magazine n. 7/17 – “Travel, enjoy, respect. Un approccio responsabile sulle orme dell’Agenda 2030″

di Caterina Semeraro

• Intervista al segretario generale dell’Organizzazione mondiale del turismo (UNWTO) Taleb Rifai.

Il settore turistico continua a registrare una forte crescita a livello globale, con l’ingresso nel mercato di una nuova ondata di consumatori provenienti dai paesi emergenti. L’adozione di un modello di turismo sostenibile diventa quanto mai necessaria per garantire lo sviluppo dei paesi di destinazione evitando gli effetti negativi del turismo intensivo. Di questo è ben consapevole la comunità internazionale, che ha proclamato il 2017 anno internazionale del turismo sostenibile per lo sviluppo. Il settore, spiega il segretario generale dell’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto), Taleb Rifai, può contribuire in modo determinante al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030.

Iniziamo da qui. In che modo il turismo può contribuire a realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2030?

Il turismo rappresenta oggi uno dei più importanti settori di sviluppo socio-economico al mondo. Si tratta di un settore che copre il 10 per cento del Pil e che genera un posto di lavoro su 10 e il 7 per cento dell’export globale. Aldilà di questi numeri, il turismo può essere un importante strumento per ridurre la povertà nei paesi meno sviluppati. Se ben gestito, può preservare la nostra eredità culturale e naturale e favorire la conoscenza reciproca, promuovendo la pace. Per tutte queste ragioni, il settore turistico può contribuire in modo determinante al raggiungimento dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, nonostante sia incluso esplicitamente solo negli Obiettivi 8,12 e 14.    

Come si legge nel vostro ultimo rapporto, il 2016 è stato un anno molto positivo per il settore. Gli arrivi internazionali hanno continuato ad aumentare arrivando a 1,2 miliardi, di cui la maggior parte proviene da paesi emergenti. Come fare per impedire che questa nuova ondata di consumatori replichi il modello di turismo intensivo adottato finora?

La crescita non è il nemico, ma comporta anche una certa responsabilità. Occorre fare fronte al boom del settore con mezzi adeguati, che permettano di minimizzare le potenziali conseguenze negative. Questi includono strumenti per gestire la congestione e misurare gli impatti del turismo a livello di destinazione. Servono inoltre una pianificazione adeguata, politiche nazionali trasversali e una forte cooperazione fra il pubblico e il privato.

Com’ è possibile valutare l’impatto sociale, economico e ambientale del turismo?

Ad oggi è possibile farlo soprattutto da un punto di vista economico. Il cosiddetto Conto satellite del turismo (Tsa) rappresenta la cornice statistica standard e il principale strumento per misurare l’impatto economico del turismo attraverso l’analisi di dati quali il valore aggiunto lordo, Pil, occupazione e investimenti. Ma per andare oltre l’aspetto economico Unwto ha lanciato con il supporto della divisione statistica delle Nazioni Unite l’iniziativa “Verso un quadro statistico per misurare il turismo sostenibile” (Mst). L’obiettivo è sviluppare un framework statistico internazionale per misurare il ruolo del settore turistico nello sviluppo sostenibile, che includa le componenti economica, ambientale e sociale. Un modello standard di questo tipo può rafforzare la comparabilità, l’efficacia e quindi la credibilità dei vari programmi di monitoraggio sul turismo sostenibile.

Le Maldive sono tra le più famose destinazioni turistiche al mondo. I residenti locali, tuttavia, vivono in estrema povertà.

Il turismo ha già contribuito molto allo sviluppo socio-economico delle Maldive. È anche grazie al turismo infatti che le Maldive sono state escluse dalle Nazioni Unite dall'elenco dei paesi meno sviluppati a partire dal gennaio 2011.

Che ruolo possono giocare i consumatori nell’influenzare i mercati verso un modello di turismo più sostenibile?

Il ruolo dei consumatori è centrale. Le loro scelte possono influire in modo decisivo sull’operato delle compagnie di settore. Ci sono miliardi di turisti che viaggiano per il mondo ogni anno; immaginiamo gli effetti benefici che comportamenti responsabili possono avere sui paesi di destinazione se moltiplicati per miliardi di persone.  Per questo, in occasione dell’Anno internazionale del turismo sostenibile per lo sviluppo, abbiamo lanciato una campagna diretta proprio ai consumatori: Travel-Enjoy-Respect.

magazine n. 7/17 – editoriale

di Laura Frigenti, Direttore AICS

• Da quando con poche decine di euro si possono raggiungere praticamente tutte le capitali europee, il turismo si è evoluto in fenomeno di massa. Questo ha comportato sia dei rischi che delle opportunità. Da una parte ci sono i problemi legati all’impatto ambientale, al rispetto delle culture locali, alla distribuzione dei proventi di una delle industrie più redditizie al mondo. Dall’altra c’è la possibilità di rendere il turismo un volano dello sviluppo globale, una chiave per sbloccare alcuni dei principali Obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il rapporto tra il turismo e l’Agenda, infatti, è tutt’altro che secondario, come dimostrano gli obiettivi 8, 12 e 14.

E’ evidente, dunque, che il turismo sostenibile può divenire una chiave per progredire su tanti target dell’Agenda 2030, ma occorrono cambiamenti nelle politiche dei governi e nelle pratiche dei consumatori. Nel frattempo, si studiano nuovi strumenti per misurare i progressi di questi anni che vedranno il turismo come motore di sviluppo in netta crescita.
È per questo motivo che la comunità internazionale sta guardando al tema con crescente e rinnovata attenzione. Non è un caso se il 2017 è stato proclamato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale del turismo sostenibile”. Tante le iniziative organizzate con l’obiettivo generale di promuovere un nuovo modo di fare turismo. Si tratta di un impegno che tocca tutti: decisori politici, attori di sviluppo e consumatori individuali. Nella consapevolezza che le risorse locali, sia quelle che abbiamo a disposizione nei nostri territori di residenza sia quelle che visitiamo in viaggio, sono una grande chiave per promuovere la tutela di ambienti e culture diversi e per favorire una crescita economica sostenibile e inclusiva.

