magazine n. 11/17 – La montagna al centro dell’agenda di sviluppo

di Emanuele Bompan

L’obiettivo della Mountain Partnership è portare le aree montuose dentro i negoziati del clima e i piani di sviluppo dei governi, oltre che nei progetti della cooperazione. In prima fila l’Italia. Attenzione su prodotti DOP, turismo sostenibile, e conservazione dei saperi tradizionali.

• Le montagne sono scomparse. Sparite dall’agenda politica internazionale. Se gli stati insulari sono sotto i riflettori mediatici, con il livello del mare che continua a crescere, così come le foreste sono al centro di una battaglia globale per fermare la deforestazione, poco si parla delle pressioni che le aree montane del mondo stanno subendo.

«Le montagne sono al centro della battaglia del clima». A lanciare l’allarme è la FAO, durante la Giornata internazionale della montagna, che ogni anno si tiene l’11 Dicembre. Per l’occasione la FAO ha ospitato l’evento dal titolo “Le montagne sotto pressione”, dove circa 60 paesi e oltre 200 organizzazioni della società civile si sono impegnati oggi attraverso la Mountain Partnership, un partenariato nato nel 2002, con lo scopo di chiedere ai governi di rafforzare la capacità di adattamento delle popolazioni montane e dei loro ambienti all'impatto del crescente cambiamento climatico, fermare la fame e le migrazioni e assicurare uno sviluppo montano che sia integrato nell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

«Le montagne sono il principale ecosistema esposto al cambiamento climatico. Stiamo perdendo i ghiacciai, le valli sono sempre più erose, la biodiversità sta sparendo » ha spiegato Petteri Taalas, segretario Generale dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia, intervenuto al summit. Con conseguenze che arrivano lontano, coinvolgendo aree di pianura a causa delle potenziali crisi idriche e alimentari, legate alla mutazione del ciclo dell’acqua. «Nei paesi andini i ghiacciai hanno perso tra il 30 e il 50% del volume», spiega Isauro Torres, delegato del ministero degli affari esteri cileno. «Quelli localizzati sotto i cinquemila metri di altitudine sono destinati inevitabilmente a scomparire». E addio acqua. Una situazione che interessa tante catene montuose, dalle Alpi alle Montagne Rocciose, dall’’Argentina alla Cina. La sola catena dell0Himalaya-Hindu Kush procura acqua a gran parte dell’Asia continentale. Lo scioglimento dei ghiacciai renderebbe l’approvvigionamento idrico discontinuo, non potendo contare più sul lento rilascio estivo dai ghiacciai. Dal gigante asiatico dipendono fiumi come il Gange, il Brahmaputra,
il Mekong, lo Yangtse, che danno sostentamento a oltre un miliardo di persone direttamente. Il Brahmaputra, se diminuisse la sua portata in maniera rilevante, potrebbe esacerbare le frizioni tra Cina, India e Bangladesh, in una regione, l’Himachal Pradesh, dove già sono in corso contenziosi geopolitici. Oltre agli impatti alimentari, dovuti alla minor disponibilità d’acqua, ci sarebbero anche impatti sul settore energetico, specie in Bhutan e Nepal, due paesi che ricavano la quasi totalità della propria energia dall’idroelettrico.

Il nuovo clima sta inoltre accentuando l’insicurezza alimentare e le migrazioni dalle valli più remote. La delegazione nepalese ha ribadito l’urgenza a intervenire per fermare l’emorragia di persone che stanno abbandonando tante valli del nord e dell’est del paese, anche a causa degli effetti del terremoto del 2015, dirigendosi verso la capitale Katmandu.

La povertà è un tratto comune. Il 91% degli abitanti delle aree montane viene da zone sottosviluppate, prive spesso d’infrastrutture mediche o scolastiche. «In queste zone, una persona su tre è vulnerabile all'insicurezza alimentare», ha affermato Maria Helena Semedo, Vice Direttrice Generale della FAO. In poco più di dieci anni il numero di “abitanti della montagna” vulnerabili ai cambiamenti climatici e all’insicurezza alimentare è aumentato del 25% in Asia e del 46% in Africa, rivela una ricerca FAO.

