magazine n. 7-8/16 – Emergenze: risposte tempestive nell’estate più difficile

Gianmarco Volpe

L’Italia aumenta gli sforzi in risposta alle crisi e alle catastrofi naturali. Sul fronte siriano e in risposta all’emergenza El Niño gli impegni più onerosi. Ma per fare il salto di qualità serve più coordinamento tra tutti gli attori.

• La crisi in Siria, il fenomeno meteorologico El Niño, i conflitti in Africa, il problema dei flussi migratori. Quella del 2016 potrebbe essere ricordata negli anni a venire come l’estate delle grandi emergenze, nel solco di scenari globali sempre più instabili e di un crescente impegno della comunità internazionale nel tentativo di tamponare le conseguenze devastanti delle crisi. Sfide – se ne è parlato a lungo nel corso del primo Vertice umanitario mondiale, lo scorso maggio a Istanbul – cui è necessario rispondere non solo tempestivamente, ma anche in maniera coordinata e lungimirante. Ciascun paese cerca di mettere in campo tutti gli strumenti a disposizione: interventi diretti, fondi destinati alle agenzie delle Nazioni Unite, la rete delle organizzazioni non governative, ora anche il settore privato. Proprio a Istanbul si sono poste le basi di un futuro piano d’azione collettivo destinato a guidare l’azione della comunità internazionale in risposta a crisi e disastri naturali, così come si è fissato il doppio ambizioso obiettivo di dimezzare entro il 2030 il numero di rifugiati e di sfollati interni in tutto il pianeta e di aumentare dal 60 al 75 per cento entro il 2018 la copertura finanziaria degli appelli umanitari delle Nazioni Unite.

L’Italia sta facendo il suo, forte anche delle novità contenute nella normativa del 2014 che ha portato alla nascita della nuova Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics). Non solo impegnandosi a rendere la spesa per gli aiuti umanitari più “flessibile, trasparente, efficiente ed efficace”, ma anche, come di recente sottolineato dal direttore dell’Aics Laura Frigenti, puntando su questioni decisive: la partecipazione qualificata del settore privato, con grandi aziende ben consapevoli che le loro strategie di business dipendono dalla stabilità, dall'assenza di crisi; un impegno a spendere meglio, anche da parte delle istituzioni multilaterali; il trasferimento dell'enfasi da politiche reattive a politiche pro-reattive, che puntano a ridurre i rischi e a eliminare le cause delle crisi.

Anche per la Cooperazione italiana l’estate 2016 è particolarmente impegnativa. Per l’anno in corso le risorse destinate alle attività di emergenza sono aumentate del 30 per cento, fino a sfiorare il tetto dei 100 milioni di euro. Uno sforzo dietro il quale non c’è solo una logica umanitaria, ma anche la consapevolezza che le crisi in corso altrove, se non gestite adeguatamente, possono avere ricadute negative anche sul nostro paese. Ne portano lampante testimonianza tanti tra le migliaia di profughi che ogni settimana rischiano la vita per attraversare il Mediterraneo e approdare alle nostre coste.

Siria, il contributo italiano

Lo scorso febbraio, in occasione della Conferenza dei donatori a Londra, l’Italia ha annunciato un pacchetto complessivo di aiuti da 400 milioni di dollari per il triennio 2016-2018, destinato sia ad attività d’emergenza che ad interventi di ricostruzione e rilancio economico-sociale in  Siria e nei paesi della regione. Il viceministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Mario Giro, ha di recente illustrato le attività deliberate per l’anno in corso a fronte di un impegno di 45 milioni di euro per il 2016, 25 dei quali destinati a progetti umanitari. Le iniziative, individuate tenendo conto delle indicazioni pervenute dagli Uffici dell’Aics e della presenza nella regione di una vasta rete di Ong italiane (alle quali viene affidato il 60 per cento della componente umanitaria del pledge), sono in linea con l’esigenza di concentrare gli interventi sui giovani (istruzione, creazione di opportunità di impiego per i giovani e formazione professionale), anche in un’ottica di mitigazione della pressione migratoria.

Parte dei fondi è tesa a finanziare sul canale multilaterale le spedizioni di aiuti umanitari – realizzate in collaborazione con il Deposito umanitario di pronto intervento delle Nazioni Unite a Brindisi (Unhrd) - e le attività condotte sul terreno dalle agenzie delle Nazioni Unite (Unicef, Unhcr, Unrwa, Pam, Ocha) e dal Comitato internazionale della Croce rossa. In Siria è stato avviato inoltre un Programma di emergenza per il miglioramento della sicurezza alimentare e delle condizioni igienico-sanitarie con l’obiettivo di rafforzare la resilienza della popolazione vittima della guerra e della crisi umanitaria in corso. Per le attività sono stati stanziati tre milioni di euro.

Altre iniziative riguardano Giordania e Libano: una da 5,5 milioni di euro per migliorare le condizioni di vita dei rifugiati siriani e della popolazione ospitante; un’altra da 5,5 milioni di euro finalizzata in particolare all’accesso a servizi scolastici di qualità per bambini e ragazzi vittime della crisi; una terza da 700 mila euro per il rafforzamento della resilienza delle comunità locali e delle capacità delle municipalità libanesi per far fronte alle conseguenze della crisi siriana, che darà continuità e rifinanzierà un programma attualmente in corso in Libano per attività di “cash for work” destinato alla realizzazione di opere di pubblica utilità in alcune municipalità. Tutti gli interventi sono realizzati con il concorso di Ong italiane, selezionate sulla base di un’apposita procedura competitiva (“call for proposals”). La loro realizzazione – ha indicato Giro – è coerente con gli impegni assunti dall’Italia in occasione del Vertice umanitario mondiale di Istanbul, con particolare riferimento a quello riguardante l’adozione di misure volte a garantire soluzioni durevoli per gli sfollati e rifugiati.

La risposta a El Niño

L’Italia è stato il paese che più rapidamente ha risposto all’emergenza El Niño, il fenomeno meteorologico che sta mettendo in ginocchio in particolare i paesi della fascia orientale dell’Africa con un alternarsi di pandemie, siccità e alluvioni. Catastrofici gli effetti: migrazioni forzate, diminuzione dei raccolti, malnutrizione. Il nostro paese è sceso in campo inizialmente con un piano da 10 milioni di euro per finanziare progetti in Etiopia, Mozambico, Malawi, Swaziland e Zimbabwe. Le attività, concentrate su sicurezza alimentare e rilancio del settore agro-pastorale, sono portate avanti sia da Ong italiane sul terreno che dalla Fao e dall’Unicef.

Il piano è stato successivamente esteso anche all’area del Pacifico ed in particolare alle piccole isole. Sono stati stanziati altri 100 mila euro a favore della Repubblica di Palau tramite la Federazione internazionale delle Società di Croce rossa e Mezzaluna rossa, dove El Niño ha provocato un’acuta siccità, mentre in collaborazione con Unicef siamo intervenuti nelle isole Fiji, Marshall e Salomone.