L’Italia, che in materia di turismo ha davvero molto da dire, sta facendo la propria parte. In questo numero de “La Cooperazione informa”, l’ultimo prima della pausa estiva, tocchiamo alcuni dei più importanti progetti di Aics nel settore. Andremo così in Bolivia, dove con un contributo di oltre 16 milioni di euro sosteniamo cinque iniziative per la promozione del turismo e del patrimonio culturale; in Etiopia, dove siamo presenti con un progetto integrato per la valorizzazione delle risorse ambientali a Wonchi, nella regione dell’Oromia; in Libano, dove sosteniamo in particolare gli itinerari del turismo religioso: dalle tombe dei profeti al villaggio del miracolo delle nozze di Cana, dai monasteri della Valle di Qadisha alle moschee sunnite e ai santuari sciiti, dalle sinagoghe ebraiche ai misteriosi luoghi sacri della religione drusa; infine, vi racconteremo del Myanmar, dove realizziamo un particolare progetto per la tutela delle antiche città dell’area settentrionale del paese.

Sarà un insolito itinerario, in diverse e affascinanti zone del mondo che, ci auguriamo, aprirà nuovi orizzonti di viaggio anche nelle vostre future vacanze.

Buona lettura.

magazine n. 6/17 – “Più Europa per una migliore gestione dei flussi migratori”

di Massimo Santucci

• Intervista a Mario Marazziti, presidente della Commissione Affari sociali della Camera e già vicepresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, identificazione ed espulsione.

Il 20 giugno si è celebrata la Giornata mondiale del rifugiato. Partiamo da qui.

Si tratta di un'occasione per ricordare i 250 milioni di migranti registrati del 2016 e i circa 20 milioni di rifugiati, di cui un milione è arrivato via mare in Europa nel 2015. Per gli oltre 250 milioni di europei questo dato non dovrebbe essere avvertito come un grande problema. I movimenti di persone riguardano infatti anche altri continenti. Pensiamo ai più di 300mila rifugiati presenti in Uganda e in Etiopia occidentale, o agli oltre 200mila in Sudan e Corno d'Africa. Sono le dimensioni di un problema strutturale, che richiede una risposta saggia, che eviti un approccio basato solo sull'emergenza. E’ necessaria un’assunzione di responsabilità politica soprattutto da parte dei Paesi avanzati del mondo occidentale.

Quale ruolo sta giocando l’Italia in questo contesto?

Il nostro Paese funge ormai da cerniera nel Mediterraneo: una parte del mondo si sta spostando e l’Italia sta assolvendo a una straordinaria funzione di umanizzazione del primo soccorso, il più drammatico, con 10mila salvataggi solo nell'ultima settimana [di giugno]: un esempio per il mondo.

Come giudica le recenti polemiche sulle Ong?

Trovo estremamente volgare, infondata e strumentale la colpevolizzazione delle Ong, che non riconosce la loro grande opera di salvataggio in mare. L'Italia ha proposto un discorso serio, il migration compact, come disegno strategico di medio e lungo periodo, un grande patto di alleanza euro-africana.

Quali sono a suo parere le criticità su cui occorrerebbe lavorare?

Resta aperta la questione dell'accoglienza dopo l’arrivo di migranti e rifugiati sulle nostre coste, la distribuzione sul territorio di coloro che arrivano, il ruolo dei comuni: sarebbe sufficiente che ogni realtà locale accogliesse 20 o 30 persone e il problema non sussisterebbe, siamo di fronte a piccoli numeri. Ma è l’intero sistema dell'accoglienza a necessitare di una revisione. Occorre trovare soluzioni meno burocratiche e costose: il sistema attuale non produce effetti rispettosi della dignità delle persone.

I corridoi umanitari possono rappresentare un’alternativa?

Il progetto dei corridoi umanitari è un’opportunità concreta, realizzata grazie all’impegno della Comunità di Sant’Egidio, della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e Tavola Valdese e grazie al coinvolgimento della società civile. Di fatto si tratta di un’iniziativa che risponde alla normativa europea sulla possibilità di offrire un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario ai rifugiati in fuga da conflitti. Già il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, allora ministro degli Esteri, aveva sposato questa idea, poi realizzata con la collaborazione del ministero dell'Interno. Oggi siamo già arrivati a 1000 arrivi ma occorre allargare questa soluzione anche ad altri Paesi, come è accaduto con la Francia.

Altre misure?

Si dovrebbe ripensare la normativa sul diritto di asilo a livello europeo, ad esempio verificando fin dall'inizio del viaggio, nei campi profughi, le storie personali dei richiedenti asilo, senza aspettare che le verifiche siano effettuate nei Paesi europei. E’ necessario quindi creare un database comune a livello europeo, che permetta di identificare i candidati quasi certi al riconoscimento del diritto d'asilo prima del viaggio. Ciò si tradurrebbe anche in maggiore sicurezza per i paesi di accoglienza.

Tra i migranti e rifugiati che arrivano nel nostro paese sono moltissimi i minori non accompagnati.

La situazione dei minori non accompagnati è di particolare vulnerabilità. Sono indifesi, comprati, venduti. La legge recentemente approvata dal Parlamento va verso una maggiore tutela dei minori stranieri non accompagnati, andando oltre l’idea errata di offrire una protezione uguale per tutti. Il Parlamento ha fatto la sua parte.

La sua storia è legata alla Comunità di Sant'Egidio.

Ora non ricopro incarichi nella Comunità, ma ne sono stato il portavoce e ho vissuto la sua storia fin dai primi passi, nel 1970. E' una grande risorsa, che vorrei sintetizzare con due P: pace e poveri. In un mondo confuso come quello in cui viviamo, la Comunità di Sant’Egidio offre un impegno disinteressato su più fronti. Penso al dialogo tra le religioni e per la pace, all’impegno a sostegno dei migranti e del diritto alle nell'Africa subsahariana. Sono contento di vedere come l'Onu di Trastevere, come la definì Igor Man, sia ritenuta oggi un partner importante dalle Nazioni Unite, dopo il recente accordo sancito a New York, che ha già dato i primi frutti con la firma dell’accordo per il cessate il fuoco in Repubblica Centrafricana, siglato proprio sotto l’egida della Comunità di Sant’Egidio.

