magazine n. 9/17 – Sviluppo sostenibile: ecco il fondo UE, ma serve anche “Global Britain”

di Vincenzo Giardina

Lo European Fund for Sustainable Development (Efsd) punta a mobilitare investimenti per oltre 40 miliardi di euro. Ma la chiave per il successo è il coordinamento, prima e dopo Brexit. Lo spiegano Linda McAvan, presidente della Commissione sviluppo dell’Europarlamento, e Simon Maxwell, senior research associate dell’Overseas Development Institute (Odi).

Il 28 settembre si è tenuto il primo strategic board del fondo denominato European Fund for Sustainable Development (Efsd). “Agli Stati fragili oggi va appena il 6 per cento degli investimenti diretti e allora questo è un passo importante” spiega Linda McAvan, presidente della Commissione sviluppo del Parlamento europeo. Al centro dell’intervista un nuovo fondo UE da tre miliardi e 350 milioni di euro, che sarebbe capace di mobilitare fino a 44 miliardi. “Servono più investimenti per i Paesi poveri, ma attenzione - avverte McAvan - un cambiamento vero presuppone che si muovano i privati”.

Accanto a Roberto Ridolfi, direttore generale nella Commissione Ue per la Crescita sostenibile e lo sviluppo, sedevano gli osservatori dell’Europarlamento. Ed è stata proprio l’assemblea di Bruxelles a definire il quadro legislativo, immaginando il Fondo come architrave dell’External Investment Plan (Eip), il piano per gli investimenti in Africa e nelle regioni interessate dalle politiche di vicinato.

Ma la dinamica qual è? “L’Europa si sta muovendo nella direzione tracciata dai summit sul finanziamento dello sviluppo che si sono tenuti nella capitale etiopica Addis Abeba e a New York tenendo come riferimento l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite” risponde McAvan. “C’è la consapevolezza condivisa che sia necessario coinvolgere i privati e uno degli obiettivi del Fondo è proprio ridurre i rischi per le società interessate a investire, in modo che acquisiscano fiducia: soltanto così nei Paesi poveri potranno arrivare più risorse”.

Gli ambiti d’intervento sono differenti, dalle infrastrutture all’economia digitale, dalle energie rinnovabili all’agricoltura. L'inizio, sintetizza McAvan, di un cammino che potrebbe favorire la creazione di posti di lavoro nei Paesi d’origine dei flussi migratori: “Speriamo che già a novembre la Commissione europea annunci il primo settore d’intervento, aprendo ai singoli progetti per l’Africa e le aree delle politiche di vicinato”. Secondo l’eurodeputata, “bisogna superare il gap negli investimenti per creare lavoro e dunque sviluppo”. Un impegno, questo, condiviso dai Paesi dell’Ue che più hanno spinto per il Fondo. Lo conferma Luigi Grandi, esperto dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo: “Il nuovo strumento alimenta grandi aspettative rispetto alla capacità di produrre un effetto leva sugli investimenti in Africa e in particolare nei Paesi di origine dei flussi migratori”. Nella fase delle decisioni, a ogni modo, il confronto tra i governi degli Stati membri è stato serrato. In Europa, sottolinea ancora Grandi, le prospettive e le sensibilità ri- spetto all’Africa "erano e restano differenti”.

E come giudicare del resto gli accordi bilaterali sottoscritti da diversi governi dell'area Ue con Stati africani di origine o transito dei migranti? Non si sta puntando troppo sull’aspetto repressivo? “Sono preoccupata che i fondi per lo sviluppo finiscano nella gestione dei flussi, contribuendo magari a nuovi muri o finanziando espulsioni” risponde McAvan, esponente dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici: “Non dobbiamo spendere per rimpatriare i migranti ma per creare opportunità”. E a preoccupare la presidente è anche altro, come cittadina britannica ed europea: “Esiste il rischio che Brexit possa finire per penalizzare l’Africa, perché finora il Regno Unito è stato un Paese influente nell’Ue, uno dei pochi a rispettare la soglia dello 0,7 per cento del Prodotto interno lordo da investire nei progetti di sviluppo”.

I rapporti tra Londra e Bruxelles saranno decisivi, concorda un altro esperto britannico, Simon Maxwell. “Senza coordinamento i costi lievitano e l'efficacia degli interventi di cooperazione diminuisce” spiega l’ex direttore, oggi “senior research associate” dell’Overseas Development Institute (Odi): “Per questo, anche con la Brexit, tenendo fede agli impegni sullo 0,7 per cento del Pil, bisognerà continuare a lavorare con i partner dell'Ue”. Secondo Maxwell, intervistato a Roma a margine del meeting dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, la prospettiva deve restare quella di “una ‘Global Britain’ che mantiene le proprie responsabilità internazionali cogliendo le opportunità del commercio e della cooperazione”. Essenziale per poter mobilitare più risorse, poi, la giusta comunicazione. “Invece di perderci in dettagli dobbiamo dare la ‘big picture,’ il quadro d’insieme segnato da progressi, indispensabile se vogliamo stimolare entusiasmo” sottolinea l’esperto: "Bisogna smetterla di presentare solo storie disperate che alimentano pessimismo, si tratti della carestia in Yemen con i bambini che muoiono di fame o della guerra in Congo". Sarebbe allora “essenziale puntare su storie più articolate" perché "non si ispirano le persone raccontando che il mondo è un posto terribile". Come dire: parliamo anche del diritto allo salute che si fa strada nei villaggi dell’Etiopia, tessera di un puzzle che può dare speranza. Lo dicono i numeri, certificati dall’Onu: tra il 1990 e il 2015 nei Paesi in via di sviluppo la quota di popolazione in condizioni di povertà assoluta si è ridotta dal 47 al 14 per cento. Al netto di carestie e disastri, il saldo positivo sarebbe di 915 milioni di persone. Una buona notizia, aspettando le ricadute del fondo europeo.