magazine n. 11/17 – editoriale

di Laura Frigenti, Direttore AICS

• Sul finire del 2017 e in occasione delle festività, sento l’esigenza di condividere con voi un bilancio di questo secondo anno dell’Agenzia. Siamo riusciti, con grande impegno di tutti, a completare la preparazione delle iniziative previste nella programmazione per il 2017. Voglio ricordare inoltre il consolidamento interno dell'assetto organizzativo e funzionale della nostra Agenzia con alcuni importanti traguardi raggiunti come quello dell'immissione nei ruoli del personale: si è così valorizzato pienamente l'apporto professionale delle varie componenti presenti nei nostri Uffici. Continueremo questo processo ultimando la fase di mobilità a cui seguirà finalmente, con l'inizio del nuovo anno, il concorso pubblico che porterà quelle energie esterne che completeranno il quadro delle figure professionali presenti nell'Agenzia.

Ma non solo: siamo riusciti a rafforzare la posizione della Cooperazione italiana a livello internazionale, con varie iniziative tra le quali voglio ricordare il G7 delle Agenzie a Firenze nel mese di novembre, un evento senza precedenti nella storia di questo summit che raduna i Paesi più
avanzati. La nostra giovane Agenzia è riuscita a convocare intorno ad un tavolo i leaders delle Agenzie di cooperazione per lavorare insieme ad un'agenda di consolidamento operativo dei temi politici formulati dal G7 di Taormina.

Abbiamo anche presentato i nostri lavori sui temi più importanti e più urgenti, come quello delle migrazioni, evidenziando il loro legame con le attività di sviluppo nei vari contesti internazionali, al Parlamento Europeo a Bruxelles, a Washington nel quadro delle riunioni annuali della Banca
Mondiale, alle riunioni delle Nazioni Unite. Un risultato importante, dove la nostra Agenzia è riuscita dal punto di vista tecnico a definire le metodologie d'intervento, assumendo a un ruolo guida nei confronti di altri Paesi.

Ora ci prepariamo al 2018, che sarà ancora più impegnativo. Nel terzo anno di vita dell'Agenzia spero che avremo a disposizione una quantità crescente di risorse, in linea con il trend positivo di questi tre anni nei quali abbiamo perseguito un altro grande obiettivo: il consolidamento e il
rafforzamento dei partenariati con i tanti attori della società civile, del mondo privato e imprenditoriale, attivi nel mondo della cooperazione, nei
confronti dei quali sono sicura che riusciremo ad offrire prospettive di collaborazione e di lavoro all'interno del sistema Italia. Per questo siamo impegnati ad aggiornare nuove procedure e proporre nuove occasioni di lavoro che applicheremo ai futuri bandi, lanciati peraltro in forma pilota già nel 2017, e che saranno rafforzati e consolidati.

Un augurio sincero a tutti, a coloro che hanno lavorato nella sede centrale dell'Agenzia a Roma, nella sede di Firenze, nelle nostre numerose sedi estere, ma anche e soprattutto ai nostri partner che permettono alle attività dell'Agenzia di ottenere quei risultati e quell'impatto sui problemi che vogliamo affrontare e senza i quali non sarebbero stati possibili i successi ottenuti.

Tanti auguri di Buon Natale e Buone Feste a tutti!

magazine n. 10/17 – Come produrre sviluppo in Senegal e salvare posti di lavoro in Italia

di Gianfranco Belgrano

La capitale italiana dei meloni ha puntato sul Paese dell’Africa occidentale per allungare i periodi di produzione: una risposta intelligente alle pressioni della globalizzazione e dei supermercati che ha aiutato un piccolo villaggio ma ha anche contribuito a rafforzare l’occupazione negli stabilimenti produttivi situati in Italia.

• Un circolo virtuoso lega da cinque anni Tassette, piccolo villaggio senegalese, con Rodigo, in provincia di Mantova. Se quest’ultima può fregiarsi del titolo di capitale italiana dei meloni, la gemella senegalese da cinque anni sta seguendo la stessa strada contribuendo alla crescita di un progetto di cooperazione economica e sociale che si fonda sul rispetto e sul reciproco vantaggio.

A due ore di auto da Dakar, dopo aver lasciato alle spalle Thiés e aver imboccato una polverosa strada in terra battuta, si arriva a Tassette. Qui, da circa tre anni, è disponibile un centro sanitario fornito di ambulanza e finanziato dalla vendita di quegli stessi meloni che la gente del posto ha imparato a produrre per il mercato italiano. “Abbiamo 286 ettari dati in concessione dallo Stato, in accordo con la comunità locale” racconta Silvano Chieregati, responsabile commerciale dell’impresa mantovana OP Francescon, coinvolto fin dall’inizio in questa operazione che alla fine non è solo commerciale ma parla di sviluppo, difesa del lavoro e cooperazione, grazie anche al coinvolgimento di Coop Italia e della onlus fiorentina Fondazione Giovanni Paolo II.

Cosa abbia spinto l’azienda italiana a trovare partner locali e a scegliere il Senegal, Chieregati lo ha ben chiaro: “Non si è trattato di delocalizzare la nostra produzione ma di rispondere a precise esigenze di mercato e di dare stabilità ai nostri lavoratori a Rodigo”. Quale sia il collegamento è presto detto.

Il progetto nasce da una doppia esigenza: commerciale, perché la globalizzazione impone di avere tutti i frutti tutto lʼanno, e aziendale, dal momento che Francescon produce solo meloni e nel periodo che va da febbraio ad aprile sarebbe costretta a fermarsi. In Italia, racconta ancora Chieregati, “la produzione di meloni comincia in Sicilia alla fine di aprile, in Senegal possiamo invece cominciare a produrre già a febbraio”. Questo significa allungare la stagione e dare lavoro agli operai in Italia che possono occuparsi del packaging e delle operazioni di magazzino già all’arrivo dei primi meloni senegalesi. La scelta del Senegal è stata invece suggerita dalla Coop, uno dei principali clienti dell’azienda mantovana. Una sinergia sfociata poi in una precisa assunzione di responsabilità sociale.

“Tre anni fa, in accordo con Coop Italia - prosegue Chieregati - abbiamo varato progetti che prevedevano un’autotassazione per entrambe le parti di 5 centesimi al chilo sul prodotto che veniva venduto nei supermercati. Questi proventi, tramite la Giovanni Paolo II Onlus, sono stati usati per costruire un centro medico a Tassette, che allora ne era privo; abbiamo preso un’ambulanza e macchinari per fare esami. Il secondo anno abbiamo realizzato alcune aule nella scuola di un villaggio vicino, dove attingiamo personale che lavora in azienda. Adesso stiamo attrezzando la scuola con i banchi, le sedie e altro materiale didattico”.

Che questa sinergia che vede coinvolti comunità locale, un’azienda italiana e il terzo settore funzioni, lo testimonia la buona accoglienza del progetto da parte dei senegalesi dei villaggi coinvolti e dello sviluppo che si sta creando non solo in termini di occupazione diretta (circa 250 senegalesi hanno lavoro nel periodo di massimo impiego) ma anche di indotto.

“Inoltre - conclude Chieregati - lavorare con una onlus sta creando un valore aggiunto determinato dalla sicurezza che i fondi siano utilizzati in maniera appropriata a beneficio della comunità locale e dalla conoscenza del territorio che la stessa onlus ha maturato nel tempo”.