 

magazine n. 6/17 – Minori non accompagnati: restituire un futuro a un’infanzia negata

di Valerio Neri, Direttore generale di Save the Children Italia

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, Save the Children ha diffuso il primo Atlante dei minori stranieri non accompagnati in Italia. Tra il 2011 e 2016 il numero dei bambini soli in Italia è cresciuto di sei volte. I minori soli rappresentano il 14,2 per cento di tutti i migranti sbarcati in Italia e il 91,5 per cento di tutti i minori arrivati sulle coste italiane nell’ultimo anno. Triplicato il numero di under 14 e quadruplicato quello delle ragazze in un sistema di accoglienza insufficiente che attende l'applicazione della nuova legge.

• Oggi, nel mondo, un bambino su sei è tagliato fuori dalla possibilità di apprendere, studiare e andare a scuola: parliamo di 263 milioni di bambini, di cui 3,7 milioni sono rifugiati. Solo nel 2016, 28 milioni di minori, uno su 80, sono stati costretti a fuggire dalle proprie abitazioni a causa di guerre, violenze e persecuzioni. Numeri spaventosi che devono renderci ancora più consapevoli dell’urgenza e della necessità di restituire fino all’ultimo bambino il diritto di vivere a pieno quell’infanzia che oggi, troppo spesso, gli viene negata e di garantirgli ad ogni costo un futuro migliore. Volgendo lo sguardo al nostro paese, negli ultimi sei anni più di 62 mila minori sono sbarcati sulle nostre coste soli, senza alcun familiare o adulto di riferimento al proprio fianco, dopo aver affrontato viaggi lunghi e pericolosi durante i quali hanno messo a repentaglio le proprie giovanissime vite. Una condizione, quella di essere soli, che rende questi bambini e ragazzi ancora più fragili e vulnerabili: perché sono minorenni, a volte anche molto piccoli; perché sono privi di punti di riferimento, e quindi a rischio di essere sfruttati e abusati; perché, infine, sono costretti a immaginare la loro nuova vita in un paese di cui non conoscono neppure la lingua, a migliaia di chilometri di distanza dalla loro casa, lontani dalle proprie famiglie e dai propri affetti.

Tra il 2011 e il 2016, come racconta il primo Atlante di Save the Children sui minori stranieri non accompagnati in Italia, il numero dei minori soli in Italia è cresciuto di sei volte passando da 4.209 a 25.846. In termini percentuali i minori soli rappresentano ora il 14,2 per cento di tutti i migranti sbarcati in Italia. Ma, soprattutto, rappresentano ormai il 91,5 per cento di tutti i minori arrivati sulle coste italiane nell’ultimo anno.

In aumento anche il numero di bambini e bambine accolti con meno di 14 anni di età e che quindi si ritrovano in una condizione di ancor maggiore vulnerabilità: da 698 nel 2012 sono stati ben 2.050 nel 2016. E sono sempre di più anche le ragazze: un numero quadruplicato tra il 2012 e il 2016, passando da 440 a 1.832, con una presenza crescente di minorenni nigeriane, a forte rischio di tratta finalizzata alla prostituzione, ed eritree, che raccontano invece di essere state in molti casi ripetutamente vittime di violenza sessuale durante il loro lungo viaggio. Ci sono, poi, i cosiddetti minori “invisibili”, che avendo come meta altri paesi europei dove vivono già familiari o connazionali con cui sono in contatto, si rendono irreperibili al sistema di accoglienza formale e si riaffidano ai trafficanti correndo gravissimi rischi per la loro vita. A fine 2016, sono più di 6.500 i minori stranieri soli “scomparsi” nel nostro paese. Per salvare e garantire un futuro migliore fino all’ultimo bambino, Save the Children opera in 51 paesi nel mondo, compresi alcuni di provenienza dei minori stranieri non accompagnati, attraverso 98 progetti di sviluppo – dall’educazione alla salute e alla nutrizione, dal contrasto alla povertà alla sicurezza alimentare e alla protezione – e 77 progetti di risposta alle emergenze.

In Italia i nostri operatori, ormai da dieci anni, sono al fianco dei minori che sbarcano sulle nostre coste, operando in diverse aree del territorio: dalla frontiera sud alle grandi città di transito o di “secondo approdo” come Roma, Milano e Torino, fino ai valichi della nuova frontiera nord, dove molti di questi ragazzi cercano un passaggio per recarsi in altri paesi europei. Minori che troppo spesso, tuttavia, restano intrappolati tra le lacune di un sistema di accoglienza e di integrazione fortemente frammentato e in molti casi caratterizzato da un approccio emergenziale, che in Italia lascia ancora molti minori senza un’adeguata protezione. Una nuova legge, fortemente voluta da Save the Children assieme a molte altre organizzazioni, è stata finalmente approvata lo scorso marzo, a larga maggioranza, dal parlamento italiano. Della nuova legge si è discusso nel corso del Forum nazionale “Proteggere, accogliere, crescere insieme. L'attuazione della nuova legge per i minori stranieri soli”, promosso da the Children in collaborazione con il Comune di Milano il 15 e 16 giugno nel capoluogo lombardo. È una legge avanzata, la prima di questo genere in Europa, che sistematizza in un quadro organico l’accoglienza e la protezione dei minori stranieri soli, che valorizza il ruolo delle comunità locali con istituti quali l’affidamento familiare e la tutela volontaria, e tocca ogni sfera della crescita, dalla salute alla scuola, dall’assistenza legale al delicato passaggio all’età adulta.

