magazine n. 5/17 – “Le scelte dei consumatori sono determinanti per un’alimentazione sostenibile”

di Caterina Semeraro

• I sistemi agricoli intensivi sono riusciti nel tempo a fornire grandi quantità di cibo ai mercati globali, ma stanno generando conseguenze negative su più fronti, dalla degradazione del suolo alla sfruttamento eccessivo delle risorse idriche. Tutto questo rappresenta una minaccia per la tutela della biodiversità, con conseguenze sull’ambiente e, non ultimo, sulla salute dei consumatori. Ma è proprio da loro, spiega il direttore generale di Bioversity International Ann Tutwiler, che può partire il cambiamento.

L’agricoltura intensiva è per molti l’unico modo possibile per fare fronte a una delle maggiori sfide del nostro tempo: sfamare ulteriori 3 miliardi di persone entro il 2050. È davvero così?

Troppo spesso si parla di questo tema senza porre la questione in una cornice più ampia. Sì, è vero, avremo bisogno di nutrire altri 3 miliardi di persone entro il 2050, ma dobbiamo farlo in un modo che sia salutare dal punto di vista nutrizionale e rispettoso dell’ambiente. A livello globale le nostre diete si basano su uno sfruttamento intensivo delle terre e delle risorse idriche. Occorre ora iniziare a orientare le nostre abitudini alimentari verso prodotti che richiedono un minore consumo di queste risorse. Allo stesso modo, è necessario modificare le pratiche di coltivazione in uso.

Un esempio?

Ci sono diversi modi per aumentare la produzione basati sulla biologia invece che sulla chimica, ma ad oggi sono poco utilizzati. Non stiamo ancora provando a usare le conoscenze e le tecnologie che ci aiuterebbero a incrementare i raccolti senza aumentare la nostra dipendenza da pesticidi e agenti chimici. Il mais, ad esempio, è un cereale che richiede molta acqua per essere coltivato. Dobbiamo chiederci se stiamo coltivando questo prodotto in paesi in cui faremmo forse meglio a coltivare cereali che richiedono meno acqua. La biodiversità agricola è una risorsa poco esplorata che può contribuire concretamente a rendere la produzione più sostenibile. Il punto è che finora non si è investito abbastanza nella ricerca legata a queste possibili alternative, basti pensare al miglio. Il cammino che stiamo percorrendo non è l’unico possibile.

In che modo i consumatori possono contribuire a cambiare questo trend?

I consumatori hanno un ruolo centrale. Bioversity International ha lavorato molto in Bolivia, Perù ed Ecuador su come migliorare la produttività della quinoa. Abbiamo collaborato con gli chef per introdurre la quinoa nei menu a La Paz, Lima ed altre città, con l’obiettivo di creare una nuova immagine di questo alimento, allora molto poco conosciuto. Adesso ritroviamo la quinoa in tutto il mondo, perché i consumatori hanno capito che si tratta di un cereale che fornisce molti benefici nutrizionali. I consumatori possono quindi influenzare in modo decisivo la produzione dell’industria alimentare, a patto che siano adeguatamente informati sui benefici nutrizionali e l’impatto ambientale dei prodotti che scelgono di consumare. Le loro scelte individuali possono fare la differenza.

Qual è invece il contributo che i governi possono dare?

C’è molto da fare, sia a livello centrale che locale. Oltre a investire in ricerca e promuovere campagne di informazione, i governi possono adottare iniziative per facilitare l’accesso a determinati prodotti. È il caso degli Stati Uniti, dove le persone che ricevono assistenza alimentare possono utilizzare i loro buoni per fare la spesa nei mercati dei contadini e comprare cibo fresco invece di acquistare solo nei grandi supermercati. Un altro campo in cui investire è quello che riguarda la conservazione degli alimenti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Le perdite di cibo, specie frutta e verdura, sono piuttosto alte. Questo rende determinati prodotti più cari sul mercato, aumentando i costi per il consumatore. Solo ora si sta iniziando a rivolgere attenzione a questi temi.

In Italia, dove è molto forte la presenza di piccole e medie imprese anche nel settore agricolo, sono sempre di più i giovani che decidono di “tornare alla terra”. Crede che potranno essere loro i protagonisti del cambiamento?

Fino a qualche tempo fa erano solo le piccole realtà industriali a offrire prodotti biologici. Adesso lo fanno anche le grandi aziende, consapevoli che c’è un interesse di mercato. Ma sono state le piccole realtà industriali a spianare la strada, perché capaci di dare il via a un trend e dimostrare che esiste un mercato. Quando parliamo di agricoltura, poi, dobbiamo ricordare che si tratta di un mestiere che richiede conoscenze e persone capaci. Occorre cambiare l’immagine di questo mestiere, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Non dimentichiamo che può offrire molte opportunità di lavoro.

A proposito di paesi in via di sviluppo, l’Africa dispone del 60 per cento delle terre arabili al mondo. Crede che il continente potrà diventare il laboratorio per un nuovo modo di fare agricoltura?

Una delle cose a mio parere più interessanti dell’Africa, e in generale dei paesi in via di sviluppo, è che le popolazioni locali non devono aspettare di avere il telefono fisso perché hanno già i cellulari, che usano per effettuare operazioni bancarie; cosa che ha rimosso molte difficoltà nell’acceso ai servizi finanziari per le persone che vivono nelle aree rurali. Lo stesso può valere per il settore agricolo. È un continente che in questo senso può offrire molte opportunità.

magazine n. 5/17 – “Le scelte dei consumatori sono determinanti per un’alimentazione sostenibile”

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