Il centro sanitario di Tassette, finanziato dai meloni prodotti in Senegal e venduti in Italia, è uno dei fiori all’occhiello dell’impegno congiunto messo in atto da Coop e Francescon e dalla onlus Fondazione Giovanni Paolo II. “La realtà solidale - dice Bruno Francescon, presidente e amministratore dell’azienda che porta il suo nome - è stata la ciliegina sulla torta di un percorso che ci sta dando soddisfazioni immense dal punto di vista umano. Abbiamo scoperto che si può fare del bene senza rinunciare al business. E i vantaggi sono per tutti”.

Un impegno che si è tradotto anche in uno sforzo di formazione del personale locale (coltivatori, trattoristi e falegnami per la costruzione delle cassette), in un trasferimento di competenze e di prassi. Ma anche gli standard lavorativi sono, per quanto possibile, italiani: ai lavoratori sono garantiti la copertura sanitaria, la formazione di base su norme igienico-sanitarie, di dispositivi di protezione individuale e un servizio di trasporto dai villaggi vicini alle zone di lavoro.

 

magazine n. 10/17 – COP23, avanti piano, ma avanti, verso l’applicazione degli Accordi di Parigi

di Emanuele Bompan

I lavori sul clima avanzano lentamente: si deciderà nel 2018 il “libro delle regole” per implementare dal 2020 l’Accordo di Parigi. Tra i nodi irrisolti la finanza climatica e le strategie per sostenere i paesi meno sviluppati esposti ai disastri climatici. Approvato il piano di azione di genere e la piattaforma delle popolazioni indigene. Italia: «Stop al Carbone entro il 2025 e COP26 a Milano».

• Bonn - «Al prossimo anno», si salutano i delegati e gli addetti ai lavori lasciando la desolata Bula Zone, nel quartiere ONU di Bonn. La ventitreesima conferenza delle parti del negoziato sul clima si è chiusa con una serie di risultati molto tecnici, tante discussioni rimandate al 2018 e qualche vittoria. Toccherà alla COP24 in Polonia, a Katowice, il compito di definire i meccanismi più delicati, il RuleBook, il “libro delle regole” per applicare l’accordo di Parigi, dall’accounting per il sostegno economico ai Paesi meno sviluppati per mitigazione e adattamento allo sviluppo di un processo che dovrebbe aiutare i paesi a rivedere e ad aumentare i loro impegni per ridurre le emissioni. Il lavoro continuerà per tutto il 2018 con due incontri preliminari a Bonn e tramite il Talanoa Dialogue, un tavolo aperto dove si lavorerà sugli impegni dei paesi, consultando negoziatori, ONG, organizzazioni internazionali e scienziati.

Perdura il senso di urgenza, ma si rimandano le decisioni, in attesa di maggiore assenso politico, che potrebbe essere corroborato da un maggiore protagonismo dei paesi industrializzati, senza deragliare dal percorso inaugurato nel lontano 1992. Persistono le divisioni tra i paesi in via di sviluppo e di nuova industrializzazione, esacerbati dalla richiesta dei PVS ai paesi firmatari del Protocollo di Kyoto di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dalla seconda fase di impegno - per il periodo 2013-2020 – che però non ha ancora ottenuto il numero necessario di ratifiche entrare in vigore. Senza di questo le richieste sulla finanza climatica potrebbero aprire una faglia insanabile nei prossimi due round di negoziati.

«Accogliamo con piacere i molti progressi fatti, tuttavia molti elementi sono stati trascurati. Questo mina l’obiettivo di terminare il “libro delle regole” entro la data stabilita, la fine del 2018. Dobbiamo rimetterci subito al lavoro per finalizzare questo set di regole, senza corse all’ultimo minuto», ha dichiarato Frank Bainimarama, primo ministro delle isole Fiji e presidente della COP di quest’anno.

Quella di Bonn è stata la prima conferenza sul clima dove gli USA, come governo, sono stati quasi ininfluenti: tantissimi invece i governatori, sindaci e businessman americani presenti per sostenere “noi ci siamo ancora” con #WeAreStillIn, una piattaforma per mostrare cosa sta facendo concretamente l’America per decarbonizzarsi, ignorando Donald Trump. Assurge a ruolo di leader la Cina, che ha ribadito il proprio impegno per sostenere l’accordo di Parigi, ponendosi sia come interlocutore con l’Occidente che come leader del G77. L’Europa procede felpata, cauta soprattutto sul nodo della finanza climatica, ovvero dove (e come) prendere i 100 miliardi necessari per il 2020, creando risorse addizionali – non conteggiando ad esempio i soldi investiti nella cooperazione allo sviluppo – e sugli impegni pre-2020, quando di fatto entrerà in pieno vigore l’accordo di Parigi.

Italia, per la prima volta protagonista

La differenza nel blocco EU l’ha fatta in parte l’Italia che cerca il ruolo da protagonista guidando l’alleanza per il phase-out del carbone e marcando stretto per promuovere il Belpaese – Milano in particolare – come sede dell’importante COP26 del 2020, quando gli stati dovranno mostrare la vera ambizione nelle politiche industriali e ambientali per la riduzione delle emissioni, al fine di rimanere sotto la soglia di 1,5°C di aumento medio della temperatura globale. Un evento che, se sarà confermato, spingerà l’Italia e il futuro governo ad essere sempre più ambiziosa sulle strategie di mitigazione, sia in casa che attraverso i propri progetti. «Noi vogliamo obiettivi ambiziosi, ma l’Europa ci deve seguire», ha dichiarato il ministro dell’ambiente Gianluca Galletti.

E sempre l’Italia si è posta tra i firmatari dell’accordo #PoweringPastCoal per dismettere il carbone come fonte di elettricità. «Saremo fuori dal carbone entro il 2025», ha annunciato il ministro durante una conferenza stampa a Bonn. «Abbiamo costruito la SEN su obiettivi ambientali basati sull’Accordo di Parigi, includendo questo obiettivo. Questa decisione va nella direzione di ridurre le emissioni del 40%, raggiungere una quota del 28% di energie alternative sui consumi complessivi al 2030 rispetto al 17,5% del 2015, raggiungendo per il solo consumo elettrico una quota del 55%. Chiudere le centrali a carbone costerà tre miliardi. Ma è una scelta necessaria».

Il governo italiano e la Convenzione Quadro ONU per i cambiamenti climatici (UNFCCC) hanno lanciato un programma di borse di studio finalizzato a rafforzare la capacità istituzionale dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo e dei paesi meno sviluppati di rispondere alle le sfide derivanti dai cambiamenti climatici. Il nuovo programma CAPACITY, acronimo di Capacity Award Programme to Advance Capabilities and Institutional Training in one Year, punta sulla formazione di professionisti in grado di lavorare su temi di sviluppo sostenibile, dagli esperti di resilienza ai negoziatori, dagli economisti per lo sviluppo sostenibile alla formazione di leader politici green.

«L’Italia ha accettato di fornire un finanziamento di 2,5mln di euro per il programma di borse di studio, che sarà inizialmente lanciato per un periodo di cinque anni», spiega sempre il Ministro Galletti, durante una serie d’interviste nel padiglione italiano. «Con l’ambizione di coinvolgere altri paesi in questo importante programma, il governo italiano crede fermamente che migliorare la capacità di individui, organizzazioni e istituzioni nei paesi in via di sviluppo di identificare, pianificare e implementare modi per mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici è fondamentale per consentire ai paesi in via di sviluppo di perseguire i nostri obiettivi comuni per lo sviluppo sostenibile in modo rispettoso del clima».