Recentemente, accogliendo un appello lanciato dal Pam, la Cooperazione italiana ha disposto un ulteriore contributo d’emergenza nel continente africano del valore di un milione di euro per sostenere le attività di assistenza alimentare condotte dall’agenzia Onu in Somalia. Grazie al contributo italiano saranno realizzati interventi per la fornitura di derrate alimentari a favore di circa 160 mila persone residenti nelle aree più colpite e per il sostegno nutrizionale mirato a 228 mila bambini e donne in stato di gravidanza o in fase di allattamento.

Gli interventi in Libia

Lo scorso giugno un C130 dell’aeronautica militare italiana proveniente da Misurata è atterrato all’aeroporto di Ciampino: a bordo 11 combattenti libici feriti durante gli scontri in corso per la liberazione di Sirte dallo Stato islamico. Si è trattato dell’ultima di una serie di operazioni di soccorso umanitario completate negli ultimi mesi grazie alla collaborazione tra il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e altre amministrazioni. Pochi giorni prima, arrivava al porto di Misurata una nuova spedizione di farmaci destinata all’ospedale della città per curare 10 mila persone rimaste ferite durante il conflitto per un periodo di tre mesi.

Dall’inizio dell’anno la Cooperazione italiana ha inviato in Libia aiuti multilaterali per un valore di 2,4 milioni di euro attraverso finanziamenti al Cicr, Unhcr, Oim e Pam. In aggiunta, sono state effettuate tre spedizioni di kit sanitari del valore di circa 150 mila euro complessivi destinati agli ospedali di Tripoli-Mitiga e di Bengasi e - in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio - alle comunità Tuareg della città di Ghat, nel sud del paese. Si prevede nei prossimi giorni una nuova spedizione di sette tonnellate di medicinali e supporti sanitari per un valore complessivo di circa 50 mila euro a favore dell’ospedale di Misurata.

Iraq, aiuti per 7 milioni di euro

Sempre a giugno, l’Italia ha stanziato un contributo di 4,5 milioni di euro per il finanziamento d’iniziative d’emergenza nelle aree liberate dallo Stato islamico in Iraq. Un contributo che segue quello stanziato nel mese di dicembre 2015, del valore di 2,5 milioni di euro, e che porta l’impegno complessivo del nostro paese a favore dell’Iraq a sette milioni di euro. Lo Strumento di finanziamento per l’immediata stabilizzazione dell’Iraq (Ffis) delle Nazioni Unite, cui sono stati convogliati i fondi italiani, prevede interventi volti a rimettere in sesto le infrastrutture pubbliche e finanziamenti alle piccole e medie imprese. Il fondo mira inoltre a rafforzare il governo locale, promuovere l’impegno della società civile e la riconciliazione nazionale, e creare posti di lavoro a breve termine attraverso un programma di opere pubbliche. “L’impegno dell’Italia in favore della stabilizzazione dell’Iraq è già significativo, grazie al Programma di formazione degli agenti di polizia iracheni, condotto dall’Arma dei Carabinieri, e aumenterà in linea con le necessità del Ffis. Stabilizzare il paese è un elemento cruciale per favorire il ritorno degli sfollati interni iracheni alle loro abitazioni, evitando che si trasformino in potenziali rifugiati”, ha commentato di recente l’ambasciatore italiano in Iraq, Marco Carnelos.

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magazine n. 6/16 – Migranti e rifugiati, la risposta dell’Europa

Intervista a Neven Mimica, Commissario europeo per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo

di Gianmarco Volpe

• L’Unione europea è determinata ad affrontare alla radice i problemi che ha di fronte, ma per riuscirci deve “fare squadra”. Neven Mimica, già ministro croato per l’Integrazione europea, vice-primo ministro e commissario europeo per la Protezione dei consumatori, ricopre oggi uno degli incarichi più cruciali (e scottanti) a Bruxelles. “Tanto è stato fatto” sul fronte della cooperazione Ue-Africa, osserva, ma tanto ancora “resta da fare”. E sul Migration compact proposto dall’Italia: “In autunno presenteremo un Piano d’investimento con fondi che crediamo possano mobilizzare 31 miliardi di euro a favore dei paesi in via di sviluppo: Invitiamo i paesi membri a unirsi ai nostri sforzi”

Il tema delle migrazioni si è imposto con forza al centro del dibattito pubblico europeo. Occorre, lo ha sottolineato lei stesso in più occasioni, una strategia comune che affronti il problema alla radice. Può illustrarci la strategia per gli investimenti dell’Unione europea?

C’è un legame molto forte tra sviluppo e migrazione. Ciò si riflette sull’inclusione della questione migratoria nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, all’interno della quale è riconosciuta come una potenziale forza positiva per lo sviluppo. Questo dimostra chiaramente che la cooperazione allo sviluppo ha un ruolo chiave da giocare per affrontare sia le sfide che le opportunità presentate dall’attuale situazione globale dei rifugiati e dei migranti.

A partire dall’adozione dell’Agenda europea sulla migrazione, un anno fa, l’Unione europea ha compiuto progressi considerevoli all’interno e al di fuori dei suoi confini. Migliaia di persone sono state recuperate a mare. I dialoghi sulla migrazione e la cooperazione con i paesi prioritari si sono rafforzati: il summit de La Valletta, per esempio, ha portato la questione delle migrazioni al cuore delle relazioni tra l’Unione europea e i paesi africani. La dichiarazione Ue-Turchia ha stabilito nuove strade per portare ordine nei flussi migratori e salvare più vite. Sono stati definiti nuovi strumenti finanziari per sostenere al meglio i paesi partner che affrontano le sfide dei rifugiati e dei migranti e per offrire un futuro migliore a chi rischia la propria vita affrontando pericolosi viaggi organizzati da contrabbandieri e trafficanti.

Il Fondo fiduciario d’emergenza Ue per l’Africa da 1,8 miliardi di euro è un buon esempio di come abbiamo rafforzato il nostro approccio orientato allo sviluppo verso la gestione delle migrazioni e di come vogliamo affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e degli sfollamenti forzati. Sono stati già decisi programmi da oltre 900 milioni di euro e attività da portare sul campo nel più breve tempo possibile.

Queste azioni dimostrano la determinazione dell’Unione europea nell’affrontare la sfida che abbiamo di fronte, ma occorre fare di più. Sono convinto che la nostra risposta all’attuale situazione richieda uno sforzo più coordinato, sistematico e strutturato, che combaci con gli interessi europei e, allo stesso tempo, con quelli dei nostri partner. È esattamente questo l’obiettivo della proposta presentata il 7 giugno dalla Commissione nella sua Comunicazione “Verso una nuova partnership con i paesi terzi sotto l’Agenda europea sulla migrazione”. Il cuore di questo nuovo approccio è costituito da partnership rafforzate ulteriormente. L’Ue intende stabilire tali partnership con alcuni paesi chiave di origine e di transito dei migranti utilizzando un approccio su misura che produca risultati concreti sia nel breve termine, tamponando i flussi di migrazione irregolare e aiutando i paesi che ospitano un gran numero di migranti e di rifugiati, sia nel lungo termine, affrontando le cause profonde di migrazioni e sfollamenti.