Ora sarà però fondamentale attuare concretamente le misure previste dalla nuova legge, grazie anche alla partecipazione attiva delle comunità locali e delle reti territoriali, tra cui comuni, scuole, associazioni, aziende e reti di volontari. In questo modo potremo finalmente assicurare a tutti i bambini e i ragazzi che giungono nel nostro paese soli la protezione che meritano e di cui hanno bisogno.

magazine n. 6/17 – Emergenza minori, l’inclusione minorile 
per prevenire le partenze

di Marco Malvestuto

Il rapporto annuale Global Trends 2016, pubblicato dall’Unhcr, 
fotografa un incremento dei casi di minori migranti non accompagnati. 
Per prevenire il fenomeno l’Italia porta avanti diversi progetti nei settori del recupero dei minori e dell’inclusione minorile. Nel 2016 le richieste d’asilo presentate da bambini non accompagnati o separati dai loro genitori sono state 75 mila, più del doppio rispetto al 2014. La Cooperazione italiana è in prima linea nel contrasto a ogni tipo di sfruttamento dei minori, dalla lotta al lavoro minorile in Etiopia al recupero dei bambini di strada in Bolivia, passando per il contrasto alla mendicità minorile in Senegal.

• I minori costituiscono la metà dei rifugiati del mondo e continuano a sopportare sofferenze sproporzionate, soprattutto a causa della loro situazione di maggiore vulnerabilità. È l’allarme lanciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), nel suo ultimo rapporto Global Trends 2016, pubblicato in occasione della Giornata mondiale del rifugiato che si è celebrata il 20 giugno. In particolare, nel 2016 le richieste d’asilo presentate da bambini non accompagnati o separati dai loro genitori sono state 75 mila (di cui 18.300 hanno meno di 15 anni), un numero che, secondo il rapporto, rappresenta probabilmente una sottostima della situazione reale. Ciò nonostante, si tratta di un dato più che raddoppiato rispetto alle 34.300 domande di minori non accompagnati o separati registrate nel 2014.

Con 35.900 richieste, la Germania è il paese ad aver accolto il maggior numero di minori non accompagnati o separati, più della metà di tutte le domande presentate a livello globale. Come negli anni precedenti, la maggioranza delle richieste è arrivata da minori afgani (26.700), seguiti da minori siriani (circa 12 mila), iracheni (4.800 mila), eritrei (4.700), somali (3.500) e gambiani (2.400). 
I bambini separati dai loro genitori e dalle loro famiglie a causa di conflitti, spostamenti forzati o disastri naturali sono tra le categorie più vulnerabili, esposti come sono a forme più o meno violente di sfruttamento. 


La Cooperazione italiana è da anni in prima linea nel contrasto a ogni tipo di sfruttamento dei minori – dalla lotta alla tratta dei minori in Etiopia al recupero dei bambini di strada in Bolivia, passando per il contrasto alla mendicità minorile in Senegal – con progetti e iniziative a lungo termine volte anche a favorire l’accesso all’istruzione e l’inclusione dei minori nei loro paesi d’origine. 
Nel settore dell’istruzione, ad esempio, la Cooperazione italiana persegue il suo impegno in favore degli obiettivi di “Educazione per tutti” e del quarto Obiettivo di sviluppo sostenibile – Garantire a tutti un'istruzione inclusiva e promuovere opportunità di apprendimento permanente eque e di qualità – volto a garantire il diritto all’istruzione di base di qualità senza discriminazioni di alcun genere. In questo ambito l’Italia sostiene il ruolo di coordinamento globale affidato all’Unesco e alcune specifiche attività di sviluppo delle capacità istituzionali realizzate dall’organismo in Africa. In linea con le priorità G8, a partire dal 2013 è stato poi avviato lo studio di opportune misure per sostenere la Global Partnership for Education (Gpe), il principale meccanismo finanziario orientato al rafforzamento dei programmi nazionali per l’istruzione nei 53 paesi partner, rafforzando le sinergie tra l’azione in ambito multilaterale e i programmi bilaterali nei paesi prioritari, con particolare riferimento agli obiettivi strategici definiti dalla Gpe per il triennio 2013-2016: il sostegno agli stati fragili e in situazione di conflitto; l’istruzione delle bambine e delle ragazze; la qualità dell’apprendimento; la formazione degli insegnanti. 


Tra le attività della Cooperazione italiana nel settore dell’istruzione figura anche quella avviata in Sud Sudan, con un progetto volto a favorire l’accesso all’educazione primaria nelle contee di Ikotos e Torit. In Repubblica Centrafricana la Cooperazione italiana è intervenuta a favore dei minori coinvolti nei conflitti armati con il progetto “Strengthening Child Protection and Education in Central African Republic”, mentre in Etiopia con il “The reading project”, iniziativa pilota destinata ai minori esclusi dal sistema educativo formale. Sempre in Africa, la Cooperazione italiana è presente in Somalia con l’iniziativa “Istruzione primaria per i bambini nomadi: sostegno al diritto all’educazione”, inserita nel quadro del programma del governo somalo “Go to school”.

Il settore dell’istruzione è centrale anche per le iniziative italiane in Medio Oriente. Tra questi, il progetto E-Plus, volto a rafforzare il sistema universitario palestinese attraverso un programma integrato di alta formazione e aggiornamento per sette Università palestinesi, o ancora, sempre il Palestina, il progetto Edu-Pa-Re, che mira a potenziare servizi educativi e di supporto psicosociale rivolti a minori e donne nelle aree marginali della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est.


In Libano la Cooperazione è attiva con un programma volto a promuovere un modello operativo pilota di inclusione scolastica dei bambini disabili nelle scuole primarie del paese, mentre in Afghanistan la Cooperazione interviene con l’iniziativa di sostegno al Piano strategico nazionale del ministero dell’Educazione, mirato a rafforzare gli aspetti relativi alla formazione degli insegnanti.

magazine n. 6/17 – editoriale

di Ivana Tamai, Direttore AICS magazine

Leaving no one behind, nessuno sia lasciato indietro. Mai come in questo mese di giugno abbiamo condiviso la grande attualità del messaggio dell’Agenda 2030. Complici le Giornate Mondiali delle Nazioni Unite abbiamo dedicato il dossier di questo numero a rifugiati, disabili e minori, quelle fasce più vulnerabili della popolazione che non devono essere lasciate indietro. Tre le parole chiave : “inclusione” per le persone con disabilità, “accoglienza” per i rifugiati e “protezione” per bambini e minori.