Oltre l’Accordo di Parigi

Se gli stati faticano a trovare l’intesa sul “libro delle regole” per implementare il Paris Agreement, per la prima volta si ha l’impressione che il grosso dei lavori per accelerare la decarbonizzazione del pianeta non si svolga all’interno dell’area negoziale ma negli spazi delle organizzazioni internazionali, business e società civile. Tra impegni delle grandi città a nuove alleanze d’imprese per la decarbonizzazione, per grandi piani di mitigazione e adattamento, fino al lavoro delle agenzie di cooperazione e sviluppo per accelerare i processi di mitigazione e adattamento (si veda anche l’intervista a GIZ in questo numero).

Una forza laterale, rinforzata dalla reticenza degli USA, unico stato oggi che si vuole fuori dall’Accordo di Parigi, che durante la COP23 non ha saputo far di meglio che organizzare una conferenza ufficiale sul carbone. «L’equivalente di organizzare un incontro promozionale sulle sigarette ad una convention sul cancro», ha commentato sprezzante l’ex sindaco di NY, Michael Bloomberg. «Credo che questo grande attivismo del mondo degli affari, delle città, dell’associazionismo sia una dimostrazione che anche dal basso l’azione deve essere imponente, e che la rapidità necessaria arriverà da questi attori», spiega Mariagrazia Midulla, responsabile clima di WWF Italia. «Le imprese, i territori e le ONG hanno un ruolo centrale in questo. Deve crescere l’attenzione su questo tipo di azioni, da parte di ogni attore». E chissà che le prossime COP non diventino una grande fiera della decarbonizzazione. Dopo l’EXPO sul Cibo di Milano nel 2020 potremmo avere un EXPO sulle strategie di mitigazione ed adattamento, su green finance, sul ruolo dell’agricoltura sostenibile nel ridurre metano e anidride carbonica, sull’economia circolare come strategia industriale a basse emissioni.

Loss and Damage

Uno dei meccanismi discussi a Bonn è stato quello del Loss & Damage, noto anche come Warsaw International Mechanism (WIM), il meccanismo di compensazione delle perdite dovute ai fenomeni meteo estremi causati dai cambiamenti climatici nei paesi meno sviluppati, nato con la COP19 di Varsavia. Per il WIM è stata definita una tabella di marcia di cinque anni, la quale vede soddisfatti Unione Europea e Umbrella Group (i paesi sviluppari non-EU), ma trova un forte dissenso dal gruppo AOSIS (l’alleanza dei piccoli stati insulari) e i Least Developed Countries (LDCs) i quali chiedono molte più risorse economiche per il Warsaw International Mechanism (WIM). «Noi abbiamo bisogno di una soluzione chiara per i danni che il cambiamento climatico, con l’aumento dei livelli del mare, infliggerà alle mie isole, alle città costiere e a tutte le comunità del mondo», ha commentato l’ambasciatore delle Seychelles Ronny Jumeau, sottolineando che «un elemento chiave della soluzione è il Loss & Damage. Abbiamo bisogno di una strategia finanziaria per affrontare gli impatti. Servirebbe una tassa sui danni climatici, come fonte finanziaria, scalabile ed equilibrata. Questa proposta deve avanzare».

Varie soluzioni di finanziamento sono state prese in considerazione, ma il blocco negoziale europeo avanza con i piedi di pietra. «Il rischio è che questo crei un sistema di finanziamento incontrollato per ogni disastro, giacché gli uragani, ad esempio, non sono direttamente correlati al cambiamento climatico», spiega una fonte negoziale che preferisce non rivelare la sua identità per coinvolgimento nel negoziato. «La mancanza di correlazione diretta tra evento catastrofico e climate change rende il meccanismo complesso. Inoltre c’è forte pressione da parte delle grandi imprese energetiche che temono che questo meccanismo apra il vaso di pandora per una serie di processi dove le compagnie petrolifere o carbonifere debbano pagare direttamente per gli impatti catastrofici del climate change». Una paura fondata. Si è discusso ampliamente di azioni legali per il clima: nei prossimi anni c’è da scommettere sull’aumento delle class action contro le società legate ai combustibili fossili.

Intanto le soluzioni agli impatti del cambiamento arrivano anche dal settore privato. A Bonn si è lanciata l’InsuResilience Global Partnership for Climate and Disaster Risk Finance and Insurance Solutions, un piano per aumentare la copertura assicurativa contro gli impatti avversi degli eventi meteo estremi, a 400 milioni di poveri nei PVS entro il 2020. La partnership supporterà l’analisi del rischio, il capacity building e soluzioni assicurative e finanziarie, supporto per l’implementazione, il monitoraggio e la valutazione di progetti di messa in sicurezza, in particolare per le popolazioni urbane più povere, e le attività agricole in aree depresse.

Uguaglianza di Genere e ruolo delle popolazioni indigene per il clima

Al di fuori della finanza e del “RuleBook” si sono registrati due importanti risultarti. Il primo è l’adozione del primo piano di azione dell’UNFCCC sulle politiche di genere e clima. Il Gender Action Plan (GAP) definisce una serie di attività per i prossimi due anni di implementazione del Accordo di Parigi, dove si svilupperanno politiche sul clima dal punto di vista del gender, programmi di sviluppo da implementare anche nei progetti di cooperazione, eventi di knowledge-sharing e l’istituzione di un fondo per sostenere i viaggi e la partecipazione alle attività formative delle donne, in particolare quelle provenienti dalle organizzazioni indigene e dai paesi meno sviluppati. «Questi lavori contribuiranno a un approccio degli accordi sul clima più consapevoli dell’importante ruolo che le donne svolgono nelle politiche di adattamento e mitigazione», afferma Chiara Soletti della Women and Gender Constituency, e membro di Italian Climate Network. «Riconoscendo anche il fatto che proprio le donne delle aree rurali e forestali, per le tipologie di lavori svolti, sono le più esposte alle trasformazioni ambientali indotte dal climate change. Per far si che questo non rimanga uno sterile preambolo, gli stati membri e tutte le parti del negoziato devono contribuire attivamente per lo sviluppo di queste politiche».

Durante il penultimo giorno di lavori invece è stata lanciata la Piattaforma delle Comunità Locali e dei Popoli Indigeni (LCIP), uno spazio di scambio di esperienze e conoscenze tradizionali delle comunità indigene con il resto del mondo, che faciliterà l’impegno e la partecipazione dei popoli indigeni e delle comunità locali nelle decisioni rilevanti, inclusa l’implementazione dell’Accordo di Parigi. Secondo Nele Marien, di Friend of the Earth International, questo è un ottimo passo per iniziare a condividere informazioni e strategie tra le comunità indigene e i territori. «Tuttavia non è un meccanismo per proteggere realmente le popolazioni indigene dagli abusi. Serve per questo un maggiore ruolo delle associazioni e della cooperazione».

magazine n. 10/17 – editoriale

di Laura Frigenti, Direttore AICS

• Ci avviamo verso la conclusione di un altro intenso anno di lavoro, ma siamo convinti che il nostro impegno, nei vari progetti di cooperazione in tutto il mondo, non è certo finito. Anzi, continua con più forte determinazione anche alla luce degli importanti appuntamenti che stiamo vivendo e di cui parliamo ampiamente in questo numero del nostro Magazine.

