magazine n. 4/17 – Iacomini, Unicef Italia: “La partita dell’accoglienza si gioca nelle prime 72 ore”

di Gianmarco Volpe

• Era dai tempi della Seconda guerra mondiale che il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia non operava direttamente in Italia. “Siamo tornati – spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef – perché c’è una situazione di emergenza che ci preoccupa. L’Italia è oggi il primo paese di destinazione dei migranti in Europa. E praticamente tutti i minori che arrivano sono non accompagnati”. Le prime ore dall’arrivo sono decisive per evitare che diventino vittime di lavoro minorile o, peggio, che vengano sfruttati sessualmente. La sfida, tra mille difficoltà, è “proteggerli e tutelarli” e nel contempo inserirli in un percorso di inclusione sociale.

In Italia si parla tanto, tantissimo di migrazione. Ma la narrazione prevalente tende oggi a dimenticare bambini e ragazzi.

Partiamo dai numeri. Nel 2016 sono arrivate in Italia 181 mila persone, il 18 per cento in più rispetto al 2015. L’Italia è diventata così il primo paese di destinazione dei migranti in Europa. L’accordo tra Unione europea e Turchia ha poi cambiato la composizione delle provenienze: la maggior parte dei migranti arriva oggi da paesi dell’Africa subsahariana, in particolare Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio e Gambia. Sempre nel 2016 sono stati registrati 25 mila minori (circa il 13 per cento degli arrivi). E praticamente tutti (il 92 per cento) non sono accompagnati. Spesso sono i genitori stessi a metterli in viaggio perché abbiano una vita migliore, altri sono costretti a partire da contesti di miseria e persecuzioni. Si tratta per lo più di maschi tra i 16 e i 17 anni di età, ciascuno dei quali è costretto in media a subire una decina di episodi di violenza fisica o psicologica prima di arrivare in Libia.

Che cosa accade a questi ragazzi appena arrivati in Italia?

Un quarto dei minori non accompagnati sparisce dopo lo sbarco, molti addirittura nel giro di 72 ore. Oggi sono irreperibili 6.500 dei minori sbarcati nel 2016. In base alle evidenze che abbiamo, molti diventano vittime di lavoro minorile nei campi, altri finiscono per essere sfruttati sessualmente. In questo caso, capita che arrivino in Italia già in possesso di bigliettini con l’indirizzo dello sfruttatore, spesso senza sapere di essere destinati alla tratta sessuale. Un altro gruppo, infine, viene arruolato nelle reti criminali nazionali e locali. Noi pensiamo che le prime 72 ore siano fondamentali: è in quel lasso di tempo che bisogna dare una risposta a questi ragazzi. È in questo scenario che, in collaborazione con il governo italiano, abbiamo lanciato l’iniziativa One Unicef Response con l’obiettivo di migliorare la protezione dei bambini migranti, cui vogliamo assicurare l’accesso a servizi equi, tempestivi e di qualità. Lavoriamo con le principali istituzioni (ministeri, prefetture, garanti per l’infanzia e comuni) attraverso progetti pilota. Uno di questi ci ha portato su cinque navi della Guardia costiera. Con team di operatori sociali e mediatori culturali, creiamo rapporti di fiducia con i giovani migranti, diamo loro le prime indicazioni, forniamo kit igienico-sanitari e children bags (matite, pastelli, libri da colorare, palloni): cerchiamo, insomma, di dare il maggior sostegno possibile nella prima fase di inclusione. Finora abbiamo effettuato otto missioni sulle navi, raggiungendo 2.200 migranti tra cui 700 bambini non accompagnati. Contiamo di arrivare presto a mille, ma siamo solo all’inizio.

Perché è così difficile portare avanti le stesse attività sulla terraferma?

In base alla Legge Zampa, approvata lo scorso marzo, i minori dovrebbero restare nei centri di accoglienza fino a un massimo di 30 giorni. Nella realtà dei fatti, spesso ci rimangono molto di più e questo crea dei problemi. Anche qui, il primo periodo è decisivo. Se nelle prime 72 ore non ricevono notizie, la prima cosa che questi ragazzi fanno è fuggire (pensiamo anche al fatto che c’è chi arriva in Sicilia pensando di trovarsi in Lombardia o a Parigi). Se invece studiano l’italiano, fanno sport, seguono corsi di musica e vengono istruiti sulle leggi e sul loro status giuridico, è più facile che si incamminino verso un percorso virtuoso.
Anche in questo caso stiamo portando avanti una serie di iniziative pilota. Insieme a Intersos e ai Salesiani abbiamo creato, a Roma e in alcune zone di Frontiera, delle squadre mobili di operatori sociali e mediatori culturali incaricati di individuare in strada i minori non accompagnati, parlarci, cercare di capire perché hanno lasciato i centri di accoglienza, recuperarli. Lavoriamo anche a Palermo con cinque centri pilota dove cerchiamo anche di dare ai minori assistenza legale e di organizzare per loro attività ricreative. Sempre nel capoluogo siciliano, 50 minori non accompagnati sono stati affidati temporaneamente ad alcune famiglie. A Napoli abbiamo fatto nascere un appartamento di gruppo, dove i minori vengono accompagnati in percorsi di studio e di lavoro. Un’altra idea è quella di fondare una radio dei giovani migranti: musica e storie di vite.

Un approccio nuovo, insomma. Quali sono le prospettive?

Una volta che i progetti pilota si dimostreranno efficaci e andranno a regime, l’ambizione è continuare a lavorare insieme alle istituzioni. I minori non vanno abbandonati: nel rispetto delle loro culture, bisogna creare le condizioni per far sentire loro che non sono soli. Hanno perso una quotidianità, ma attraverso obiettivi educativi e psico-sociali possono sentirsi in grado di fare cose nuove. In questo senso, serve un sistema italiano che - fondato sull’inclusione sociale, sul rispetto delle norme nazionali e sull’approccio multiculturale – renda queste persone parte integrante del nostro Paese.

magazine n. 4/17 – Iacomini, Unicef Italia: “La partita dell’accoglienza si gioca nelle prime 72 ore”

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