magazine n. 2/17 – editoriale

di Laura Frigenti

• Un mese fa scrivevamo su queste pagine che il 2017 deve essere l’anno delle riflessioni strategiche e della definizione di grandi obiettivi. Oggi, mentre si sta per celebrare la Giornata internazionale della donna, aggiungiamo un altro tassello: tra i temi sui quali siamo chiamati a confrontarci e a studiare nuovi approcci non può che trovare ampio spazio la questione dell’uguaglianza di genere nei paesi in via di sviluppo. Non solo perché la nuova Agenda 2030 delle Nazioni Unite considera l’empowerment femminile un fattore in grado di dare un contributo cruciale all’avanzamento di tutti gli altri Obiettivi di sviluppo e, di conseguenza, al progresso dell’intero pianeta. Ma anche perché l’attenzione ai temi di genere, su cui si focalizza il Dossier di questo mese, caratterizza storicamente l’approccio della Cooperazione italiana allo sviluppo e costituisce, per noi, una tradizione da proteggere e rafforzare.

In questo senso, l’Agenzia si è già mossa con decisione nel corso del 2016, imprimendo un’importante accelerazione alle attività a sostegno dell’empowerment femminile. Da un lato, attraverso l’incremento del mainstreaming dell’approccio di genere in tutti i progetti di cooperazione allo sviluppo; dall’altro, con il finanziamento di nuove iniziative dedicate specificatamente alle donne in una serie di paesi prioritari come la Bolivia, l’Egitto, l’Etiopia e la Palestina.

L’Aics ha contribuito a realizzare nuovi centri di salute, ad assistere le donne vittime di violenza, a creare fondi di micro-credito per l’imprenditorialità femminile, a incoraggiare la partecipazione delle donne alla politica e a preparare campagne di sensibilizzazione. In questa ottica un importante valore aggiunto può essere dato dalla dimensione regionale. Al riguardo l’Agenzia ha proposto per il 2017 due iniziative regionali a favore, la prima, delle donne rifugiate siriane in Egitto, Libano e Giordania, la seconda, delle donne rurali in sette paesi (Algeria, Egitto, Giordania, Libano, Marocco, Palestina e Tunisia) dell’area nord africana e medio orientale.

La prima si inserisce nella crisi siriana e mira a tutelare, da un lato, l’integrità fisica e psicologica delle donne rifugiate siriane, attraverso la lotta alla violenza di genere, dall’altro a favorirne l’empowerment economico, mediante la creazione di attività generatrici di reddito, che non si esauriscano nei paesi di asilo, ma pongano le basi per un rientro sostenibile delle rifugiate in Siria, quando le armi finalmente taceranno.

La seconda iniziativa rappresenta la seconda fase del progetto Gemaisa, che il Ciheam di Bari ha realizzato in forma pionieristica negli ultimi due anni. Quei risultati possono ora essere consolidati e utilizzati come modello in altre realtà, affinché anche le donne rurali vedano accresciute le loro possibilità di partecipazione attiva nella gestione delle comunità e di pieno accesso al mercato del lavoro.

Certamente occorre fare ancora di più, con l’aiuto di tutti i soggetti che operano nei paesi in via di sviluppo. Investire sulle donne infatti non è solo un imperativo etico, ma è anche una scelta economicamente intelligente: perché i benefici ricadono sulle intere famiglie e, in ultima istanza, sulle intere comunità.