Non solo momenti attuali ma anche futuri: sappiamo che il prossimo anno si aprirà con il grande evento della Prima Conferenza Nazionale della Cooperazione, un’occasione di grande rilevanza per rilanciare la nostra iniziativa in un momento in cui ne avvertiamo tutti la necessità, di fronte alle sfide che abbiamo come quella dell’immigrazione e delle migrazioni. Il Summit delle Diaspore, verso le quali la nostra Agenzia sta riservando la massima attenzione, svoltosi recentemente a Roma, ha posto con forza l’esigenza di favorire sempre più alti livelli di convivenza nel nostro Paese e in Europa, fondati sui valori dell’accoglienza, dell’integrazione e della convivenza, rispettosa delle diverse identità, che devono coniugarsi col rispetto delle regole, dello sviluppo, dell’uscita dalla crisi e dell’impegno verso più alti livelli di occupazione. La componente sociale delle diaspore impegnata anche come volano di sviluppo nei loro Paesi d’origine.

E ancora, a Firenze, si è svolto il Vertice delle Agenzie della Cooperazione dei Paesi membri del G7: prima di lasciare il testimone al Canada la presidenza italiana ha voluto un ulteriore appuntamento di spessore in linea con gli intenti del summit di Taormina, confermando così l’impegno dei Paesi più sviluppati nei confronti della periferie dimenticate del mondo. Dal primo rapporto realizzato dall’Osservatorio di Pavia, presentato a Roma da COSPE Onlus, FNSI e USIGRAI, emerge la necessità di maggiori spazi di approfondimento per far conoscere contesti locali apparentemente lontani geograficamente ma sempre più vicini per le interdipendenze di una società globalizzata.

In linea con gli sforzi dell’Italia per applicare l’Accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni dannose a livello climatico, la riunione di Bonn per rilanciare il negoziato sul clima si pone come un nuovo tassello verso un condiviso “libro delle regole” contro ogni forma di inquinamento che finisce per costituire una causa rilevante del crescente squilibrio tra i Paesi più e meno sviluppati di ogni continente.

Infine, ma non certo per importanza in quanto rappresentano il cuore del nostro lavoro, i reportage e gli stimoli che ci vengono rappresentati dai Paesi dove l’Aics sta lavorando con iniziative e progetti concreti: Etiopia, El Salvador, Perù, Giordania, Mozambico, Sudan, Myanmar; Somalia, Senegal. Un anno dunque che si avvia alla sua conclusione, ma non termina il nostro impegno per la Cooperazione, per un mondo solidale ed ecosostenibile, un mondo veramente per tutti!

 

magazine n. 9/17 – Stop alla poliomielite, per sempre

di Enrico Materia, Responsabile AICS Sviluppo Umano

• La poliomielite, una delle malattie infettive più temibili che colpisce soprattutto i bambini con meno di cinque anni che vivono in zone povere e disagiate causando morte o disabilità permanente, può essere definitivamente debellata sul nostro pianeta.

Negli ultimi 25 anni, grazie ai programmi di vaccinazione, il numero dei casi si è progressivamente ridotto fino a soli 37 casi registrati nel 2016: la malattia è ormai concentrata solo in tre paesi del mondo - Pakistan (20 casi), Afghanistan (13 casi), e Nigeria (4 casi). La comunità internazionale è impegnata a eradicare la polio rafforzando i programmi di vaccinazione per interrompere la circolazione del virus nei tre paesi a rischio e aumentare l’immunità della popolazione. Nel 1988 fu lanciata l’iniziativa globale per l’eradicazione della poliomielite – la Global Polio Eradication Initiative (GPEI) – finanziata da donatori pubblici e privati con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) e UNICEF incaricate di realizzare l’iniziativa sul campo in collaborazione con i Ministeri della Salute dei Paesi partner.

Come approvato nel corso del Comitato Congiunto della Cooperazione allo Sviluppo dello scorso 29 settembre, AICS
erogherà alle due Agenzie internazionali un contributo complessivo pari a 4.5 milioni euro per contribuire al programma di eradicazione della polio: 1,25 milioni rispettivamente a UNICEF e WHO in Afghanistan, e 1 milione ciascuno alle due Agenzie in Pakistan. I due Paesi sono considerati, ai fini dell’eradicazione, come un unico blocco epidemiologico a causa degli intensi flussi transfrontalieri di nomadi, migranti e lavoratori stagionali. L’impegno italiano era stato annunciato nel luglio 2017 alla Rotary Convention tenutasi ad Atlanta, dove i maggiori donatori per la salute globale avevano dichiarato un contributo complessivo pari a 1,2 miliardi di USD per finanziare il programma GPEI.

Il Pakistan è un Paese a basso-medio reddito, prioritario per la Cooperazione italiana in ragione della perdurante
instabilità politica, economica e sociale. È il sesto paese più popoloso della terra (190 milioni di abitanti nel 2015) con 38 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni che necessitano di essere raggiunti dal programma di vaccinazione. Anche in Afghanistan, il Paese che riceve il maggior volume di finanziamenti da parte della Cooperazione Italiana, l’eradicazione della polio rappresenta una priorità e il target è rappresentato da quasi 10 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni.

In entrambi i Paesi, i programmi nazionali di azione contro la polio prevedono di raggiungere una copertura di almeno il 90% necessaria a interrompere la trasmissione del virus e garantire l’immunità “di gregge”. I partner lavorano nell’ambito di piattaforme comuni (“One Team under One Roof”) sotto la direzione dei Governi nazionali e provinciali. I piani di azioni prevedono giornate nazionali e subnazionali di vaccinazione, attività di outreach nelle comunità meno accessibili, e presidi fissi nei punti di valico dove vaccinare i bambini delle famiglie in transito. Sono previsti team mobili per effettuare le vaccinazioni porta a porta, e per raggiungere la popolazione target nelle aree più remote viene utilizzata una strategia vaccinale community-based (CBV) che fa leva su personale locale volontario, in gran parte femminile. Questo approccio permette di ovviare alle difficoltà esistenti nelle aree rurali dove, a causa dell’organizzazione tribale, i team composti da personale maschile non sono usualmente ben visti. Per sensibilizzare le comunità sono stati coinvolti anche gli Ulema, le autorità religiose.

Il programma prevede l’utilizzo sia del vaccino antipolio orale bivalente sia del vaccino antipolio iniettabile. Come dimostrano le evidenze scientifiche, il vaccino orale bivalente a differenza di quello orale trivalente, riduce al minimo il rischio di circolazione del poliovirus che può derivare dal vaccino, mentre il vaccino iniettabile è molto efficace nel proteggere i bambini sia dal poliovirus selvaggio che da quello derivante dal vaccino orale.

Il contributo italiano sia in Pakistan che in Afghanistan contribuirà a migliorare la qualità delle campagne vaccinali antipolio attraverso il coinvolgimento delle comunità, le attività di formazione del personale e la strategia CBV, svolgere attività di outreach nelle comunità più remote e deprivate, e vaccinare i bambini nei punti di transito. L’AICS parteciperà alle attività di verifica dei risultati e agli incontri dell’organismo di monitoraggio del programma globale, costituito su richiesta dell’Assemblea Mondiale della Sanità, oltre che ai forum internazionali cui partecipano tutti gli stakeholder della strategia di eradicazione della poliomielite. La definitiva cancellazione di questa malattia rappresenterà un successo per la salute globale simile a quello conseguito con il vaiolo nel secolo scorso.

magazine n. 9/17 – Sviluppo sostenibile: ecco il fondo UE, ma serve anche “Global Britain”

di Vincenzo Giardina

Lo European Fund for Sustainable Development (Efsd) punta a mobilitare investimenti per oltre 40 miliardi di euro. Ma la chiave per il successo è il coordinamento, prima e dopo Brexit. Lo spiegano Linda McAvan, presidente della Commissione sviluppo dell’Europarlamento, e Simon Maxwell, senior research associate dell’Overseas Development Institute (Odi).