Sempre a questo proposito: lo scorso anno è stato varato l’Emergency Trust Fund for Africa, con fondi iniziali per 1,8 miliardi di euro. Si tratta di uno strumento sufficiente per invertire la rotta?

Per avere successo, dobbiamo applicare tutte le politiche e gli strumenti a disposizione dell’Unione europea, compresa la cooperazione allo sviluppo. Lo stesso potrebbero fare gli Stati membri attraverso i loro programmi di cooperazione bilaterali. La Commissione sta proponendo un incremento della sua assistenza a favore dei paesi più colpiti nel breve termine. In autunno la Commissione presenterà un ambizioso Piano d’investimento per mobilizzare fondi a favore dei paesi in via di sviluppo, permettendo la creazione di nuove opportunità per le popolazioni locali e aiutando queste ultime a costruirsi una vita nei rispettivi paesi d’origine. Per finanziare il nuovo Piano d’investimento, la Commissione si è impegnata a stanziare oltre 3,1 miliardi di euro provenienti da diverse fonti.

Alla fine bisogna capire che aiutare i Paesi partner a svilupparsi è il modo migliore, se non l'unico, per porre termine a flussi migratori dettati dalla disperazione di chi fugge a conflitti, carestie, persecuzioni, e così via. Vorrei che l'emigrazione fosse per tutti una possibile scelta di vita, legata alle proprie ambizioni personali e secondo canali legali, e non una scelta obbligata.

Il Migration Compact presentato di recente dall’Italia è una risposta adeguata all’emergenza?

La proposta della Commissione segue quella recentemente presentata dall’Italia. Come il primo ministro Matteo Renzi, credo che mentre rafforziamo la nostra risposta immediata per salvare vite e ordinare i flussi di migranti occorra uno sforzo maggiore per affrontare le cause strutturali della pressione migratoria globale sul lungo periodo.

Inoltre, con la proposta del Partnership Framework la Commissione si è impegnata ad aumentare il proprio contributo al Fondo fiduciario d’emergenza di ulteriori 500 milioni di euro. Il Fondo ha dimostrato di essere in grado di accelerare il nostro sostegno ai paesi partner ed è un elemento importante del nostro dialogo con loro. Invitiamo tutti i paesi membri a unirsi ai nostri sforzi e a fornire cifre equivalenti. Dobbiamo lavorare di squadra, condividere politiche e strumenti.

Di recente lei ha partecipato al Vertice umanitario mondiale a Istanbul. Nell’occasione si è discusso molto anche di contributo del settore privato. Come fare per aumentare il grado di coinvolgimento delle imprese nelle attività di cooperazione allo sviluppo?

La sfida principale è combattere la povertà endemica che sfortunatamente persiste in molti paesi in via di sviluppo e che è una delle cause profonde di fragilità, conflitti, violenze e flussi migratori. La riduzione della povertà può essere raggiunta solo attraverso una crescita inclusiva e sostenibile, basata sull’aumento delle attività economiche e delle opportunità di lavoro, specialmente per giovani e donne.

Il settore privato fornisce circa il 90 per cento degli impieghi nei paesi in via di sviluppo e per questo motivo è un partner essenziale nella lotta alla povertà. Un giusto mix di politiche, di scambi d’esperienze e di meccanismi finanziari è necessario per rispondere a questa sfida di dimensioni enormi. In termini concreti, il nostro approccio si basa su due obiettivi. Da un lato, il miglioramento dell’ambiente economico; dall’altro, l’aumento degli investimenti privati, in particolare attraverso operazioni che combinano donazioni e prestiti e che prevedono meccanismi di condivisione del rischio.

A questo proposito, vorrei fare riferimento agli strumenti innovativi che abbiamo appena messo in atto per consentire lo sviluppo del settore imprenditoriale in aree che normalmente non vengono considerate dagli operatori economici. È il caso di Electri-FI, posto in essere per sostenere progetti di elettrificazione nelle aree rurali, e di Agri-FI, per l’agricoltura sostenibile dei piccoli proprietari.

Occorrono in effetti approcci specifici per i paesi fragili e coinvolti in situazioni di conflitto, così come per quelli in cui nuove opportunità economiche sono necessarie per ripristinare la coesione sociale, la pace e la stabilità. Ciò che è essenziale è che gli investitori che hanno la forza di investire in questi contesti difficili siano incoraggiati con misure concrete, non solo sul piano finanziario, ma anche con un continuo sostegno al miglioramento delle condizioni di sicurezza e di governance. È esattamente questo ciò che vogliamo ottenere attraverso il dialogo con i paesi partner.


* Ha collaborato Riccardo Fraddosio

 

magazine n. 6/16 – editoriale

Emilio Ciarlo, AICS - Capo Ufficio Relazioni Istituzionali e Comunicazione Pubblica

• Dal 20 al 23 giugno, per la prima volta, lo staff dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics), compresi i 18 direttori delle sedi estere, si è riunito a Roma per una settimana di confronto e riflessione. È stato un momento intenso ed importante per il nostro futuro.

I primi due giorni hanno consentito di delineare l’identità, la vocazione e le ambizioni dell’Agenzia, presentate con chiarezza e forte carica empatica sin dal primo intervento introduttivo del direttore Laura Frigenti. Un’Agenzia moderna, dinamica, specializzata e capace di produrre idee e d’inserirsi nel dibattito
internazionale. Qualcosa di molto diverso da un semplice ente erogatore di finanziamenti e aiuti, un player che piano piano riscopra la cifra della cooperazione italiana e dica la sua sul modello di sviluppo internazionale e sui grandi temi della globalizzazione. Per collocare questa tessera nel mosaico è stato decisivo mettere a fuoco il senso dello strumento “Agenzia” nella nuova Pubblica amministrazione: il perché della scelta e il modo in cui può e deve essere interpretato il ruolo di supporto e partecipazione di un organo tecnico alle scelte strategiche e politiche. I lavori si sono focalizzati, in particolare negli ultimi due giorni, anche sui temi concreti e operativi che riguardano il rapporto con le nostre sedi estere, la rete e gli avamposti su cui l’intera cooperazione fa affidamento e che dovranno, nel tempo, essere potenziati, dotati di maggiori risorse umane e meglio collegati con Roma.

Chiediamo ai nostri Direttori di trasformarsi da esperti tecnici di cooperazione in veri e propri manager dello sviluppo, capaci di guidare strutture complesse, in situazioni difficili e con la necessità di cogliere opportunità di finanziamento e partnership nel rispetto della ownership dei diversi paesi. È una sfida difficile, ma è la nostra sfida.

