Frigenti: “Dobbiamo attrezzarci per la complessità, le migrazioni possono essere leve per lo sviluppo”

Pubblichiamo l'intervento del Direttore dell'Agenzia, Laura Frigenti, al VI International Forum on Migration and Peace, svolto a Roma nei giorni 21-22 febbraio 2017.

• Il futuro comune che dà il titolo a questa sessione - Migration and Development: Building a Better Common Future - è da tempo nelle corde della Cooperazione italiana allo sviluppo. La legge che istituisce l’Agenzia che dirigo, ne ha esplicitato meglio la prospettiva, quando si propone di “tutelare e affermare i diritti umani, la dignità dell’individuo, l’uguaglianza di genere, le pari opportunità e i princìpi di democrazia e dello Stato di diritto; prevenire i conflitti, sostenere i processi di pacificazione, di riconciliazione, di stabilizzazione post-conflitto, di consolidamento e rafforzamento delle istituzioni”.

Davanti a noi c’è la sfida della pace e della sicurezza: guerre endemiche, tensioni rinascenti, il terrorismo, criminalità organizzata, come in America Latina. Conflitti e violenza impediscono lo sviluppo. Guerre endemiche e emergenze umanitarie protratte sono un’ipoteca. Parimenti, una sfida titanica è quella climatica e ambientale, che crea i suoi rifugiati. A questo proposito voglio notare come la maggior parte degli spostamenti a causa dei cambiamenti climatici avviene entro i confini nazionali dalle campagne alle città, ma anche tra aree rurali.

In questo quadro si inserisce una dinamica migratoria inedita: assistiamo a migrazioni di massa. Questo fenomeno senza precedenti impone anche alla aid community di riorientare gli strumenti tradizionali dell’aiuto verso nuove forme più efficaci. Ma per fare questo c’è bisogno di una più profonda comprensione dei fenomeni. Dobbiamo rafforzare la nostra capacità analitica. Dobbiamo investire nella statistica. Non possiamo affrontare il rapporto con il mondo in via di sviluppo con le categorie e i paradigmi del secolo scorso. Il rapporto che presenterò tra poco è parte di questo sforzo.

Permettetemi di concentrarmi sulle dimensioni della sfida economica. Il divario economico tra un europeo e un africano è di 70:1. Ai ritmi di crescita attuali ci vorrebbero 118 anni per riequilibrare la situazione. E creare posti di lavoro in Africa è solo una parte della soluzione: ma è necessario affrontare anche il problema della ristrettezza o del malfunzionamento dei mercati e la scarsa integrazione regionale.
E’ necessario anche capire meglio cosa succede. In Africa ad esempio c’è una rivoluzione antropologica in corso, che colpisce in particolare i giovani, molto più indipendenti dei loro genitori, più intraprendenti, più connessi e informati. E’ la globalizzazione: movimento libero di merci, denari e persone. Ma anche l’urbanizzazione. Ci si sposta in città per avere più opportunità. E la città è spesso la prima tappa per l’avventura dell’emigrazione. Oggi le famiglie africane hanno meno tenuta sociale. In molti casi sono le scelte individuali a dettare destini individuali e accettare il rischio del viaggio verso l’ignoto.

Per noi europei - che abbiamo alle nostre porte una popolazione molto più giovane della nostra e con poche prospettive di realizzazione personale nei rispettivi paesi - vi è la tentazione della paura, delle scorciatoie facili, delle risposte irrazionali alimentate da una narrativa insana dei politici.
I nostri programmi per l’educazione alla cittadinanza globale sono una risposta a questa sfida “urlata”: portiamo tra i giovani una cultura che è conoscenza dell’altro e comprensione delle scelte anche di quelle migratorie, e l’esplicitazione dei benefici che ne derivano per tutti. Un nuovo bando che faremo nel 2017 insisterà in particolare su questo. C’è bisogno anche di raccontare che tre quarti dei migranti africani si fermano nel continente e questo richiede un sostegno speciale ai paesi di transito: ai flussi di aiuto verticali delle organizzazioni internazionali in, ad esempio, un distretto etiopico per aiutare i rifugiati eritrei o sudanesi, vanno affiancate misure che promuovano la resilienza delle comunità locali.
Oggi si parla molto di “migrazioni e sviluppo”. Ma è necessario distinguere tra migrazioni di sola andata e migrazioni che generano un flusso di ritorno, non solo economico (rimesse) ma anche di popolazione (rimpatri volontari o meno, diaspore che partecipano allo sviluppo del proprio Paese, imprenditoria di ritorno). Qui vorrei sottolineare come le migrazioni circolari o di ritorno siano un fattore potenziale di crescita (in un processo definito dagli addetti ai lavoro “co-sviluppo”) e possano contribuire a migliorare le condizioni dei paesi di origine. Mi riferisco al ruolo delle diaspore, che vanno ascoltate, capite e aiutate a strutturarsi per svolgere liberamente il ruolo che la storia le assegna.

