magazine n. 6/17 – “Più Europa per una migliore gestione dei flussi migratori”

di Massimo Santucci

• Intervista a Mario Marazziti, presidente della Commissione Affari sociali della Camera e già vicepresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione ed espulsione.

Il 20 giugno si è celebrata la Giornata mondiale del rifugiato. Partiamo da qui.

Si tratta di un'occasione per ricordare i 250 milioni di migranti registrati del 2016 e i circa 20 milioni di rifugiati, di cui un milione è arrivato via mare in Europa nel 2015. Per gli oltre 250 milioni di europei questo dato non dovrebbe essere avvertito come un grande problema. I movimenti di persone riguardano infatti anche altri continenti. Pensiamo ai più di 300mila rifugiati presenti in Uganda e in Etiopia occidentale, o agli oltre 200mila in Sudan e Corno d'Africa. Sono le dimensioni di un problema strutturale, che richiede una risposta saggia, che eviti un approccio basato solo sull'emergenza. E’ necessaria un’assunzione di responsabilità politica soprattutto da parte dei Paesi avanzati del mondo occidentale.

Quale ruolo sta giocando l’Italia in questo contesto?

Il nostro Paese funge ormai da cerniera nel Mediterraneo: una parte del mondo si sta spostando e l’Italia sta assolvendo a una straordinaria funzione di umanizzazione del primo soccorso, il più drammatico, con 10mila salvataggi solo nell'ultima settimana [di giugno]: un esempio per il mondo.

Come giudica le recenti polemiche sulle Ong?

Trovo estremamente volgare, infondata e strumentale la colpevolizzazione delle Ong, che non riconosce la loro grande opera di salvataggio in mare. L'Italia ha proposto un discorso serio, il migration compact, come disegno strategico di medio e lungo periodo, un grande patto di alleanza euro-africana.

Quali sono a suo parere le criticità su cui occorrerebbe lavorare?

Resta aperta la questione dell'accoglienza dopo l’arrivo di migranti e rifugiati sulle nostre coste, la distribuzione sul territorio di coloro che arrivano, il ruolo dei comuni: sarebbe sufficiente che ogni realtà locale accogliesse 20 o 30 persone e il problema non sussisterebbe, siamo di fronte a piccoli numeri. Ma è l’intero sistema dell'accoglienza a necessitare di una revisione. Occorre trovare soluzioni meno burocratiche e costose: il sistema attuale non produce effetti rispettosi della dignità delle persone.

I corridoi umanitari possono rappresentare un’alternativa?

Il progetto dei corridoi umanitari è un’opportunità concreta, realizzata grazie all’impegno della Comunità di Sant’Egidio, della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese e grazie al coinvolgimento della società civile. Di fatto si tratta di un’iniziativa che risponde alla normativa europea sulla possibilità di offrire un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario ai rifugiati in fuga da conflitti. Già il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, allora ministro degli Esteri, aveva sposato questa idea, poi realizzata con la collaborazione del ministero dell'Interno. Oggi siamo già arrivati a 1000 arrivi ma occorre allargare questa soluzione anche ad altri Paesi, come è accaduto con la Francia.

Altre misure?

Si dovrebbe ripensare la normativa sul diritto di asilo a livello europeo, ad esempio verificando fin dall'inizio del viaggio, nei campi profughi, le storie personali dei richiedenti asilo, senza aspettare che le verifiche siano effettuate nei Paesi europei. E’ necessario quindi creare un database comune a livello europeo, che permetta di identificare i candidati quasi certi al riconoscimento del diritto d'asilo prima del viaggio. Ciò si tradurrebbe anche in maggiore sicurezza per i paesi di accoglienza.

Tra i migranti e rifugiati che arrivano nel nostro paese sono moltissimi i minori non accompagnati.

La situazione dei minori non accompagnati è di particolare vulnerabilità. Sono indifesi, comprati, venduti. La legge recentemente approvata dal Parlamento va verso una maggiore tutela dei minori stranieri non accompagnati, andando oltre l’idea errata di offrire una protezione uguale per tutti. Il Parlamento ha fatto la sua parte.

La sua storia è legata alla Comunità di Sant'Egidio.

Ora non ricopro incarichi nella Comunità, ma ne sono stato il portavoce e ho vissuto la sua storia fin dai primi passi, nel 1970. E' una grande risorsa, che vorrei sintetizzare con due P: pace e poveri. In un mondo confuso come quello in cui viviamo, la Comunità di Sant’Egidio offre un impegno disinteressato su più fronti. Penso al dialogo tra le religioni e per la pace, all’impegno a sostegno dei migranti e del diritto alle nell'Africa subsahariana. Sono contento di vedere come l'Onu di Trastevere, come la definì Igor Man, sia ritenuta oggi un partner importante dalle Nazioni Unite, dopo il recente accordo sancito a New York, che ha già dato i primi frutti con la firma dell’accordo per il cessate il fuoco in Repubblica Centrafricana, siglato proprio sotto l’egida della Comunità di Sant’Egidio.