In questo quadro è stato molto apprezzato l’incontro con Bernardo Bini Smaghi di Cassa Depositi e Prestiti, che ha presentato la nuova “Banca dello sviluppo” italiana, contribuendo a disegnare un quadro di potenziale grande miglioramento dell’impatto della cooperazione italiana sullo sviluppo dei paesi partner, grazie alla mobilitazione di risorse aggiuntive provenienti sia dal paese che dall’Europa. Un cenno finale merita senz’altro il saluto che il viceministro Mario Giro e il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni hanno voluto portare all’Agenzia confermando la volontà di stringere una sinergia sempre maggiore tra i vari player della nuova cooperazione perché ciascuno cresca nel suo ruolo garantendo un risultato complessivo più che positivo per il paese. Una settimana importante per la nostra Agenzia e per il cambiamento che lentamente, ma testardamente, porteremo avanti nel futuro. A cominciare da questo mensile. Ma questa è una storia che racconteremo un’altra volta.

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SEGUITI DELL’ EVENTO “Il Mediterraneo e il sistema della Cooperazione italiana: una visione comune per lo sviluppo sostenibile ed inclusivo”

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Nel più ampio quadro di riferimento internazionale, cui s’ispira l’azione italiana, rappresentato dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, il Sistema della Cooperazione Italiana guarda al Mediterraneo, con particolare attenzione alle iniziative in partenariato con i Paesi della sponda sud ed est.

In tale ottica, il 5 luglio 2016 si è svolta, presso la sede di Firenze, una giornata di riflessione, organizzata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), d’intesa con la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo (DGCS) del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), ed in collaborazione con il Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei (CIHEAM) ed il Centro per l’Integrazione nel Mediterraneo (CMI) del gruppo Banca Mondiale, legata alla dimensione mediterranea della cooperazione, con l’obiettivo di offrire idee e proporre ambiti di intervento specifico che possano rappresentare indirizzi per la programmazione del prossimo triennio 2017‐2019.

Fenomeni migratori, sicurezza alimentare e nutrizionale, ambiente e cambiamento climatico, sono tra le tematiche di interesse strategico per il Sistema della Cooperazione Italiana e che il Convegno ha sviluppato con il contributo di relatori/esperti internazionali in panel specifici connessi allo sviluppo sostenibile ed inclusivo del Capitale umano, del Capitale produttivo e sociale e del Capitale naturale.

I Panel

Il panel “Promuovere l’inclusione dei giovani nel Mediterraneo” ha inteso proporre delle soluzioni innovative in un contesto in cui il 30% della popolazione attiva nella regione Medio Oriente e Nord Africa ha tra 15 e 29 anni e favorire una transizione da un’economia tradizionale ad un’ ”economia della conoscenza” nella Regione.

Un’economia basata sulla conoscenza, sulla creazione di catene di valore e nuovi approcci di gestione dei fenomeni migratori sono elementi chiave per promuovere la creazione di lavoro, l’occupazione e la mobilità giovanile e, di conseguenza, la loro inclusione sociale nel Mediterraneo, attraverso investimenti nelle abilità relazionali e sociali, al fine di rafforzare le competenze non-cognitive e imprenditoriali, promuovere strumenti e spazi per favorire il dialogo.

La Cooperazione Italiana potrà incoraggiare, attraverso un approccio bottom- up e di collaborazione e scambio con i Paesi partner, un’ educazione di qualità e riconosciuta a livello europeo, sempre più rispondente in termini di competenze alle esigenze del mercato del lavoro.

Il cambiamento di prospettiva, da una di “migrazione” verso una di “mobilità”, potrà favorire un processo di piena partecipazione dei migranti e del resto della forza lavoro, in particolare donne e giovani, allo sviluppo socio-economico nei e dei Paesi di origine e ospitanti.

Introduzione del moderatore del Panel e presentazioni dei relatori

Il panel “Sicurezza alimentare e nutrizionale” ha messo in evidenza come, in un contesto di transizione socio-economica e dei sistemi alimentari, la Cooperazione Italiana potrebbe, coerentemente con gli impegni in ambito internazionale, mirare a sostenere l’innovazione dei sistemi alimentari locali e la loro integrazione in economie regionali e internazionali, promuovendo un approccio di filiera (produzione, distribuzione, commercializzazione e fornitura) che tenga conto delle rete di relazioni tra operatori economici, sociali e istituzionali implicati nel processo, e che valorizzi colture tipiche del bacino del Mediterraneo (olio, legumi, ecc..).

La gestione sostenibile delle risorse naturali nel rispetto dei “limiti Planetari”, l’ aumento della produzione ma anche della qualità dei sistemi alimentari, l’accesso al cibo con particolare attenzione al miglioramento degli aspetti nutrizionali, la riduzione delle perdite e degli sprechi lungo tutta la filiera potranno costituire i pilastri fondamentali dell’intervento italiano.

I programmi di sicurezza alimentare e agricoltura sostenibile devono mirare a soddisfare la crescente domanda di cibo sufficiente, sano e nutriente, al tempo stesso, riducendo ineguaglianza e povertà, salvaguardando l’ambiente naturale e culturale e creando opportunità per le nuove generazioni.

Introduzione del moderatore del Panel e presentazioni dei relatori

Il panel “Ambiente e cambiamenti climatici” ha evidenziato come il cambiamento climatico, associato a fattori come i processi migratori verso le zone urbane e la cattiva gestione delle risorse idriche in ambito rurale, acceleri il processo di degrado del suolo e la desertificazione, indotta da processi umani, provocando crisi ambientali e impatti negativi soprattutto sulle popolazioni più povere e vulnerabili.

Il miglioramento dell'accesso all’acqua potabile e ai servizi sanitari, lo sviluppo di moderni strumenti di monitoraggio e di valutazione del rischio, la corretta gestione di eventi estremi, la modernizzazione dei sistemi di irrigazione, lo sviluppo di tecniche di gestione del territorio, la definizione di modelli di governance appropriati che tengano conto del nesso acqua-cibo-energia, potrebbero avere nell’area del Bacino del Mediterraneo un impatto positivo anche in termini di sicurezza alimentare, occupazione giovanile, uguaglianza di genere, utilizzo delle energie rinnovabili facilmente accessibili anche dalle aziende agricole, conservazione delle risorse naturali e sostenibilità ambientale, pace e sicurezza, aumento della produttività delle risorse idriche, conservazione della biodiversità.

Introduzione del moderatore del Panel e presentazioni dei relatori

Nel processo di valorizzazione dei Capitali, la ricerca applicata potrà costituire un elemento propulsivo per proporre soluzioni adatte ai contesti in cui si opera e per trasferire know how e innovazione.

Riflessioni Finali

Le considerazioni finali, affidate al Direttore Frigenti e all’Ambasciatore Cantini, hanno riaffermato il bacino del Mediterraneo come area altamente strategica e prioritaria per la Cooperazione Italiana, come testimoniano sia le crescenti risorse messe a disposizione dell’area sia il numero e rilevanza delle iniziative specifiche nei diversi settori, realizzate da attori nazionali e internazionali.