Il 28 settembre si è tenuto il primo strategic board del fondo denominato European Fund for Sustainable Development (Efsd). “Agli Stati fragili oggi va appena il 6 per cento degli investimenti diretti e allora questo è un passo importante” spiega Linda McAvan, presidente della Commissione sviluppo del Parlamento europeo. Al centro dell’intervista un nuovo fondo UE da tre miliardi e 350 milioni di euro, che sarebbe capace di mobilitare fino a 44 miliardi. “Servono più investimenti per i Paesi poveri, ma attenzione - avverte McAvan - un cambiamento vero presuppone che si muovano i privati”.

Accanto a Roberto Ridolfi, direttore generale nella Commissione Ue per la Crescita sostenibile e lo sviluppo, sedevano gli osservatori dell’Europarlamento. Ed è stata proprio l’assemblea di Bruxelles a definire il quadro legislativo, immaginando il Fondo come architrave dell’External Investment Plan (Eip), il piano per gli investimenti in Africa e nelle regioni interessate dalle politiche di vicinato.

Ma la dinamica qual è? “L’Europa si sta muovendo nella direzione tracciata dai summit sul finanziamento dello sviluppo che si sono tenuti nella capitale etiopica Addis Abeba e a New York tenendo come riferimento l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite” risponde McAvan. “C’è la consapevolezza condivisa che sia necessario coinvolgere i privati e uno degli obiettivi del Fondo è proprio ridurre i rischi per le società interessate a investire, in modo che acquisiscano fiducia: soltanto così nei Paesi poveri potranno arrivare più risorse”.

Gli ambiti d’intervento sono differenti, dalle infrastrutture all’economia digitale, dalle energie rinnovabili all’agricoltura. L'inizio, sintetizza McAvan, di un cammino che potrebbe favorire la creazione di posti di lavoro nei Paesi d’origine dei flussi migratori: “Speriamo che già a novembre la Commissione europea annunci il primo settore d’intervento, aprendo ai singoli progetti per l’Africa e le aree delle politiche di vicinato”. Secondo l’eurodeputata, “bisogna superare il gap negli investimenti per creare lavoro e dunque sviluppo”. Un impegno, questo, condiviso dai Paesi dell’Ue che più hanno spinto per il Fondo. Lo conferma Luigi Grandi, esperto dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo: “Il nuovo strumento alimenta grandi aspettative rispetto alla capacità di produrre un effetto leva sugli investimenti in Africa e in particolare nei Paesi di origine dei flussi migratori”. Nella fase delle decisioni, a ogni modo, il confronto tra i governi degli Stati membri è stato serrato. In Europa, sottolinea ancora Grandi, le prospettive e le sensibilità ri- spetto all’Africa "erano e restano differenti”.

E come giudicare del resto gli accordi bilaterali sottoscritti da diversi governi dell'area Ue con Stati africani di origine o transito dei migranti? Non si sta puntando troppo sull’aspetto repressivo? “Sono preoccupata che i fondi per lo sviluppo finiscano nella gestione dei flussi, contribuendo magari a nuovi muri o finanziando espulsioni” risponde McAvan, esponente dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici: “Non dobbiamo spendere per rimpatriare i migranti ma per creare opportunità”. E a preoccupare la presidente è anche altro, come cittadina britannica ed europea: “Esiste il rischio che Brexit possa finire per penalizzare l’Africa, perché finora il Regno Unito è stato un Paese influente nell’Ue, uno dei pochi a rispettare la soglia dello 0,7 per cento del Prodotto interno lordo da investire nei progetti di sviluppo”.

I rapporti tra Londra e Bruxelles saranno decisivi, concorda un altro esperto britannico, Simon Maxwell. “Senza coordinamento i costi lievitano e l'efficacia degli interventi di cooperazione diminuisce” spiega l’ex direttore, oggi “senior research associate” dell’Overseas Development Institute (Odi): “Per questo, anche con la Brexit, tenendo fede agli impegni sullo 0,7 per cento del Pil, bisognerà continuare a lavorare con i partner dell'Ue”. Secondo Maxwell, intervistato a Roma a margine del meeting dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, la prospettiva deve restare quella di “una ‘Global Britain’ che mantiene le proprie responsabilità internazionali cogliendo le opportunità del commercio e della cooperazione”. Essenziale per poter mobilitare più risorse, poi, la giusta comunicazione. “Invece di perderci in dettagli dobbiamo dare la ‘big picture,’ il quadro d’insieme segnato da progressi, indispensabile se vogliamo stimolare entusiasmo” sottolinea l’esperto: "Bisogna smetterla di presentare solo storie disperate che alimentano pessimismo, si tratti della carestia in Yemen con i bambini che muoiono di fame o della guerra in Congo". Sarebbe allora “essenziale puntare su storie più articolate" perché "non si ispirano le persone raccontando che il mondo è un posto terribile". Come dire: parliamo anche del diritto allo salute che si fa strada nei villaggi dell’Etiopia, tessera di un puzzle che può dare speranza. Lo dicono i numeri, certificati dall’Onu: tra il 1990 e il 2015 nei Paesi in via di sviluppo la quota di popolazione in condizioni di povertà assoluta si è ridotta dal 47 al 14 per cento. Al netto di carestie e disastri, il saldo positivo sarebbe di 915 milioni di persone. Una buona notizia, aspettando le ricadute del fondo europeo.

magazine n. 9/17 – Per una cooperazione di valore e di valori

di Laura Frigenti, Direttore AICS

• La domanda che Papa Francesco ha posto a tutti noi nel suo intervento alla celebrazione della Giornata mondiale dell’alimentazione ci interroga e offre nuovi stimoli per il nostro lavoro: “È troppo pensare di introdurre nel linguaggio della Cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, parità nel trattare, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia? ... Queste parole esprimono il contenuto pratico del termine “umanitario”, tanto in uso nell’attività internazionale. Amare i fratelli e farlo per primi, senza attendere di essere corrisposto: è questo un principio evangelico che trova riscontro in tante culture e religioni e diventa principio di umanità nel linguaggio delle relazioni internazionali. È auspicabile che la diplomazia e le Istituzioni multilaterali alimentino e organizzino questa capacità di amare, perché è la via maestra che garantisce non solo la sicurezza alimentare, ma la sicurezza umana nella sua globalità..."

Dare senso e significato quindi alla Cooperazione internazionale in una dimensione di valori è un richiamo forte perché spesso siamo limitati dalle nostre preoccupazioni quotidiane, impegnati nel far gestire al meglio i nostri investimenti per i tanti progetti sparsi nel Mondo perdendo di vista il senso e il significato ultimi della nostra azione. Ma la Giornata Mondiale dell'Alimentazione, arrivata oggi in oltre 150 Paesi diventando uno dei giorni più celebri del calendario delle Nazioni Unite, ci ricorda che il nostro impegno è parte di un progetto più vasto che non solo considera la nutrizione adeguata e la salute come diritti umani fondamentali ma li lega alla nostra azione nei Paesi in via di sviluppo. L’alimentazione è infatti uno dei fattori che maggiormente incidono sullo sviluppo, sul rendimento e sulla produttività delle persone, sulla qualità della vita e sulle condizioni psicofisiche con cui si affronta l’invecchiamento. I successi ottenuti, come quello di dimezzare negli ultimi 20 anni la probabilità di un bambino di morire prima dei cinque anni con circa 17.000 bambini salvati ogni giorno non devono farci perdere di vista il secondo Obiettivo di Sviluppo Sostenibile per raggiungere Fame Zero entro il 2030.