Sulla disabilità presentiamo i due appuntamenti internazionali a cui ha partecipato Aics. A Roma (a margine del Comitato esecutivo di Wfp) si è celebrato il primo anniversario della “Carta sull’inclusione delle persone con disabilità nell’azione umanitaria” che evidenzia come le persone con disabilità, le più esposte ai rischi in caso di catastrofi o crisi umanitarie, vadano incluse nella risposta alle emergenze anche come soggetti attivi e non solo come beneficiari.

A New York, alla Conferenza degli Stati parte della convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, è stato lanciato il progetto quadriennale sulle politiche inclusive della Commissione europea, co-finanziato da Aics con iniziative in Burkina Faso e Sudan. L’attenzione al tema della disabilità, su cui l’Italia è da tempo in prima linea, sta dando importanti risultati positivi, come dimostrano le esperienze di inclusione scolastica dei bambini con disabilità in Libano e Albania.

“Nessuno sia lasciato indietro” sembra rammentarci anche la Giornata Mondiale del Rifugiato del 20 giugno scorso. Sono più di 65 milioni le persone in fuga da guerre, carestie, cambiamenti climatici: in queste pagine parliamo di alcune delle iniziative messe in campo per fare fronte alla crisi, come quella dei corridoi umanitari, e raccontiamo storie dimenticate e fortemente sottovalutate, come il dramma della crisi umanitaria nella Repubblica Centrafricana, in cui due milioni di persone necessitano ancora di aiuti umanitari.

Intanto tra i rifugiati sta crescendo il numero dei minori non accompagnati o separati dai genitori. Secondo il rapporto Global Trend presentato a giugno da Unhcr, nel 2016 sono state 75 mila (ma la cifra pare sottostimata) le richieste di asilo di minori non accompagnati, un numero più che raddoppiato rispetto al 2014. Nessun bambino sia lasciato indietro dunque : sono circa 246 milioni nel mondo (secondo l’ Unicef) i bambini obbligati a lavorare nei campi, nei mercati, per le strade, vittime dello sfruttamento sessuale, o nelle miniere aurifere africane, avvelenati dal mercurio come i minatori bambini. Sottoposti ad ogni tipo di rischio e sopruso, privati del periodo più importante e formativo della loro vita: l’infanzia. E proprio alla lotta contro il lavoro minorile, celebrata nella Giornata Mondiale del 12 giugno scorso, è dedicata la seconda parte del nostro dossier che mostra quanto il fenomeno sia complesso e diffuso. La tratta dei minori in Etiopia, il recupero dei bambini di strada in Bolivia, il contrasto alla mendicità in Senegal sono solo alcuni dei terribili contesti in cui opera la Cooperazione italiana. E’ una lotta, quella contro il lavoro minorile, che passa attraverso il rafforzamento dell'accesso all'istruzione. Su questo lavora Aics, in Repubblica Centrafricana per i minori coinvolti nei conflitti armati, in Etiopia per quelli esclusi dal sistema educativo formale, in Somalia per il sostegno all'educazione dei bambini nomadi, in Sud Sudan per l'accesso all'istruzione primaria.

Perché siamo convinti che il miglior posto di lavoro per un bambino, è la scuola.

magazine n. 5/17 – Quanto è a rischio il futuro del pianeta

di Gianmarco Volpe

• Ogni due anni, a partire dal 1998, il Wwf tasta il polso della vita naturale della Terra con il rapporto “Living planet”. L’ultima edizione, pubblicata lo scorso ottobre, conferma un’evidenza su cui gli scienziati avevano già lanciato l’allarme negli scorsi anni: le azioni umane stanno spingendo la vita verso “una sesta estinzione di massa”. L’indice del pianeta vivente (Lpi), che monitora le condizioni ecologiche del pianeta un po’ come la borsa misura quelle dei mercati azionari, mostra dal 1970 al 2012 un calo complessivo del 58 per cento dell’abbondanza delle popolazioni dei vertebrati. Il declino delle popolazioni delle specie è inevitabilmente legato al degrado degli ecosistemi che le sostengono. E anche da questo fronte non giungono notizie confortanti: “l’aumento della pressione umana – come la conversione di habitat naturali in favore dell’agricoltura, lo sfruttamento eccessivo della pesca, l’inquinamento delle risorse di acqua dolce da parte delle industrie, l’urbanizzazione e le pratiche agricole e di pesca non sostenibili – sta riducendo il capitale naturale ad un ritmo più veloce di quello che ne consenta il reintegro”.

Soprattutto, l’ultimo rapporto del Wwf pone l’accento su un concetto che è ormai entrato nel dizionario comune quando si parla di biodiversità: quello di antropocene, tema che la nostra Cooperazione segue con grande attenzione dato il suo impatto sullo sviluppo del pianeta. Si tratta di accettare una nuova era geologica contraddistinta dalla capacità delle azioni dell’uomo di modificare strutturalmente le condizioni ecologiche globali : “il clima sta cambiando rapidamente, gli oceani si stanno acidificando ed interi biomi stanno scomparendo, il tutto ad un tasso misurabile nel corso di una sola vita umana”, osserva il rapporto.

In generale, assistiamo a un mondo che cambia a una velocità mai vista prima. Mauro Ghirotti, esperto dell’Agenzia, ne dà la corretta misura. “Partiamo da alcuni dati sorprendenti: di recente i geologi statunitensi hanno portato alla luce l’esistenza di 204 nuovi tipi di suoli creati dall’attività dell’uomo. Il paesaggio urbano si sta ampliando, ma è anche vero che acquisisce nuovi connotati poiché la natura ha una versatilità per noi impensabile: la più grande concentrazione di falchi pellegrini al mondo vive sorprendentemente a New York, non nelle steppe del’Eurasia, e nelle città indiane ci sono più leopardi che nelle foreste. Stanno emergendo nuovi scenari – riflette Ghirotti - la situazione è in continua evoluzione e spesso facciamo fatica a rendercene conto, illudendoci di dominare la natura”. È quindi indispensabile capire le dinamiche e utilizzare correttamente l’enorme potenziale che la scienza continua a fornire.