Al di là delle singole iniziative, l’azione della Cooperazione Italiana potrà rappresentare un valore aggiunto promuovendo strategie comuni Mediterranee, mantenendo comunque come riferimento il quadro globale fornito dall’ Agenda 2030.

In questo scenario, la Cooperazione Italiana potrà utilmente, tra le altre cose, sostenere i Paesi partner a identificare strategie e pacchetti di soluzioni da cui trarre il massimo beneficio per il contesto specifico, in un’ottica di un uso coerente ed efficiente delle risorse e di efficacia dell’impatto.

Assumerà sempre maggiore rilevanza lo sviluppo di iniziative a carattere regionale che incidano trasversalmente su tematiche quali mobilità e migrazioni, sicurezza alimentare e nutrizionale, cambiamento climatico e gestione sostenibile di risorse naturali primarie come l’acqua e gli ecosistemi mediterranei.

La facilitazione del dialogo inter istituzionale interno a ciascun Paese e trasversale su tematiche di interesse comune potrà contribuire a promuovere e ricercare l’elaborazione di strategie condivise utili a pianificare azioni coerenti e coordinate. La costituzione di reti che riuniscano interlocutori qualificati, in ambito sia pubblico che privato, può diventare strumento funzionale a favorire tali processi.

L’attenzione alle questioni economiche e ambientali non potrà prescindere da quella verso gli aspetti sociali e tradursi quindi in interventi che rappresentino opportunità concrete di sviluppo per fasce sociali maggiormente vulnerabili o a rischio in questi contesti, come i giovani e le donne.

I temi, gli orientamenti e gli strumenti raccolti in questa giornata potranno concretizzarsi in un’ “Agenda per il Mediterraneo” che, in una prospettiva di policy coherence, potrà contribuire a rendere più efficaci le azioni e le relazioni, nonché a produrre risultati misurabili e di impatto regionale, secondo un framework strategico e operativo degli interventi che rafforzi le collaborazioni e il coordinamento con gli altri partner dello sviluppo e con le più importanti Istituzioni presenti sullo scenario internazionale, offrendo la specificità e l’esperienza italiana a beneficio di tutti.

 


Programma: ITA / ENG

 

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Firenze - Il Mediterraneo e il sistema della Cooperazione italiana: una visione comune per lo sviluppo sostenibile e inclusivo

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Rafforzato il contributo italiano al Fondo contro l’AIDS: +30% nel triennio 2017-2019

Nella lotta all’Aids, alla malaria e alla tubercolosi, nulla è più incisivo di ragazze ben istruite e di comunità coinvolte nella loro interezza. Lo ha sottolineato oggi il direttore dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics), Laura Frigenti, intervenendo alla conferenza sul “Contributo del Fondo globale alla salute mondiale nel quadro dell’Agenda 2030”, ospitata a Roma il 27 giugno scorso dall’Istituto superiore di sanità (Iss). Proprio oggi l’Italia, attraverso il Sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, ha annunciato un aumento del 30 per cento (da 100 a 130 milioni di euro) del contributo al Fondo globale per la lotta all’Aids, alla malaria e alla tubercolosi per il triennio 2017-2019. Si tratta, secondo Frigenti, di un “segnale importante” che conferma la tendenza positiva nell’aumento delle risorse alla cooperazione allo sviluppo. “Una delle ragioni per cui siamo così contenti del lavoro del fondo – ha spiegato - è l’attenzione alle minoranze e alle fasce più vulnerabili”.

Cinque sono, in particolare, gli aspetti da prendere in considerazione per amplificare la portata degli interventi in questo come in altri settori della cooperazione allo sviluppo. A partire dal fatto che le attività sono tanto più efficaci quanto più s’inquadrano in un sistema sanitario efficiente e funzionante. Fondamentale, anche, è preparare gli interventi con un approccio fortemente orientato all’uguaglianza di genere, così come coinvolgere e sostenere le comunità nella loro interezze. Ancora, in tema di lotta alle pandemie, è importante che le cure (spesso molto costose) si accompagnino a efficaci attività di prevenzione. Ma soprattutto, secondo Laura Frigenti, è necessario investire sull’educazione, perché “non esiste nulla di più incisivo nella lotta all’Aids di ragazze ben istruite”.

All’evento hanno partecipato anche il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, i Ministri della Salute di Burkina Faso e Sudan e Bill Gates, che con la Fondazione Bill & Melinda Gates è tra i principali sostenitori del Fondo. L’investimento dell’Italia sul Fondo globale (“di cui Roma è uno dei primi 10 contributori a livello mondiale) è “strategico e umanitario”, ha dichiarato il Ministro Lorenzin, secondo cui l a salute “non è solo un bene fondamentale dei popoli”, ma anche un “veicolo di pace”: “contribuendo alla costituzione di sistemi sanitari universali, possiamo aiutare a rafforzare le democrazie”. “Dove arrivano medici e medicine, arriva la speranza”, ha ricordato Lorenzin, secondo cui l’Italia può essere “più incisiva” nella propria azione grazie anche alla legge 125 sulla cooperazione. L’incontro odierno, secondo Lorenzin, è un “segnale importantissimo”.

Il nuovo impegno italiano di 130 milioni di euro sarà formalizzato in occasione della prossima Conferenza di ricostituzione del Fondo Globale, che sarà ospitata a Montreal dal governo canadese il 16 settembre prossimo. Il Fondo Globale è un partenariato innovativo ed efficiente che l’Italia sostiene con convinzione sin dalla sua creazione, avvenuta nell’ambito della Presidenza italiana del G8 nel 2001. In quindici anni di attività del Fondo, la Cooperazione italiana vi ha contribuito per oltre un miliardo di euro. Il Fondo Globale riunisce le energie di tutti quanti possano apportare un contributo per vincere questa grande sfida: dai governi – sia donatori che beneficiari – al settore privato, dalla società civile alle comunità delle persone colpite. Si stima che entro la fine del 2016 si potranno raggiungere 22 milioni di persone salvate attraverso l’intervento del Fondo, che lavora al tempo stesso per costruire sistemi sanitari solidi e sostenibili in grado di garantire la salute globale.

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Etiopia – Esperti a confronto per migliorare l’equità nell’accesso ai servizi sanitari

Il 7 giugno scorso si è svolto ad Addis Abeba il workshop sul tema "Practical methods, procedures and operations for monitoring the reduction of geographic health inequities", organizzato dalla sede locale dell'Agenzia e dal Ministero della Sanità etiopico, con la partecipazione dell'Ambasciatore Giuseppe Mistretta, della Direttrice Ginevra Letizia, del Ministro della Sanità Kesetebirhan Admasu e di direttori delle maggiori Agenzie bilaterali e multilaterali di Cooperazione, rettori di università etiopiche, esperti dell'AICS e rappresentanti delle ONG italiane operanti in Etiopia per un totale di 106 partecipanti.