Occorre dunque ricordare, al di là degli obiettivi dell’Agenda 2030, che il richiamo ai valori più veri e autentici della convivenza mondiale fondata su principi di uguaglianza, sviluppo sostenibile, solidarietà, sarà il vero collante di un’azione globale complessa che la Comunità internazionale dovrà portare a compimento.

magazine n. 8/17 – Myanmar, rinascere con la cultura

di Paola Boncompagni

• Dall’alto dei suoi cento metri, l’abbagliante cupola dorata della magnifica pagoda Shwedagon illumina il grigio cielo monsonico che nel pieno della stagione delle piogge sovrasta Yangon. Con i suoi sei milioni di abitanti, le strade della città brulicano di persone, invase da un traffico incessante che scorre lento verso Downtown, il centro storico dell’ex leggendaria capitale birmana, Rangoon.

E’ bene ricordarlo, oggi il Paese si chiama Myanmar e dal 2005 ha una nuova, asettica capitale amministrativa chiamata Nay Pyi Taw, che sorge 300 chilometri a nord ed è la sede del governo. Nonostante il nuovo nome, Yangon è rimasta dov’era, circondata dalle grandi acque dell’omonimo fiume, conservando il suo fascino e un patrimonio storico-artistico di inestimabile valore.

Durante i suoi sessant’anni di vita coloniale, dal 1888 al 1948, la capitale birmana è stata uno dei più preziosi gioielli dell’Impero britannico, una città cosmopolita connotata da un mélange di tradizioni locali, indiane, cinesi e inglesi, che in varie epoche ha accolto grandi scrittori, artisti e poeti. A partire dal 1962, per cinque lunghi decenni il Paese è rimasto completamente isolato a causa delle politiche del governo militare, preservando un patrimonio storico artistico di grande pregio, incluso il centro storico di Yangon costellato da pagode, chiese, moschee e sinagoghe, nonché da eleganti edifici e imponenti complessi del periodo coloniale.

A differenza di altre capitali del sud-est asiatico, i cui centri storici sono stati in gran parte demoliti a favore di costruzioni ultramoderne, Yangon ha preservato la sua eredità culturale ed è oggi la capitale commerciale di un Paese in forte espansione economica. Le preziosità architettoniche del centro storico però sono assai fatiscenti e necessitano di massicci interventi di consolidamento, riqualificazione e restauro. L’Italia, attraverso la sua ambasciata e Aics Yangon, è tra i maggiori protagonisti della sua rinascita. “Sosteniamo il governo del Myanmar nel preservare l’intera area di Downtown Yangon, che ha il potenziale per diventare una delle più interessanti capitali del sud-est asiatico dal punto di vista architettonico e culturale”, spiega Giorgio Aliberti, ambasciatore italiano in Myanmar. “Lavoriamo con le istituzioni locali e siamo impegnati nel coinvolgere altri attori e donatori che possano investire in questo grande piano di rinnovamento.”
Le relazioni tra Myanmar e l’Italia sono buone, afferma l’ambasciatore, ricordando il suo recente incontro con la leader de facto del Paese, Aung San Suu Kyi che, in quanto figlia del venerato padre della patria, il generale Aung San, ha una visione forte del passato e tiene molto alla valorizzazione del patrimonio culturale nazionale. “Stiamo sostenendo il Yangon Heritage Trust, un centro di eccellenza privato”, continua Aliberti, “per realizzare una mappatura degli edifici storici da restaurare, che saranno circa 600”. L’idea sarebbe poi quella di concentrarsi su un palazzo in particolare, dove poter mantenere un piccolo spazio per realizzare una sorta di Casa Italia, dove potranno aver luogo attività culturali tutte italiane e tenere alto il nostro prestigio nel centro della città.

Nella sede di Aics Yangon, il direttore Maurizio Di Calisto illustra il quadro di riferimento dell’Agenzia in Myanmar, composto da tre aree principali: “La prima è quella della governance, con il nostro sostegno al governo nel coordinamento dei donatori e con il nostro importante ruolo nel processo di pace. La seconda riguarda lo sviluppo rurale, inteso come inclusione sociale e rafforzamento economico delle comunità, per il quale interveniamo in alcune zone selezionate tra le più povere del Paese. La terza area riguarda la valorizzazione del patrimonio culturale, che sosteniamo con l’assistenza tecnica agli enti preposti, in modo che possano cominciare a gestire questa importante eredità in maniera fruttuosa. Occorre però considerare che siamo in fase di avviamento, poiché il Paese si è aperto solo nel 2013 dopo una lunga fase dittatoriale, anche se devo riconoscere che in pochissimi anni si sono fatti passi da gigante.”

AICS ha come controparti il ministero degli Affari religiosi e della Cultura, e il ministero degli Hotel e del Turismo per alcune attività volte al rafforzamento delle capacità locali per la gestione dei siti d’interesse culturale e la loro destinazione. L’Agenzia collabora inoltre con il Dipartimento di archeologia del ministero degli Affari religiosi e della Cultura, con il quale avvierà alcuni interventi nell’antica capitale del Rakhine, Mrauk-U, sostenendo il suo inserimento, insieme a quello del complesso monumentale di Bagan, nella World Heritage List dell’Unesco.

“Attualmente nel sito di Mrauk-U”, continua Di Calisto “sono stati individuati circa 3 mila templi e pagode. La documentazione ad oggi esistente sul sito però è stata finora custodita in alcune buste di plastica che sono generalmente utilizzate per la conservazione del riso. Il lavoro è complesso e interessante, ma si parte da zero. Inoltre teniamo molto alla riqualificazione del prezioso patrimonio immobiliare di Downtown Yangon, unico nel sud-est asiatico dal punto di vista storico culturale.”

Se è vero che l’incremento del turismo di un Paese si traduce in sviluppo economico e prestigio internazionale, i recenti dati del settore in Myanmar sono promettenti. Secondo il Myanmar Tourism Master Plan 2013/2020, tra il 2011 e il 2012 i visitatori sono aumentati del 29,7 per cento, pari a un milione di persone. Nel 2015 sono stati ben 4,68 milioni i turisti a entrare nel Paese e si prevedono aumenti vertiginosi negli anni a venire. “L’Italia contribuisce in modo decisivo e qualitativo a questo sviluppo e, con un impegno di più di 4 milioni di Euro stanziati nel periodo 2014-2016 sul settore culturale, è oggi in Myanmar il primo partner europeo nel settore della salvaguardia dell’eredità culturale.”

 

magazine n. 8/17 – Patrimonio culturale, un campo cruciale per lo sviluppo sostenibile

di Emilio Cabasino, AICS

Gli studi messi a punto da autorevoli organismi internazionali cercano di analizzare il binomio fra economia e cultura, mettendo in luce il nesso con lo sviluppo. Le Linee guida della Cooperazione italiana vanno in questa direzione e delineano le priorità tematiche del nostro aiuto pubblico allo sviluppo. Alle Linee guida si ispirano iniziative della Cooperazione italiana, quali il riallestimento del nuovo spazio del Museo nazionale di Beirut o il progetto di assistenza tecnica attualmente in corso in Bolivia. La Cooperazione italiana dovrà mantenere alta la tradizione consolidata in materia di conservazione e gestione del patrimonio culturale e individuare nuove possibili forme di aiuto in questo campo.

