare la fame nel mondo.

ertharincounsin

 

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