Il tema del workshop è di particolare rilevanza dato che il Piano Strategico Quinquennale del Settore Sanitario ('Health Sector Transformation Plan' - 2015-16/2019-20 - HSTP) è volto a raggiungere il duplice obiettivo di miglioramento dello stato di salute della popolazione e dell'equità nell'erogazione dei servizi sanitari. Infatti i notevoli progressi raggiunti nel settore sanitario a livello nazionale nell'ultimo decennio non risultano equamente distribuiti nei vari gruppi di popolazione e in particolare, nelle diverse aree geografiche. Per questa ragione, nella prima fase dell'HSTP il Ministero della Sanità intende focalizzarsi sulla riduzione delle disparità fra regioni geografiche, con particolare riferimento alle regioni con popolazione nomade dove gli indicatori di copertura e di utilizzazione dei servizi sanitari sono largamente inferiori alla media nazionale. A questo scopo è stato sviluppato il Piano d'Azione "Transforming health status and health systems in the developing regional states and selected zones with suboptimal performance. Equitable health services for all".

La Cooperazione Italiana ha acquisito un ruolo importante nel corso degli ultimi anni, fornendo assistenza tecnica di alto profilo non solo per lo sviluppo dei sistemi d'informazione sanitaria e di decisione basata sull'evidenza, ma anche per la definizione del sistema di monitoraggio dell'equità e per la documentazione delle multiple relazioni fra povertà, diseguaglianze e salute. In particolare, dato che le diseguaglianze debbono essere misurate per poter essere affrontate e risolte, il workshop ha consentito una riflessione condivisa per rispondere all'esigenza del Paese di dotarsi di un sistema che permetta di identificare le aree geografiche e i gruppi di popolazione più sfavoriti e di monitorare i risultati degli interventi effettuati.

Dopo il saluto introduttivo dell'Ambasciatore Giuseppe Mistretta, che ha evidenziato la lunga storia di cooperazione nel settore sanitario fra Italia ed Etiopia, il Ministro della Sanità Dr. Kesetebirhan Admasu ha presentato la strategia per l'equità delineata nell'HSTP, sottolineando che "nulla è dimostrabile se non è misurabile" e riconoscendo il ruolo importante svolto dalla Cooperazione Italiana. Il workshop si è quindi articolato in quattro presentazioni: due sono state svolte da rappresentanti dello 'Health System Special Support Directorate' del Ministero della Sanità, focalizzate rispettivamente sulla strategia di riduzione delle disparità geografiche e sulla buona pratica realizzata nella zona con popolazione nomade di Borena, nella Regione Oromia. Le altre due presentazioni sono state svolte dall'esperto sanitario dell'AICS Sandro Accorsi e dal Direttore del Dipartimento Programmi dell'ONG Medici con l'Africa-CUAMM, Fabio Manenti. Accorsi ha descritto i metodi per l'uso dell'informazione per il monitoraggio delle diseguaglianze e ha presentato esempi che possono essere replicati a tutti i livelli del sistema sanitario, combinando rigore scientifico e possibilità di applicazione pratica anche nelle zone più disagiate e periferiche del paese. Manenti ha quindi presentato la 'best practice' realizzata a Wolisso, nella Regione Oromia, nel quadro del Progetto 'Prima le madri e i bambini' realizzato con il finanziamento della Cooperazione italiana.

Nell'organizzazione del workshop, di particolare rilevanza è stato il lavoro congiunto degli esperti italiani ed etiopici nell'elaborazione di strumenti e nella documentazione di esperienze di monitoraggio dell'equità nell'accesso ai servizi. Il successo dell'iniziativa ha confermato pertanto il ruolo di grande rilievo svolto dalla Cooperazione Italiana nel settore sanitario, pur a fronte di contributi finanziari meno rilevanti rispetto a quelli di altri donatori.

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Firenze – Giornata Mondiale del Rifugiato: “E’ il momento di un passo dall’accoglienza all’integrazione”

Un patto per l’accoglienza tra pubbliche amministrazioni di ogni livello per creare opportunità concrete di integrazione, all’insegna della reciprocità. Ovvero, superare la concezione dell’accoglienza come fornitura unilaterale di servizi essenziali per arrivare a stabilire con i migranti e i rifugiati una relazione virtuosa che produca azioni di pubblica utilità, a partire dall’assistenza sociale e dalla tutela del territorio. E’ la proposta del governatore della Toscana, Enrico Rossi, nel saluto di apertura della tavola rotonda organizzata a Firenze il 20 giugno scorso dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato. L’iniziativa è tornata a porre l’attenzione sul dramma delle migrazioni forzate che nel 2015 hanno coinvolto 65,3 milioni di persone nel mondo: 40,8 milioni di Internally Displaced People, uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare le proprie case per cercare riparo altrove, all’interno dei confini nazionali; 21,3 milioni di rifugiati in un altro Paese; 3,2 milioni di persone in attesa dell’esito della domanda di asilo in un Paese industrializzato. Nel complesso, una popolazione maggiore di quella residente in Italia. “A livello globale – si legge sul rapporto annuale Global Trends di UNHCR – questi numeri significano che una persona su 113 è oggi un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato.” Circa la metà dei rifugiati sono minori, mentre i Paesi che più spesso danno origine alle migrazioni forzate sono imprigionati in dinamiche di conflitto che si trascinano da tempo: Siria, Afghanistan e Somalia.

In un contesto globale sempre più turbolento, che vede l’Italia tra gli approdi principali sulle rotte migratorie del Mediterraneo, diventa indispensabile inquadrare il fenomeno nelle sue dimensioni effettive per non cedere all’impulso della paura, alla paralisi dello sgomento e alla spinta del rifiuto dell’altro. “L’Italia è sottoposta a una forte pressione migratoria e si trova esposta in prima linea alle tragedie del mare – ha detto Stephane Jaquemet, delegato UNHCR per il sud Europa, – ma i numeri degli arrivi sono ben diversi da quelli che si registrano in Turchia in termini assoluti, in Libano in termini relativi alla popolazione, e anche in Germania in termini di richiedenti asilo.” Il sistema Italia non rischia il collasso, ma si trova di fronte a un passaggio essenziale anche nella prospettiva di mitigare le proprie tensioni sociali: quello dall’accoglienza all’integrazione. In linea con Rossi, Jaquemet ha sottolineato l’importanza di costruire percorsi educativi e lavorativi che possano favorire la diffusione di percezioni nuove rispetto ai migranti come persone e come risorse per le comunità.