• Nell’opinione pubblica, orientata anche dai mezzi di informazione e di comunicazione di massa, è sempre più diffusa la consapevolezza del legame esistente tra patrimonio e attività culturali ed economia, così come negli ultimi trent’anni si sono diffusi studi, pubblicazioni, convegni e corsi di formazione dedicati espressamente all’economia della cultura. Se la fondatezza del binomio fra economia e cultura è ragionevolmente condivisibile, meno facile è documentarne, con dati e serie statistiche consolidate, le reali dimensioni per estensione, qualità e profondità dei fenomeni osservati. In altre parole, un conto è dire che un’area archeologica, una basilica, un concerto di musica classica o uno spettacolo teatrale producono o possono produrre ricchezza e un valore aggiunto, un altro è dimostrarlo con cifre alla mano. Tanto più se si considerano gli ingenti costi fissi che ciascuno degli esempi appena evocati ha, per essere conservato o prodotto e la difficile misurazione dei benefici che generano o che possono generare: si tratta, infatti, di benefici materiali o intangibili destinati alla comunità residente, ai fornitori di servizi e ai visitatori (locali e stranieri).

Lo spettro degli ambiti di riferimento e della platea dei beneficiari reali e potenziali si amplia a dismisura, poi, se nella categoria includiamo il patrimonio culturale immateriale, come tradizioni, feste e saperi artigianali o le industrie culturali e creative, come la letteratura e l’editoria, la musica dal vivo e riprodotta, il cinema e l’audiovisivo, il design e la produzione artigianale di qualità. Il fatto che il fenomeno presenti difficoltà di misurazione non vuol dire che la misurazione stessa non sia possibile, prova ne siano le metodologie e gli studi messi a punto da autorevoli organismi internazionali (quali Unesco, Banca mondiale, Ocse) che cercano di analizzarlo anche sotto il profilo del contributo che beni e attività culturali possono fornire allo sviluppo sostenibile. A tale filone di ricerca e indagine è riconducibile il ragionamento sulle finalità e sull’efficacia delle iniziative di cooperazione che intervengono su questi ambiti, così come sul loro ruolo nelle relazioni diplomatiche tra singoli stati, o tra organismi sovranazionali e singoli stati o aree di intervento regionali, come ad esempio è il caso dell’Unione europea e del suo Servizio per l’azione esterna con il documento “Verso una strategia dell'Unione europea per le relazioni culturali internazionali”.

Ad altro, autorevole, livello si possono ricondurre la risoluzione dell’Onu adottata il 20 dicembre del 2013 sulla funzione della cultura per lo sviluppo sostenibile, il documento ad essa collegata, pubblicato dall’Unesco, “Culture for Sustainable Development” e i rapporti presentati sempre dall’Unesco nel 2015 e nel 2017, quest’ultimo in preparazione, dal titolo "Re-Shaping Cultural Policies”.

Coerentemente con gli orientamenti evocati, gli uffici dell’attuale Aics, quando erano ancora incardinati nella Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo del Maeci, hanno elaborato, in collaborazione con un gruppo di ricerca della Scuola superiore di Sant’Anna di Pisa e altri autorevoli revisori, le Linee guida della Cooperazione italiana su patrimonio culturale e sviluppo, dalle quali emergono le seguenti priorità tematiche dell’aiuto pubblico allo sviluppo: la promozione della diversità culturale, del dialogo interculturale e dell’accesso alla cultura; la cultura intesa come leva per la crescita economica, la creatività e l’innovazione; la protezione e la tutela del patrimonio culturale mediante la condivisione di saperi, competenze, tecnologie e metodologie innovative; la formulazione di politiche e quadri istituzionali di protezione e valorizzazione del patrimonio culturale e della cultura.

A queste linee si ispirano, pertanto, le iniziative della Cooperazione italiana nel settore quali, ad esempio, gli interventi che hanno recentemente permesso il riallestimento del nuovo spazio del Museo nazionale di Beirut, inaugurato nell’ottobre del 2016, o il progetto di assistenza tecnica attualmente in corso in Bolivia, finalizzata a sostenere il locale ministero delle Culture e del turismo nella ridefinizione di strumenti di programma e operativi, per la migliore conservazione e gestione sostenibile del patrimonio culturale e delle aree naturali protette, in stretto collegamento con la loro valorizzazione, anche turistica.

Alla luce delle variabili appena descritte e del complesso quadro mondiale attuale, nel quale si sta tornando ad evocare lo “scontro di civiltà” prefigurato nel saggio di ventun anni fa di Samuel P. Huntington, la Cooperazione italiana dovrà, da un lato, mantenere alta la tradizione consolidata, affermatasi grazie alla capacità sperimentata di trasferire le elevate competenze dei nostri tecnici in materia di conservazione e gestione del patrimonio culturale, materiale e immateriale; dall’altro, individuare nuove possibili forme di aiuto in questo campo. Tenendo presente, tra l’altro, il modo in cui la cultura gioca un ruolo essenziale nelle sfide della biodiversità e nella relazione tra produzione agricola e tradizioni culturali e senza dimenticare quanto i paesi in via di sviluppo possono produrre e offrirci in tema di industrie culturali e creative, prime fra tutte le arti rappresentate, l’audiovisivo e l’artigianato di qualità.

 

magazine n. 7/17 – Turismo sostenibile, un settore in crescita come motore di sviluppo

di Gianmarco Volpe

Il turismo sostenibile è una chiave per progredire su tanti target dell’Agenda 2030
, ma occorrono cambiamenti nelle politiche dei governi e nelle pratiche dei consumatori. 
Nel frattempo, si studiano nuovi strumenti per misurare i progressi di questi anni
. Gli attuali standard di misurazione del turismo sono dominati da parametri economici, spesso insufficienti per avere un quadro chiaro del ruolo del turismo negli sforzi internazionali per la sostenibilità ambientale e lo sviluppo sociale. È in Africa che il turismo ha sperimentato la crescita più imponente negli ultimi due decenni: i turisti stranieri che hanno scelto il continente come destinazione sono aumentati dai 24 milioni del triennio 1995-1998 ai 56 milioni del periodo 2011-2014. Diventa dunque cruciale la capacità dei governi di investire in maniera strategica per lo sviluppo di imprese di settore, per la creazione di cabine di regia, per la formazione degli operatori.

• Oltre a essere uno snodo cruciale per tanti temi di cooperazione sul tavolo dei grandi leader del pianeta – dall’immigrazione al clima, passando per la lotta alla malnutrizione e per le emergenze contingenti - il 2017 è stato proclamato dalle Nazioni Unite Anno internazionale del turismo sostenibile. L’obiettivo generale è determinare un cambiamento sostanziale nelle politiche di chi governa e nelle pratiche di chi consuma, facendo del turismo un’importante leva per il raggiungimento degli obiettivi della nuova Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Il rapporto tra il turismo e l’Agenda è tutt’altro che secondario. Per iniziare, l’Organizzazione mondiale del turismo dell’Onu (Unwto) menziona l’Obiettivo 8, che promuove una crescita economica sostenuta, sostenibile e inclusiva, in grado di generare lavoro “pieno, produttivo e dignitoso” per tutti. Il turismo è una delle grandi forze motrici della crescita economica globale e copre quasi un decimo della domanda di lavoro nel mondo. Il Target 8.9, in particolare, prevede l’ideazione e l’attuazione di politiche che “promuovano uno sviluppo sostenibile in grado di creare nuovi posti di lavoro e promuovere le culture e i prodotti locali”.