In ultima analisi, l'emigrazione dal punto di vista economico e di sviluppo non dovrebbe essere solo ridotta o controllata, ma governata e organizzata. Dal punto di vista strettamente economico, tutti gli studi internazionali sottolineano l'apporto positivo della migrazione allo sviluppo: al brain drain corrisponde un brain gain nel breve periodo che può nel lungo tornare a vantaggio dei paesi di origine: le rimesse dei migranti, lo scambio di esperienze e know how, la contaminazione culturale sono tutti effetti "di massa" molto più rilevanti rispetto ai nostri interventi micro-settoriali e a silos.

Dobbiamo attrezzarci per affrontare la complessità, che spesso fa paura. Gli approcci semplificati non aiutano: ad esempio creare posti di lavoro per produrre beni e servizi è condizione necessaria ma non sufficiente. Se la creazione di posti di lavoro e quindi nell'imprenditorialità, nella leva del profit per lo sviluppo possono avere un impatto sulla riduzione, la gestione o il contenimento dei flussi migratori, va fatto un parallelo con uno sforzo per ampliare, migliorare i mercati di quei beni e servizi prodotti. Creare occupazione in alcuni contesti richiede una forte spinta della domanda che aiuti a consolidarsi e a migliorare la capacità di offerta. E può non bastare. I consumi o gli investimenti privati non mostrano segni di ripresa in economie depresse. Servono anche un intervento nello sviluppo dei mercati regionali che implichi il loro rafforzamento o creazione, l’abolizione delle barriere tariffarie, una circolazione più ampia di beni e servizi.

In generale, dobbiamo ragionare molto anche in termini di innovazione. Per raggiungere i guadagni di efficienza enormi che si sono avuti con la telefonia cellulare, non è stato necessario il passaggio dal telefono fisso. C’è stato un salto. Abbiamo i risultati sotto gli occhi. Il mobile banking è stato inventato in Kenya (M-Pesa) e non in Europa. Altri salti tecnologici sono possibili. C’è chi distribuisce tablet nelle scuole primarie in Etiopia, dimostrandone l’utilizzo immediato. Il modello delle smart cities non è così lontano e una sua applicazione al mondo in via di sviluppo alle medie città – prevenendo l’emigrazione verso le bidonville nelle capitali - è un’opzione da considerare. L’innovazione a servizio dello sviluppo, come le siringhe monouso che diventano inutilizzabili dopo l’iniezione, è un mondo inesplorato, da esplorare assieme ai paesi partner. Questa è la vera ownership.

Infine vorrei soffermarmi brevemente su un filone che presenta delle grandi potenzialità e dove l’Italia può fare la differenza: quello delle imprese sociali. Pensiamo al modello cooperativo o alla finanza per il social impact. Abbiamo da poco lanciato un piccolo bando pilota di 5 milioni di euro per valorizzare questi nuovi attori e che coinvolge in modo particolare i giovani. Si tratta di un modello che molti paesi ci richiedono. In questo quadro vorrei sottolineare il rinnovato focus sul settore privato, un attore chiave per lo sviluppo che deve conformarsi a una serie di principi e paletti: impatto misurabile sullo sviluppo, addizionalità, neutralità e trasparenza, interessi e obiettivi condivisi e cofinanziamento, effetto di stimolo, conformità alle norme lavorative, sociali, ambientali e fiscali, rispetto dei diritti umani. Ma che ha alte potenzialità. E’ necessario attrarre il settore privato nei paesi in via di sviluppo. Esso ha molto da dare, al di là della retorica sulle PMI, per esempio nel “fare impresa”.
In questo quadro l’Agenzia è chiamata a promuovere forme innovative di partenariato con i soggetti privati per la realizzazione di specifiche iniziative a beneficio dei paesi in via di sviluppo, e particolare rilevanza assumono quelle nei paesi origine e di transito dei migranti.

Allo stesso tempo c’è bisogno di colmare il fallimento del mercato e intervenire nei paesi di transito proteggendo i più esposti, i senza voce, per non perdere intere generazioni per carenza di scolarizzazione, garantendo un’alimentazione adeguata o la registrazione anagrafica. Sono necessarie forme vecchie e nuove di intervento, come le sponsorships canadesi o i corridoi umanitari italiani a protezione dei gruppi vulnerabili.

E’ necessario, come ha ribadito la Dichiarazione di New York del 19 settembre 2016, rendere la migrazione una scelta e non una necessità.
Ma c’è bisogno di una visione di ampio respiro, per affrontare le sfide di lungo periodo, tra cui segnalo la governance e non ultima, la demografia. In Africa si stima l'ingresso sul mercato del lavoro di 450 milioni di lavoratori tra 2010 e 2035. Una grossa opportunità (in particolare in termini di demographic dividend) ma allo stesso tempo una sfida titanica per quanto riguarda l'assorbimento di forza lavoro. Non esistono risposte facili ma ci sono delle iniziative pilota che ci fanno vedere l’orizzonte.

Torniamo al lavoro. Grazie.