Alla tavola rotonda hanno partecipato anche Carlotta Sami, portavoce UNHCR per il sud Europa, Domenico Manzione, sottosegretario del Ministero dell’Interno, Luigi Maria Vignali, direttore centrale per le politiche migratorie del MAECI, Giuseppe Novelli, vicepresidente della Conferenza dei Rettori e Maria Quinto della Comunità di Sant’Egidio. Manzione ha sottolineato che non esistono le condizioni per giustificare allarmismi visto che ad oggi, a livello nazionale, sono direttamente coinvolti in attività di accoglienza circa 800 comuni su 8mila e circa 2mila parrocchie su 22mila. Esiste dunque la possibilità di gestire gli arrivi senza creare tensioni, pianificando la distribuzione dei migranti in maniera appropriata e prestando particolare attenzione al modello “diffuso” sperimentato in Toscana. Vignali ha ricordato che l’Italia è rimasta sola a lungo nell’affrontare la crisi delle migrazioni forzate e ha segnalato che ancora oggi la metà dei migranti in mare viene salvata da navi italiane. Per questo occorre una maggiore presenza dell’Europa, un rafforzamento delle attività di protezione e cooperazione nei Paesi limitrofi a quelli di partenza, e una partecipazione più dinamica del settore privato nella costruzione di percorsi di integrazione in Italia. Sempre guardando alla sfida dell’integrazione, Novelli ha fatto riferimento all’importanza di aprire corridoi educativi per i migranti che permettano di sviluppare competenze utili nei campi più diversi, dall’assistenza alla persona alla scienza veterinaria. Molte università italiane sono già attive in questa direzione e hanno avviato attività formative specifiche, oltre ad attivare corsi di preparazione per i test di accesso e cliniche legali per l’assistenza alla regolarizzazione. A seguire, Maria Quinto ha descritto il progetto dei corridoi umanitari messo in opera dalla Comunità di Sant’Egidio, che organizza percorsi di migrazione in sicurezza verso l’Italia a partire dalla individuazione nei campi rifugiati del Libano di persone e famiglie in condizioni di particolare fragilità, passando per la pianificazione del viaggio e per le pratiche dei visti fino al passo più significativo, creare opportunità di integrazione occupazionale e sociale in Italia. L’obiettivo è quello di coinvolgere in questo percorso un migliaio di rifugiati nell’arco di due anni. Infine Carlotta Sami, portavoce UNHCR, ha presentato due iniziative promosse da Unicoop Firenze e dall’associazione Liberi Nantes che lavora alla periferia di Roma per favorire l’integrazione dei migranti attraverso lo sport. Senza dimenticare che una selezione di rifugiati di tutto il mondo parteciperà alle Olimpiadi di Rio 2016: una iniziativa senza precedenti, sotto la bandiera dell’UNHCR.

La giornata si è conclusa con un grande concerto all’Arena del Visarno, con la partecipazione di numerosi artisti che hanno suonato pezzi di rock alternativo davanti a circa seimila persone, insieme, #withtherefugees.

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Esperti boliviani e italiani disegnano il nuovo Centro di Conservazione del Patrimonio Culturale a La Paz

Lo scorso 7 giugno, nella prestigiosa cornice dell’auditorium del Museo Archeologico Nazionale di La Paz, gli esperti della Cooperazione Italiana hanno presentato la bozza di piano programmatico per l’istituzione di un Centro di Conservazione dei Beni e del Patrimonio Culturale. Alla presentazione hanno partecipato più di 50 esperti e studiosi di spicco dei vari settori coinvolti nella conservazione e restauro del patrimonio culturale boliviano. La lunga attività di analisi tecnico-scientifica, sviluppata nell'arco di oltre un anno da parte degli esperti della Cooperazione italiana nel quadro di un’iniziativa di rafforzamento istituzionale del Ministero boliviano di Cultura e Turismo, si è conclusa con la prima definizione organica di progetto per la creazione del Centro di Conservazione, ritenuta fondamentale per la tutela dei Beni Culturali del Paese.
Si tratta del "Centro Plurinacional de Preservaciòn del Patrimonio Cultural Boliviano", la cui struttura e organizzazione tecnico-amministrativa è stata definita in un progetto di fattibilità che passerà ora al vaglio dell’esecutivo boliviano. Il Centro è concepito per dare soluzione agli attuali problemi in materia di conservazione del ricco patrimonio materiale e immateriale della Bolivia, relativo alle identità dei popoli nativi indigeni, le comunità afro-boliviane, le comunità interculturali e meticce, curando l'identità nazionale e latino-americana. L’obiettivo principale è quello di raggiungere l’autonomia necessaria per assicurare la conservazione e restauro dei beni culturali, istituendo una scuola boliviana sostenibile per la conservazione del patrimonio e la produzione di risorse per la conservazione di ogni espressione culturale esposta a fattori di deterioramento, realizzando piani di manutenzione adeguati e rafforzando una politica di conservazione preventiva.

L’evento di presentazione, aperto dal direttore della Sede AICS di La Paz, Felice Longobardi, ha visto gli interventi della direttrice generale del Patrimonio del Ministero di Cultura e Turismo boliviano, Sonia Aviles e del direttore del Laboratorio di Restauro di La Paz, Carlos Rua. Sono quindi intervenuti gli esperti italiani che, congiuntamente al personale della Sede AICS di La Paz, lavorano sul Programma di Assistenza Tecnica al Ministero di Cultura e Turismo finanziato dalla nostra Cooperazione. Simona Piras, esperta in gestione culturale e turistica, ha illustrato i tratti principali di tale programma, le cui attività stanno fornendo un importante contributo per il rafforzamento istituzionale della controparte ministeriale; Renzo Carlucci, esperto in tecnologie applicate ai Beni Culturali, ha quindi presentato la proposta tecnica, finanziaria e concettuale per la creazione del centro, che potrebbe diventare il punto di riferimento per l’articolazione di iniziative, esperienze e conoscenze degli strumenti adottati per la salvaguardia e la conservazione. In questo modo, tutti gli apporti conoscitivi andrebbero a confluire su di un unico polo centrale, per poi essere opportunamente scambiati e diffusi su più livelli: internazionale, nazionale, regionale, locale e delle comunità indigene.

Sul piano della localizzazione del Centro è stato individuato uno spazio di 800 m² nella zona della vecchia stazione ferroviaria di La Paz, area attualmente oggetto di interventi di recupero tesi alla creazione del Parco della Cultura. Considerato l’alto potenziale dell’area, che nel futuro prossimo sarà interamente dedicata alla cultura, ci si augura che il Centro possa sorgere proprio su questi terreni, attualmente di proprietà di Mi Teleferico, società statale responsabile della gestione dell’impianto a fune che permette il trasporto via cabinovia nell’area urbana di La Paz.


Bolivia - Rassegna Stampa

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Ge.Mai.Sa: una nuova piattaforma per promuovere l’impegno delle donne in ambito rurale

Nell’ambito del programma regionale “Contributo per il Gender Mainstreaming nelle azioni di sviluppo rurale sostenibile e Sicurezza Alimentare – Ge.Mai.Sa” , finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e realizzato dal CIHEAM di Bari,  si è svolto a Tunisi il 14 giugno scorso il seminario di lancio della piattaforma regionale per le donne impegnate in ambito rurale. La piattaforma rappresenta la fonte principale di informazione sulle iniziative del programma nei 3 Paesi coinvolti - Egitto, Libano e Tunisia - ma vuole anche essere strumento di condivisione di conoscenza e buone pratiche a favore dell’ empowerment delle donne nei contesti rurali.