Ancora, nel quadro dell’Obiettivo 12 (“Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo”) s’inserisce il decennale Programma per il turismo sostenibile (Stp), che punta, tra le altre cose, a sviluppare pratiche per lo sviluppo efficiente delle risorse e progetti in grado di generare risultati positivi in termini economici, sociali e ambientali. Si tratta di una piattaforma comune per ottimizzare e rafforzare progetti e iniziative e facilitarne di nuove: la rete conta oggi un totale di 113 membri tra governi, imprese del settore privato, università e organizzazioni della società civile.

Infine, l’Obiettivo 14 per “La conservazione e l’uso sostenibile degli oceani, dei mari e delle risorse marine per lo sviluppo sostenibile” ha a che fare con il più ampio dei segmenti del turismo globale. Ciò è vero soprattutto per i Piccoli stati insulari in via di sviluppo (Sids), il cui futuro dipende in buona parte dalla tutela di un ecosistema marino sano e di una biodiversità ricca. Lo sviluppo del turismo, secondo l’Unwto, deve essere in questo caso “parte di una gestione integrata delle zone costiere che permetta di conservare e proteggere gli ecosistemi fragili e che sia uno strumento per la promozione dell’economia blu”. Il target 14.7, sul tema, è sufficientemente chiaro: “Entro il 2030, aumentare i benefici economici dei piccoli stati insulari in via di sviluppo e dei paesi meno sviluppati, facendo ricorso a un utilizzo più sostenibile delle risorse marine, compresa la gestione sostenibile della pesca, dell’acquacoltura e del turismo”.

C’è da chiedersi, ora, quanto siamo lontani dagli ambiziosi obiettivi che l’Agenda fissava nel 2015. Su base globale i dati riflettono l’immagine di un’industria in continua e sostenuta crescita (in media del quattro per cento l’anno a partire dagli anni Sessanta, con una breve parentesi di declino nel 2009 sulla scia della crisi economica globale). Nel 2016, oltre 1,3 miliardi di persone hanno viaggiato nel mondo per turismo spendendo una cifra pari a 1.400 miliardi di dollari, più o meno l’equivalente del Prodotto interno lordo dell’Australia. Sappiamo, inoltre, che dall’Africa arrivano buone notizie. È proprio qui, dove il settore dà oggi lavoro a 21 milioni di persone, che il turismo ha sperimentato la crescita più imponente negli ultimi due decenni. Tra il 1995 e il 2014, come mostra un recente rapporto pubblicato dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad), le entrate derivanti dall’industria turistica sono cresciute dal sei al nove per cento. I turisti stranieri che hanno scelto l’Africa come destinazione sono aumentati dai 24 milioni del triennio 1995-1998 ai 56 milioni del periodo 2011-2014, ma soprattutto è cresciuto il numero degli africani che si mettono in viaggio verso altri paesi del continente (oggi sono i due terzi del totale dei visitatori internazionali in Africa).

Non è tuttavia ancora abbastanza. Il primo Piano decennale di attuazione dell’Agenda 2063 dell’Unione africana prevede un raddoppio del contributo del turismo al prodotto interno lordo complessivo del continente. Occorre, dunque, una crescita ancora più rapida. “In Africa il turismo è un settore dinamico con un potenziale fenomenale. Se gestito correttamente, può contribuire enormemente alla diversificazione delle economie e all’inclusione delle comunità vulnerabili”, ha osservato il segretario generale di Unctad, Mukhisas Kituyi. Ma serve anche una distribuzione più equa dei flussi: oggi Egitto (9,9 milioni), Marocco (9,8 milioni), Sudafrica (9,2 milioni) e Tunisia (6,8 milioni) coprono da soli il 64 per cento degli arrivi internazionali nel continente. A questo proposito, secondo l’Unctad, può essere utile una più efficace politica di rilascio dei visti. In Ruanda, ad esempio, l’abolizione del visto per i cittadini dei paesi membri della Comunità dell’Africa orientale (2011) ha portato a un forte aumento del numero di turisti in viaggio all’interno della regione, dai 283 mila del 2010 ai 478 mila del 2013. Secondo le stime dell’Unctad, nel prossimo decennio il turismo in Africa genererà 11,7 milioni di ulteriori posti di lavoro e a beneficiarne saranno in particolare le donne, che oggi gestiscono il 30 per cento delle imprese del settore.

Il problema è che non sappiamo ancora con esattezza in quale misura il turismo stia effettivamente redistribuendo ricchezza nei paesi in via di sviluppo. Nel suo ultimo rapporto annuale, l’Unwto rileva come gli attuali standard di misurazione del turismo siano dominati da parametri economici, spesso insufficienti per avere un quadro chiaro del ruolo del turismo negli sforzi internazionali per la sostenibilità ambientale e lo sviluppo sociale. Per questo motivo, le Nazioni Unite hanno lanciato l’iniziativa “Verso una cornice statistica per misurare il turismo sostenibile” (Mst), che dovrebbe permettere uno studio più approfondito sulla dimensione economica, ambientale e sociale del turismo, tre pilastri dello sviluppo sostenibile. L’iniziativa, soprattutto, vuole fornire una base per facilitare le informazioni sul turismo sostenibile, promuovere il dialogo tra differenti settori, incoraggiare politiche integrate, sfruttare i ricchi livelli di dati già disponibili e identificare eventuali dati necessari. Insieme ad Austria, Fiji, Messico, Paesi Bassi e Regno Unito, l’Italia è tra i paesi impegnati su tale fronte.

Nel frattempo, alcuni ricercatori della Griffith University, in Australia, e dell’University of Surrey, nel Regno Unito, hanno messo a punto un meccanismo chiamato Global sustainable tourism dashboard. Il quadro da loro tracciato non è rassicurante. I rilievi lasciano emergere come le spese turistiche nei paesi meno sviluppati (Ldc) e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (Sids), dove vive il 14 per cento della popolazione del mondo, siano cresciute di soli 5,6 punti percentuali nel 2016. E se dal computo si elimina Singapore, che è in via di sviluppo solo formalmente, il dato scivola al 4,4 per cento: solo 62 miliardi di dollari sui 1.400 spesi in tutto il mondo. Il turismo, insomma, resta per ora soprattutto un affare tra paesi ricchi. Metà dei viaggi internazionali riguardano i cittadini di dieci paesi, la maggior parte dei quali in Europa e in Nord America. Ancora, i proventi del turismo raramente vengono utilizzati per ridurre la povertà. Gli investitori del settore nei paesi in via di sviluppo sono spesso stranieri e, così, i profitti finiscono all’estero.

Diventa dunque cruciale la capacità dei governi di investire in maniera strategica per lo sviluppo di imprese di settore, per la creazione di cabine di regia, per la formazione degli operatori. Esempi positivi, in questo senso, sono costituiti da paesi come Samoa, Ecuador, Fiji e Sudafrica. Ma è inevitabile che un ruolo chiave in questa partita sia quello svolto dalle scelte individuali di chi viaggia. Senza campagne d’informazione sul tema e senza la responsabilizzazione dei turisti, difficilmente i progressi del settore implicheranno passi in avanti nella lotta contro la povertà e nella grande sfida degli Obiettivi di sviluppo.