In questo contesto, secondo Ghirotti, l’Italia deve poter sia collaborare con i partner di sviluppo, sia applicare queste esperienze all’interno dei propri confini, nello spirito dell’Agenda 2030. La Cooperazione può avere un ruolo chiave di ponte tra le due dimensioni, ruolo peraltro già previsto dalla legge 125 di riforma del settore. In un 2017 da protagonisti di importanti appuntamenti di politica estera, il nostro paese cercherà inoltre di mantenere la questione della biodiversità ai primi posti dell’agenda internazionale. Lo farà, per esempio, con il G7 dell’agricoltura che si terrà a Bergamo il 14 e 15 ottobre prossimi, prestando particolare attenzione alla agro biodiversità , cioè a quelle specie e varietà animali e vegetali usate in agricoltura e frutto di secoli di paziente e capace selezione.

Si tratta soprattutto di far “dialogare” le tre grandi convenzioni ambientali di Rio su biodiversità, clima e desertificazione, della cui promozione la stessa Italia si è sempre fatta capofila. Ciascuno dei tre temi ha infatti effetti sugli altri. Si tratta di sfide che riguardano la nostra attualità e non un imprecisato futuro. “In natura tutto è collegato – ricorda Ghirotti – e spesso rompere un equilibrio non produce conseguenze solo su una specie o varietà. L’effetto moltiplicatore può essere più esteso di quanto pensiamo e in molti casi ne paghiamo le conseguenze, quando i lenti ma solidi meccanismi naturali si sono oramai innescati. A volte non sappiamo quali enormi benefici abbiamo perso con queste specie e varietà. Si pensi a quante volte abbiamo distrutto dei piccoli predatori che controllavano parassiti e patogeni ancora più nocivi.a Nel caso dell’Ebola: abbiamo pagato la nostra intrusione in zone forestali e la rottura di equilibri ben noti alle popolazioni indigene. Dobbiamo saper leggere con occhi nuovi anche il fenomeno dell’urbanizzazione. La Sars si è originata nelle grandi città asiatiche tramite il contatto o consumo di animali selvatici che si stanno adattando al nuovo contesto”.

Secondo l’esperto Aics, “le strade della natura sono infinite” e spesso “le capiamo in ritardo”. È una delle ragioni per cui la perdita di biodiversità “riduce la sostenibilità della nostra presenza sul pianeta”. Con gli attuali sistemi intensivi di agricoltura e di allevamento l’uomo rischia di bruciare una buona parte del grande libro della natura prima di averlo non solo compreso ma letto. “Nel mondo ci sono circa 330 mila specie di piante. L’uomo ne ha utilizzate finora 20 mila per vari scopi. Oggi, però, concentriamo tutta la nostra produzione su 30 specie vegetali e su 13 animali, che costituiscono il 90 per cento degli alimenti. Molte varietà presenti in natura non le conosciamo affatto. È uno squilibrio che si sta mostrando insostenibile”, ha osservato Ghirotti. Sistematicamente la comunità scientifica fa il “check-up” del pianeta esaminando i cosiddetti “Limiti Planetari”. Le conclusioni degli ultimi anni non sono scontate: contrariamente a quello che in genere si pensa, sul tema della biodiversità abbiamo superato i limiti della sostenibilità ambientale in misura ben maggiore rispetto ai cambiamenti climatici, fenomeno comunque di primaria importanza dato il suo impatto.

Un ultimo punto: la biodiversità e quindi la buona scienza e politica forniscono, con i servizi ecosistemici, una valida risposta a esigenze ambientali, nutrizionali, farmacologiche e di qualità della vita per le quali spesso cerchiamo costose soluzioni alternative: “Potremmo scoprire che alcune razze, specie e varietà perdute erano fondamentali e molto più costo-efficaci”, ma d’altra parte è bene anche “investire per rivalutare ciò che si sta perdendo”, aprendo così nuovi sbocchi lavorativi per i giovani. Su questo scenario si allunga il cruciale ramo dell’agro-biodiversità, in grado di fornire soluzioni a basso costo non solo alle nostre esigenze, ma anche a quelle del pianeta. Ad esempio per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici e ridurre la dipendenza da sistemi alimentari intensivi ad alto uso di energia. Secondo Ghirotti, come discusso negli ultimi anni in diversi tavoli internazionali, le principali sfide dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sono quella ambientale, quella alimentare e quella occupazionale. “La biodiversità – aggiunge – può dare una risposta a tutte e tre. È affascinante notare, anche come laico, che una forte guida non solo spirituale ma anche politica come Papa Francesco tratti con enorme convinzione e insistenza questi temi e che abbia offerto al presidente statunitense Donald Trump, nel recente incontro in Vaticano, un libro sull’ambiente: per la cura della nostra casa comune”.

magazine n. 5/17 – “Le scelte dei consumatori sono determinanti per un’alimentazione sostenibile”

di Caterina Semeraro

• I sistemi agricoli intensivi sono riusciti nel tempo a fornire grandi quantità di cibo ai mercati globali, ma stanno generando conseguenze negative su più fronti, dalla degradazione del suolo alla sfruttamento eccessivo delle risorse idriche. Tutto questo rappresenta una minaccia per la tutela della biodiversità, con conseguenze sull’ambiente e, non ultimo, sulla salute dei consumatori. Ma è proprio da loro, spiega il direttore generale di Bioversity International Ann Tutwiler, che può partire il cambiamento.

L’agricoltura intensiva è per molti l’unico modo possibile per fare fronte a una delle maggiori sfide del nostro tempo: sfamare ulteriori 3 miliardi di persone entro il 2050. È davvero così?

Troppo spesso si parla di questo tema senza porre la questione in una cornice più ampia. Sì, è vero, avremo bisogno di nutrire altri 3 miliardi di persone entro il 2050, ma dobbiamo farlo in un modo che sia salutare dal punto di vista nutrizionale e rispettoso dell’ambiente. A livello globale le nostre diete si basano su uno sfruttamento intensivo delle terre e delle risorse idriche. Occorre ora iniziare a orientare le nostre abitudini alimentari verso prodotti che richiedono un minore consumo di queste risorse. Allo stesso modo, è necessario modificare le pratiche di coltivazione in uso.

Un esempio?