E quando si fa fatica a sopravvivere non resta che partire. « Potenzialmente oltre 600 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare, se non si inizia ad agire», spiega Grammenos Mastrojeni, coordinatore ambiente per l’AICS. «Dobbiamo creare le condizioni di sviluppo anche di fronte alla nuova realtà climatica. Nei millenni si è sviluppato un rapporto virtuoso tra uomo e montagna. Dire che le montagne ricostruiranno una natura incontaminata senza l’uomo, significa ignorare l’apporto degli esseri umani ai monti, dalla pulizia dei boschi alla fertilità portata grazie agli allevamenti alpini».

Un’iniziativa, quella della Mountain Partnership, che nasce per volontà dell’Italia, tra i fondatori, insieme a Svizzera, FAO e UNEP. «Non c’è una ragione politica dietro questa decisione, ma l’urgenza di agire per tutelare uno degli ecosistemi più fragili, che a effetto domino potrebbe coinvolgere altre regioni», spiega Mastrojeni. «Noi dobbiamo vedere gli ecosistemi fragili, montagna, terre aride e isole, come una priorità nei processi di adattamento al cambiamento climatico e in queste aree si devono concentrare gli sforzi sul tema clima».

Per cercare di ripotare le montagne al centro dell’agenda climatica UNFCCC e della sicurezza alimentare, la Mountain Partnership, per il 15° anniversario del Partenariato ha lanciato un’agenda concreta da implementare entro il 2030. «Bisogna promuovere buone pratiche di resilienza, agricoltura sostenibile, scambio di conoscenza, progetti di cooperazione congiunti e cercare supporto politico ed economico per la Mountain Partnership», ha dichiarato Andrew Taber, responsabile della Steering Commitee del. «Gli obiettivi per il 2030 sono di far adottare da tutti i governi e le organizzazioni internazionali “strategie di sviluppo montano sostenibile”, fare una revisione delle politiche di indirizzo della cooperazione e sviluppo al fine di includere le montagne come parte integrale e infine includere il tema nelle principali conferenze internazionali, su tutte la COP, la conferenza sul clima».

Tra i vari progetti d’implementazione presentati, uno dei più interessanti è il Mountain Partnership Product Label. Lo scopo? Promuovere i prodotti montani attraverso un’etichetta dedicata, che aiuta i consumatori a individuare i veri DOP d’alta quota. «Il progetto ha lo scopo di creare una narrativa identitaria di questi prodotti tipici, come il miele, grani pregiati, come il riso rosa e altri prodotti con una forte identità, sostenendo gli agricoltori e allevatori montani», spiega Giorgio Grussu, coordinatore progetto FAO. Un’iniziativa che ha molteplici scopi: da un lato la tutela della biodiversità – esempio la delegazione butanese ha sottolineato come ci siano decine di tipologie di tuberi da tutelare nel loro paese – dall’altro la conservazione di un tessuto socio-economico, in particolare femminile, dato che nelle aree montane molto spesso gli uomini vanno per vari mesi a lavorare in città o in pianura. «Preservare i prodotti della montagna diventa un modo per creare reddito, rafforzare il ruolo delle donne e fermare le migrazioni, ha aggiunto Grussu. Prodotti non solo alimentari: anche cosmetici, di artigianato e servizi, soprattutto il turismo. Sostenibile, naturalmente. Un’area che interessa sempre di più alla cooperazione, che ha individuato in questi meccanismi una importante diversificazione dei redditi e di crescita professionale delle popolazioni rurali, anche nelle zone di cosiddetta “bassa montagna”, ovvero catene montuose di altezza ridotta (sotto i duemila metri).

Nota dolente, come sempre accade, i finanziamenti. Al momento solo Svizzera e Italia sostengono economicamente l’iniziativa in maniera proattiva, con oltre un milione di euro solo dall’Italia negli ultimi due anni. «Dobbiamo rafforzare il coinvolgimento di tanti altri paesi», ha dichiarato Thomas Hofer, Coordinatore del partenariato. Per poter sostenere la Mountain Partnership e raggiungere gli obiettivi preposti, un ultimo baluardo per proteggere le montagne.

 

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