All’evento, organizzato da CIHEAM in collaborazione con uno dei partner  di Ge.Mai.Sa, il “Center of Arab Woman for Training and Research – CAWTAR” , sono intervenute  il Ministro delle Donne, della Famiglia e dell’Infanzia S.E. Samira Merai, il dott. Ali Bouaycha del Ministero dell’Agricoltura, delle Risorse Idriche e della Pesca tunisino, la responsabile delle Relazioni Esterne del CIHEAM Bari dott.sa Rosanna Quagliariello, la presidente del CAWTAR dott.sa  Soukeina Bouraoui e la rappresentante AICS a Tunisi dott.sa Cristina Natoli. Quest’ultima ha ricordato come la Cooperazione Italiana allo Sviluppo si è sempre distinta per il suo impegno verso l’emancipazione economica e politica delle donne, la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la valorizzazione del loro ruolo nel mantenimento della pace e sicurezza.

Oltre cento donne, in rappresentanza di associazioni della società civile, agenzie di cooperazione, organismi internazionali hanno ascoltato gli interventi e partecipato con interesse al dibattito della giornata.

La piattaforma Ge.Mai.Sa è stata protagonista anche nella cornice degli European Development Days 2016 a Bruxelles. Il 16 giugno, l'AICS, la Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e il CIHEAM hanno organizzato la tavola rotonda “Achievement and challenges for the economic empowerment of rural women”, dedicata ad approfondire l’approccio all’empowerment delle donne e dell’uguaglianza di genere nei contesti rurali dei Paesi del Mediterraneo.

La sessione, svolta il 16 giugno e moderata da Bianca Pomeranzi, Senior gender advisor della Cooperazione italiana, è stata introdotta dall’Ambasciatore Giampaolo Cantini che ha ricordato il tradizionale impegno dell’ Italia a favore dell’empowerment delle donne attraverso un approccio multidimensionale, in linea con gli SDGs dell'Agenda 2030, che tiene conto non solo dell'empowerment economico e formativo delle donne nei contesti rurali, ma anche  delle loro  condizioni di vita e di lavoro.

Attraverso la testimonianza dell’esperienza concreta del programma regionale "Ge.Mai.Sa" i relatori hanno contribuito ad approfondire la  centralità della Regione MENA e la complessità della situazione delle donne nell'area, mettendo in evidenza la necessità di agire in partenariato con le istituzioni nazionali che sostengano un approccio multidimensionale all'empowerment delle donne anche attraverso il cambiamento delle norme sociali negli specifici contesti locali, specialmente nelle aree maggiormente vulnerabili come quelle rurali.

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Albania – Conversione del debito e credito alle imprese: due leve per lo sviluppo che avvicinano l’Europa

Tirana - Il 17 giugno scorso l’Ambasciatore d'Italia Alberto Cutillo e il Ministro delle finanze albanese, Arben Ahmetaj, hanno firmato il secondo accordo di conversione del debito per ulteriori 20 milioni di euro destinati a sostenere l’attuazione della Strategia nazionale per lo sviluppo e l'integrazione del governo albanese. Ha presenziato alla firma il Direttore della sede AICS di Tirana, Andrea Senatori.

Questo nuovo accordo si inserisce nell’ambito del Protocollo di Cooperazione Italia–Albania per il triennio 2014-2016 che prevede iniziative bilaterali per un ammontare complessivo di 81,7 milioni di euro e si colloca tra le iniziative bilaterali previste a sostegno dello sviluppo umano, della formazione professionale e della coesione sociale. L’accordo fa seguito ai 20 milioni già convertiti nel 2011 per la prima fase del Programma Italo Albanese di Conversione del Debito (Italian-Albanian Debt for Development Agreement, IADSA) che sostiene iniziative di sviluppo promosse da istituzioni pubbliche albanesi a livello nazionale e locale, con l'obiettivo generale di accompagnare l'Albania nel suo cammino verso l'Unione Europea.

La seconda fase del Programma IADSA è finalizzata a capitalizzare le migliori prassi e i risultati finora raggiunti per investire ulteriormente nello sviluppo delle risorse umane, nuova occupazione nelle aree di emigrazione, parità di genere e inclusione sociale in particolare dei giovani disoccupati, delle minoranze e delle persone diversamente abili. Importante è stato il contributo dato al Programma IADSA da Regioni, Enti Territoriali ed Organizzazioni Non Governative italiane, che hanno messo a disposizione dei partner albanesi competenze, esperienze e idee per costruire insieme percorsi innovativi di sviluppo sociale.

Un altro importante strumento di cooperazione che sta registrando risultati positivi è la Linea di Credito del Programma Italo-Albanese per lo sviluppo delle PMI in Albania (PRODAPS), finanziato dalla Cooperazione italiana con un credito di aiuto di circa 44 milioni di euro. Il 15 giugno scorso, nell'ambito di questo programma, il Ministro dello Sviluppo Economico, Turismo, Commercio e Imprenditoria albanese, Milva Ekonomi, l’Ambasciatore d’Italia, Alberto Cutillo, e il Direttore della sede di Tirana dell'AICS, Andrea Senatori, hanno visitato due imprese beneficiarie:“Muharrem Hoçja" a Fushe Kruje e "Kosmonte Foods Tirana" a Domje.

PRODAPS sostiene i progetti d’investimento di aziende albanesi favorendo l'accesso al credito mediante una linea di credito agevolato e un fondo di garanzia gestiti dal Ministero dello Sviluppo Economico albanese. Ad oggi, il programma ha facilitato la realizzazione di 108 progetti di investimento nelle aziende albanesi, per un valore complessivo di oltre 24 milioni di Euro. Tali investimenti hanno reso possibile la creazione di circa 1500 nuovi posti di lavoro.

L’azienda “Muharrem Hoçja” s.r.l è attiva dal 2000 nell’ambito della produzione di calzature per l’esportazione verso il mercato Europeo. Parte degli investimenti produttivi dell’azienda sono stati finanziati con un prestito agevolato del valore di 150.000 euro. Grazie all’investimento in attrezzature e assistenza tecnica italiani - in particolare macchinari per il taglio del pellame - l’azienda ha potuto espandere la gamma di prodotti e la propria capacità produttiva, arrivando ad esportare nel mercato europeo.

La seconda azienda, "Kosmonte Foods Tirana", è un’importante azienda albanesi nel settore dell’importazione e vendita di prodotti alimentari, fra cui carni, latticini, e bevande. Una parte degli investimenti aziendali sono stati finanziati con un prestito agevolato del valore di 500.000 euro concesso dalla linea di credito del Programma. L’investimento ha permesso l’acquisto di impianti di refrigerazione (pannelli e compressori) di origine italiana, costruiti con tecnologie d’avanguardia e in linea con gli standard europei.

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