Ci sono diversi modi per aumentare la produzione basati sulla biologia invece che sulla chimica, ma ad oggi sono poco utilizzati. Non stiamo ancora provando a usare le conoscenze e le tecnologie che ci aiuterebbero a incrementare i raccolti senza aumentare la nostra dipendenza da pesticidi e agenti chimici. Il mais, ad esempio, è un cereale che richiede molta acqua per essere coltivato. Dobbiamo chiederci se stiamo coltivando questo prodotto in paesi in cui faremmo forse meglio a coltivare cereali che richiedono meno acqua. La biodiversità agricola è una risorsa poco esplorata che può contribuire concretamente a rendere la produzione più sostenibile. Il punto è che finora non si è investito abbastanza nella ricerca legata a queste possibili alternative, basti pensare al miglio. Il cammino che stiamo percorrendo non è l’unico possibile.

In che modo i consumatori possono contribuire a cambiare questo trend?

I consumatori hanno un ruolo centrale. Bioversity International ha lavorato molto in Bolivia, Perù ed Ecuador su come migliorare la produttività della quinoa. Abbiamo collaborato con gli chef per introdurre la quinoa nei menu a La Paz, Lima ed altre città, con l’obiettivo di creare una nuova immagine di questo alimento, allora molto poco conosciuto. Adesso ritroviamo la quinoa in tutto il mondo, perché i consumatori hanno capito che si tratta di un cereale che fornisce molti benefici nutrizionali. I consumatori possono quindi influenzare in modo decisivo la produzione dell’industria alimentare, a patto che siano adeguatamente informati sui benefici nutrizionali e l’impatto ambientale dei prodotti che scelgono di consumare. Le loro scelte individuali possono fare la differenza.

Qual è invece il contributo che i governi possono dare?

C’è molto da fare, sia a livello centrale che locale. Oltre a investire in ricerca e promuovere campagne di informazione, i governi possono adottare iniziative per facilitare l’accesso a determinati prodotti. È il caso degli Stati Uniti, dove le persone che ricevono assistenza alimentare possono utilizzare i loro buoni per fare la spesa nei mercati dei contadini e comprare cibo fresco invece di acquistare solo nei grandi supermercati. Un altro campo in cui investire è quello che riguarda la conservazione degli alimenti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Le perdite di cibo, specie frutta e verdura, sono piuttosto alte. Questo rende determinati prodotti più cari sul mercato, aumentando i costi per il consumatore. Solo ora si sta iniziando a rivolgere attenzione a questi temi.

In Italia, dove è molto forte la presenza di piccole e medie imprese anche nel settore agricolo, sono sempre di più i giovani che decidono di “tornare alla terra”. Crede che potranno essere loro i protagonisti del cambiamento?

Fino a qualche tempo fa erano solo le piccole realtà industriali a offrire prodotti biologici. Adesso lo fanno anche le grandi aziende, consapevoli che c’è un interesse di mercato. Ma sono state le piccole realtà industriali a spianare la strada, perché capaci di dare il via a un trend e dimostrare che esiste un mercato. Quando parliamo di agricoltura, poi, dobbiamo ricordare che si tratta di un mestiere che richiede conoscenze e persone capaci. Occorre cambiare l’immagine di questo mestiere, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Non dimentichiamo che può offrire molte opportunità di lavoro.

A proposito di paesi in via di sviluppo, l’Africa dispone del 60 per cento delle terre arabili al mondo. Crede che il continente potrà diventare il laboratorio per un nuovo modo di fare agricoltura?

Una delle cose a mio parere più interessanti dell’Africa, e in generale dei paesi in via di sviluppo, è che le popolazioni locali non devono aspettare di avere il telefono fisso perché hanno già i cellulari, che usano per effettuare operazioni bancarie; cosa che ha rimosso molte difficoltà nell’acceso ai servizi finanziari per le persone che vivono nelle aree rurali. Lo stesso può valere per il settore agricolo. È un continente che in questo senso può offrire molte opportunità.

magazine n. 5/17 – editoriale

di Laura Frigenti, Direttore AICS

• Lo scorso 22 maggio si è celebrata in tutto il mondo la Giornata mondiale della biodiversità, proclamata nel 2000 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite per ricordare l'adozione della Convenzione sulla diversità biologica. Per l’occasione l’Onu ha evidenziato che l'abbondanza di specie sta diminuendo, dopo essere già calata del 40 per cento tra il 1970 e il 2000. Consumi non sostenibili stanno inoltre risucchiando risorse, superando la capacità biologica terrestre del 20 per cento, mentre il 70 per cento dei poveri del mondo vive in aree rurali e dipende direttamente dalla biodiversità per la propria sopravvivenza. Stime preoccupanti riguardano anche il futuro: un recente studio del WWF ha previsto che entro il 2020 le popolazioni di fauna selvatica potrebbero diminuire di due terzi dai livelli del 1970.

Di fronti a tali numeri, emerge la necessità di un’azione coordinata a livello globale che l’Agenda 2030 ha delineato chiaramente, in particolare con l’Obiettivo 15 che prevede di “proteggere, ristabilire e promuovere l'utilizzo sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire le foreste in modo sostenibile, combattere la desertificazione, bloccare e invertire il degrado del suolo e arrestare la perdita di biodiversità”

In questo contesto, l’Italia deve poter sia lavorare con i partner all’estero, sia applicare queste esperienze all’interno dei propri confini, e la Cooperazione può avere un ruolo chiave di ponte tra le due dimensioni, ruolo peraltro già previsto dalla legge 125. Di questo, oltre che dei progetti portati avanti e alle strategie messe in campo dall’Aics nelle diverse aree in cui opera – dall’Africa sub-sahariana all’America Latina, dall’Asia all’Albania – parliamo in questo numero della nostra rivista, sempre attenta a dedicare ampio spazio ai punti di vista di organizzazioni internazionali, Ong, settore privato e agli altri partner del mondo dello sviluppo.

Quello appena concluso è stato un mese ricco di eventi per l’Agenzia, che dal 23 al 25 maggio ha partecipato con un proprio stand al Forum PA. Siamo intervenuti inoltre al convegno “Fare sistema per lo sviluppo sostenibile”, organizzato a margine del Forum, nel corso del quale si è discusso dei temi della cooperazione che saranno al centro anche delle Giornate europee dello sviluppo, in programma a Bruxelles il 7 e 8 giugno e dove l’Agenzia sarà presente per la prima volta in tre sessioni di rilevanza strategica.

