magazine n. 5/17 – Quanto è a rischio il futuro del pianeta

di Gianmarco Volpe

• Ogni due anni, a partire dal 1998, il Wwf tasta il polso della vita naturale della Terra con il rapporto “Living planet”. L’ultima edizione, pubblicata lo scorso ottobre, conferma un’evidenza su cui gli scienziati avevano già lanciato l’allarme negli scorsi anni: le azioni umane stanno spingendo la vita verso “una sesta estinzione di massa”. L’indice del pianeta vivente (Lpi), che monitora le condizioni ecologiche del pianeta un po’ come la borsa misura quelle dei mercati azionari, mostra dal 1970 al 2012 un calo complessivo del 58 per cento dell’abbondanza delle popolazioni dei vertebrati. Il declino delle popolazioni delle specie è inevitabilmente legato al degrado degli ecosistemi che le sostengono. E anche da questo fronte non giungono notizie confortanti: “l’aumento della pressione umana – come la conversione di habitat naturali in favore dell’agricoltura, lo sfruttamento eccessivo della pesca, l’inquinamento delle risorse di acqua dolce da parte delle industrie, l’urbanizzazione e le pratiche agricole e di pesca non sostenibili – sta riducendo il capitale naturale ad un ritmo più veloce di quello che ne consenta il reintegro”.

Soprattutto, l’ultimo rapporto del Wwf pone l’accento su un concetto che è ormai entrato nel dizionario comune quando si parla di biodiversità: quello di antropocene, tema che la nostra Cooperazione segue con grande attenzione dato il suo impatto sullo sviluppo del pianeta. Si tratta di accettare una nuova era geologica contraddistinta dalla capacità delle azioni dell’uomo di modificare strutturalmente le condizioni ecologiche globali : “il clima sta cambiando rapidamente, gli oceani si stanno acidificando ed interi biomi stanno scomparendo, il tutto ad un tasso misurabile nel corso di una sola vita umana”, osserva il rapporto.

In generale, assistiamo a un mondo che cambia a una velocità mai vista prima. Mauro Ghirotti, esperto dell’Agenzia, ne dà la corretta misura. “Partiamo da alcuni dati sorprendenti: di recente i geologi statunitensi hanno portato alla luce l’esistenza di 204 nuovi tipi di suoli creati dall’attività dell’uomo. Il paesaggio urbano si sta ampliando, ma è anche vero che acquisisce nuovi connotati poiché la natura ha una versatilità per noi impensabile: la più grande concentrazione di falchi pellegrini al mondo vive sorprendentemente a New York, non nelle steppe del’Eurasia, e nelle città indiane ci sono più leopardi che nelle foreste. Stanno emergendo nuovi scenari – riflette Ghirotti - la situazione è in continua evoluzione e spesso facciamo fatica a rendercene conto, illudendoci di dominare la natura”. È quindi indispensabile capire le dinamiche e utilizzare correttamente l’enorme potenziale che la scienza continua a fornire.

In questo contesto, secondo Ghirotti, l’Italia deve poter sia collaborare con i partner di sviluppo, sia applicare queste esperienze all’interno dei propri confini, nello spirito dell’Agenda 2030. La Cooperazione può avere un ruolo chiave di ponte tra le due dimensioni, ruolo peraltro già previsto dalla legge 125 di riforma del settore. In un 2017 da protagonisti di importanti appuntamenti di politica estera, il nostro paese cercherà inoltre di mantenere la questione della biodiversità ai primi posti dell’agenda internazionale. Lo farà, per esempio, con il G7 dell’agricoltura che si terrà a Bergamo il 14 e 15 ottobre prossimi, prestando particolare attenzione alla agro biodiversità , cioè a quelle specie e varietà animali e vegetali usate in agricoltura e frutto di secoli di paziente e capace selezione.

Si tratta soprattutto di far “dialogare” le tre grandi convenzioni ambientali di Rio su biodiversità, clima e desertificazione, della cui promozione la stessa Italia si è sempre fatta capofila. Ciascuno dei tre temi ha infatti effetti sugli altri. Si tratta di sfide che riguardano la nostra attualità e non un imprecisato futuro. “In natura tutto è collegato – ricorda Ghirotti – e spesso rompere un equilibrio non produce conseguenze solo su una specie o varietà. L’effetto moltiplicatore può essere più esteso di quanto pensiamo e in molti casi ne paghiamo le conseguenze, quando i lenti ma solidi meccanismi naturali si sono oramai innescati. A volte non sappiamo quali enormi benefici abbiamo perso con queste specie e varietà. Si pensi a quante volte abbiamo distrutto dei piccoli predatori che controllavano parassiti e patogeni ancora più nocivi.a Nel caso dell’Ebola: abbiamo pagato la nostra intrusione in zone forestali e la rottura di equilibri ben noti alle popolazioni indigene. Dobbiamo saper leggere con occhi nuovi anche il fenomeno dell’urbanizzazione. La Sars si è originata nelle grandi città asiatiche tramite il contatto o consumo di animali selvatici che si stanno adattando al nuovo contesto”.

Secondo l’esperto Aics, “le strade della natura sono infinite” e spesso “le capiamo in ritardo”. È una delle ragioni per cui la perdita di biodiversità “riduce la sostenibilità della nostra presenza sul pianeta”. Con gli attuali sistemi intensivi di agricoltura e di allevamento l’uomo rischia di bruciare una buona parte del grande libro della natura prima di averlo non solo compreso ma letto. “Nel mondo ci sono circa 330 mila specie di piante. L’uomo ne ha utilizzate finora 20 mila per vari scopi. Oggi, però, concentriamo tutta la nostra produzione su 30 specie vegetali e su 13 animali, che costituiscono il 90 per cento degli alimenti. Molte varietà presenti in natura non le conosciamo affatto. È uno squilibrio che si sta mostrando insostenibile”, ha osservato Ghirotti. Sistematicamente la comunità scientifica fa il “check-up” del pianeta esaminando i cosiddetti “Limiti Planetari”. Le conclusioni degli ultimi anni non sono scontate: contrariamente a quello che in genere si pensa, sul tema della biodiversità abbiamo superato i limiti della sostenibilità ambientale in misura ben maggiore rispetto ai cambiamenti climatici, fenomeno comunque di primaria importanza dato il suo impatto.

Un ultimo punto: la biodiversità e quindi la buona scienza e politica forniscono, con i servizi ecosistemici, una valida risposta a esigenze ambientali, nutrizionali, farmacologiche e di qualità della vita per le quali spesso cerchiamo costose soluzioni alternative: “Potremmo scoprire che alcune razze, specie e varietà perdute erano fondamentali e molto più costo-efficaci”, ma d’altra parte è bene anche “investire per rivalutare ciò che si sta perdendo”, aprendo così nuovi sbocchi lavorativi per i giovani. Su questo scenario si allunga il cruciale ramo dell’agro-biodiversità, in grado di fornire soluzioni a basso costo non solo alle nostre esigenze, ma anche a quelle del pianeta. Ad esempio per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e ridurre la dipendenza da sistemi alimentari intensivi ad alto uso di energia. Secondo Ghirotti, come discusso negli ultimi anni in diversi tavoli internazionali, le principali sfide dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sono quella ambientale, quella alimentare e quella occupazionale. “La biodiversità – aggiunge – può dare una risposta a tutte e tre. È affascinante notare, anche come laico, che una forte guida non solo spirituale ma anche politica come Papa Francesco tratti con enorme convinzione e insistenza questi temi e che abbia offerto al presidente statunitense Donald Trump, nel recente incontro in Vaticano, un libro sull’ambiente: per la cura della nostra casa comune”.

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