magazine n. 10/17 – Come produrre sviluppo in Senegal e salvare posti di lavoro in Italia

di Gianfranco Belgrano

La capitale italiana dei meloni ha puntato sul Paese dell’Africa occidentale per allungare i periodi di produzione: una risposta intelligente alle pressioni della globalizzazione e dei supermercati che ha aiutato un piccolo villaggio ma ha anche contribuito a rafforzare l’occupazione negli stabilimenti produttivi situati in Italia.

• Un circolo virtuoso lega da cinque anni Tassette, piccolo villaggio senegalese, con Rodigo, in provincia di Mantova. Se quest’ultima può fregiarsi del titolo di capitale italiana dei meloni, la gemella senegalese da cinque anni sta seguendo la stessa strada contribuendo alla crescita di un progetto di cooperazione economica e sociale che si fonda sul rispetto e sul reciproco vantaggio.

A due ore di auto da Dakar, dopo aver lasciato alle spalle Thiés e aver imboccato una polverosa strada in terra battuta, si arriva a Tassette. Qui, da circa tre anni, è disponibile un centro sanitario fornito di ambulanza e finanziato dalla vendita di quegli stessi meloni che la gente del posto ha imparato a produrre per il mercato italiano. “Abbiamo 286 ettari dati in concessione dallo Stato, in accordo con la comunità locale” racconta Silvano Chieregati, responsabile commerciale dell’impresa mantovana OP Francescon, coinvolto fin dall’inizio in questa operazione che alla fine non è solo commerciale ma parla di sviluppo, difesa del lavoro e cooperazione, grazie anche al coinvolgimento di Coop Italia e della onlus fiorentina Fondazione Giovanni Paolo II.

Cosa abbia spinto l’azienda italiana a trovare partner locali e a scegliere il Senegal, Chieregati lo ha ben chiaro: “Non si è trattato di delocalizzare la nostra produzione ma di rispondere a precise esigenze di mercato e di dare stabilità ai nostri lavoratori a Rodigo”. Quale sia il collegamento è presto detto.

Il progetto nasce da una doppia esigenza: commerciale, perché la globalizzazione impone di avere tutti i frutti tutto lʼanno, e aziendale, dal momento che Francescon produce solo meloni e nel periodo che va da febbraio ad aprile sarebbe costretta a fermarsi. In Italia, racconta ancora Chieregati, “la produzione di meloni comincia in Sicilia alla fine di aprile, in Senegal possiamo invece cominciare a produrre già a febbraio”. Questo significa allungare la stagione e dare lavoro agli operai in Italia che possono occuparsi del packaging e delle operazioni di magazzino già all’arrivo dei primi meloni senegalesi. La scelta del Senegal è stata invece suggerita dalla Coop, uno dei principali clienti dell’azienda mantovana. Una sinergia sfociata poi in una precisa assunzione di responsabilità sociale.

“Tre anni fa, in accordo con Coop Italia - prosegue Chieregati - abbiamo varato progetti che prevedevano un’autotassazione per entrambe le parti di 5 centesimi al chilo sul prodotto che veniva venduto nei supermercati. Questi proventi, tramite la Giovanni Paolo II Onlus, sono stati usati per costruire un centro medico a Tassette, che allora ne era privo; abbiamo preso un’ambulanza e macchinari per fare esami. Il secondo anno abbiamo realizzato alcune aule nella scuola di un villaggio vicino, dove attingiamo personale che lavora in azienda. Adesso stiamo attrezzando la scuola con i banchi, le sedie e altro materiale didattico”.

Che questa sinergia che vede coinvolti comunità locale, un’azienda italiana e il terzo settore funzioni, lo testimonia la buona accoglienza del progetto da parte dei senegalesi dei villaggi coinvolti e dello sviluppo che si sta creando non solo in termini di occupazione diretta (circa 250 senegalesi hanno lavoro nel periodo di massimo impiego) ma anche di indotto.

“Inoltre - conclude Chieregati - lavorare con una onlus sta creando un valore aggiunto determinato dalla sicurezza che i fondi siano utilizzati in maniera appropriata a beneficio della comunità locale e dalla conoscenza del territorio che la stessa onlus ha maturato nel tempo”.

Il centro sanitario di Tassette, finanziato dai meloni prodotti in Senegal e venduti in Italia, è uno dei fiori all’occhiello dell’impegno congiunto messo in atto da Coop e Francescon e dalla onlus Fondazione Giovanni Paolo II. “La realtà solidale - dice Bruno Francescon, presidente e amministratore dell’azienda che porta il suo nome - è stata la ciliegina sulla torta di un percorso che ci sta dando soddisfazioni immense dal punto di vista umano. Abbiamo scoperto che si può fare del bene senza rinunciare al business. E i vantaggi sono per tutti”.

Un impegno che si è tradotto anche in uno sforzo di formazione del personale locale (coltivatori, trattoristi e falegnami per la costruzione delle cassette), in un trasferimento di competenze e di prassi. Ma anche gli standard lavorativi sono, per quanto possibile, italiani: ai lavoratori sono garantiti la copertura sanitaria, la formazione di base su norme igienico-sanitarie, di dispositivi di protezione individuale e un servizio di trasporto dai villaggi vicini alle zone di lavoro.