Buona lettura.

magazine n. 4/17 – Iacomini, Unicef Italia: “La partita dell’accoglienza si gioca nelle prime 72 ore”

di Gianmarco Volpe

• Era dai tempi della Seconda guerra mondiale che il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia non operava direttamente in Italia. “Siamo tornati – spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef – perché c’è una situazione di emergenza che ci preoccupa. L’Italia è oggi il primo paese di destinazione dei migranti in Europa. E praticamente tutti i minori che arrivano sono non accompagnati”. Le prime ore dall’arrivo sono decisive per evitare che diventino vittime di lavoro minorile o, peggio, che vengano sfruttati sessualmente. La sfida, tra mille difficoltà, è “proteggerli e tutelarli” e nel contempo inserirli in un percorso di inclusione sociale.

In Italia si parla tanto, tantissimo di migrazione. Ma la narrazione prevalente tende oggi a dimenticare bambini e ragazzi.

Partiamo dai numeri. Nel 2016 sono arrivate in Italia 181 mila persone, il 18 per cento in più rispetto al 2015. L’Italia è diventata così il primo paese di destinazione dei migranti in Europa. L’accordo tra Unione europea e Turchia ha poi cambiato la composizione delle provenienze: la maggior parte dei migranti arriva oggi da paesi dell’Africa subsahariana, in particolare Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio e Gambia. Sempre nel 2016 sono stati registrati 25 mila minori (circa il 13 per cento degli arrivi). E praticamente tutti (il 92 per cento) non sono accompagnati. Spesso sono i genitori stessi a metterli in viaggio perché abbiano una vita migliore, altri sono costretti a partire da contesti di miseria e persecuzioni. Si tratta per lo più di maschi tra i 16 e i 17 anni di età, ciascuno dei quali è costretto in media a subire una decina di episodi di violenza fisica o psicologica prima di arrivare in Libia.

Che cosa accade a questi ragazzi appena arrivati in Italia?

Un quarto dei minori non accompagnati sparisce dopo lo sbarco, molti addirittura nel giro di 72 ore. Oggi sono irreperibili 6.500 dei minori sbarcati nel 2016. In base alle evidenze che abbiamo, molti diventano vittime di lavoro minorile nei campi, altri finiscono per essere sfruttati sessualmente. In questo caso, capita che arrivino in Italia già in possesso di bigliettini con l’indirizzo dello sfruttatore, spesso senza sapere di essere destinati alla tratta sessuale. Un altro gruppo, infine, viene arruolato nelle reti criminali nazionali e locali. Noi pensiamo che le prime 72 ore siano fondamentali: è in quel lasso di tempo che bisogna dare una risposta a questi ragazzi. È in questo scenario che, in collaborazione con il governo italiano, abbiamo lanciato l’iniziativa One Unicef Response con l’obiettivo di migliorare la protezione dei bambini migranti, cui vogliamo assicurare l’accesso a servizi equi, tempestivi e di qualità. Lavoriamo con le principali istituzioni (ministeri, prefetture, garanti per l’infanzia e comuni) attraverso progetti pilota. Uno di questi ci ha portato su cinque navi della Guardia costiera. Con team di operatori sociali e mediatori culturali, creiamo rapporti di fiducia con i giovani migranti, diamo loro le prime indicazioni, forniamo kit igienico-sanitari e children bags (matite, pastelli, libri da colorare, palloni): cerchiamo, insomma, di dare il maggior sostegno possibile nella prima fase di inclusione. Finora abbiamo effettuato otto missioni sulle navi, raggiungendo 2.200 migranti tra cui 700 bambini non accompagnati. Contiamo di arrivare presto a mille, ma siamo solo all’inizio.

Perché è così difficile portare avanti le stesse attività sulla terraferma?

In base alla Legge Zampa, approvata lo scorso marzo, i minori dovrebbero restare nei centri di accoglienza fino a un massimo di 30 giorni. Nella realtà dei fatti, spesso ci rimangono molto di più e questo crea dei problemi. Anche qui, il primo periodo è decisivo. Se nelle prime 72 ore non ricevono notizie, la prima cosa che questi ragazzi fanno è fuggire (pensiamo anche al fatto che c’è chi arriva in Sicilia pensando di trovarsi in Lombardia o a Parigi). Se invece studiano l’italiano, fanno sport, seguono corsi di musica e vengono istruiti sulle leggi e sul loro status giuridico, è più facile che si incamminino verso un percorso virtuoso.
Anche in questo caso stiamo portando avanti una serie di iniziative pilota. Insieme a Intersos e ai Salesiani abbiamo creato, a Roma e in alcune zone di Frontiera, delle squadre mobili di operatori sociali e mediatori culturali incaricati di individuare in strada i minori non accompagnati, parlarci, cercare di capire perché hanno lasciato i centri di accoglienza, recuperarli. Lavoriamo anche a Palermo con cinque centri pilota dove cerchiamo anche di dare ai minori assistenza legale e di organizzare per loro attività ricreative. Sempre nel capoluogo siciliano, 50 minori non accompagnati sono stati affidati temporaneamente ad alcune famiglie. A Napoli abbiamo fatto nascere un appartamento di gruppo, dove i minori vengono accompagnati in percorsi di studio e di lavoro. Un’altra idea è quella di fondare una radio dei giovani migranti: musica e storie di vite.

Un approccio nuovo, insomma. Quali sono le prospettive?

Una volta che i progetti pilota si dimostreranno efficaci e andranno a regime, l’ambizione è continuare a lavorare insieme alle istituzioni. I minori non vanno abbandonati: nel rispetto delle loro culture, bisogna creare le condizioni per far sentire loro che non sono soli. Hanno perso una quotidianità, ma attraverso obiettivi educativi e psico-sociali possono sentirsi in grado di fare cose nuove. In questo senso, serve un sistema italiano che - fondato sull’inclusione sociale, sul rispetto delle norme nazionali e sull’approccio multiculturale – renda queste persone parte integrante del nostro Paese.