magazine n. 4/17 – Migrazioni e sviluppo: i nuovi leader della diaspora

di Jean Claude Mbede Fouda, AICS Tunisi

• Negli ultimi anni lo slogan “aiutiamoli a casa loro” ha avuto molto successo. Nel contempo, tuttavia, ha mostrato tutti i suoi limiti: grazie alla globalizzazione, chiunque può lasciare il proprio paese allo scopo di cercare una vita migliore, anche dall’altra parte del mondo. Quello che è importante, piuttosto, è la disponibilità e la volontà delle persone a rendersi utili nei luoghi in cui si stabiliscono.

Di recente - con il miglioramento del quadro politico, giudico ed  istituzionale - il concetto di diaspora ha smesso di essere un tabù per diventare un fattore centrale nell’elaborazione delle politiche di cooperazione allo sviluppo, anche con la nomina di rappresentanti stranieri all’interno di un apposito comitato consultivo. Gli interessati, a quanto pare, hanno apprezzato la novità. Ma per capire quale può essere il ruolo delle diaspore nella gestione della grande crisi del nostro tempo, quella legata alle migrazioni, occorre entrare nel loro mondo e in quello delle numerose associazioni oggi attive. Occorre, ancora, comprendere come queste ultime funzionino e in che modo i migranti accolti in Italia abbiano deciso di tornare nei propri paesi di origine con il frutto del loro lavoro, condividendolo con le comunità di appartenenza. Abbiamo rintracciato alcune buone pratiche tra le associazioni di stranieri che, attraverso poche azioni o piccole progetti, hanno contribuito al miglioramento delle condizioni di vita nei propri paesi di origine.

Al momento, il processo di coinvolgimento delle diaspore in Italia nelle attività di cooperazione all’estero resta in fase di formulazione. Qualcosa, tuttavia, si sta muovendo. È il caso della Tunisia, con cui l’Italia ha firmato un protocollo d’intesa sulla cooperazione allo sviluppo per il periodo 2017-2020 che definisce, tra le sue priorità, la migrazione come “vettore di sviluppo”. Una delle iniziative che la cooperazione italiana finanzierà in questo settore si concentrerà sulla valorizzazione del capitale umano e finanziario delle regioni tunisine particolarmente sfavorite attraverso il coinvolgimento della diaspora tunisina in Italia al fine di promuovere delle attività di produzione in diversi ambiti, quali ad esempio l’agricoltura, l’artigianato e i piccoli mestieri. Il ruolo di ponte tra i due paesi della diaspora tunisina in Italia sarà fondamentale sia per aprire o consolidare canali di commercializzazione dei prodotti, sia per il finanziamento delle attività in Tunisia che per l’utilizzo mirato delle rimesse dei migranti.

Sostegno diretto alle famiglie

La popolazione dei paesi in via di sviluppo ha spesso rimproverato la comunità internazionale di collaborare con istituzioni governative da essa ritenute “corrotte”. Le risorse finanziarie mobilitate per progetti di sviluppo finivano infatti spesso nelle tasche di chi le gestiva. Se l’Italia ha deciso di riconoscere alle diaspore un ruolo importante nelle attività di cooperazione è anche perché i governi di tanti paesi di origine dei migranti hanno anch’essi iniziato a riconoscere il valore aggiunto dei loro cittadini trasferitisi all’estero per la crescita economica nazionale. Paesi come il Senegal e Capo Verde, con più della meta della popolazione all’estero, hanno fatto importanti passi in avanti nello sviluppo grazie al contributo della diaspora. In Camerun - con un contributo annuale che secondo le stime del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale si aggira attorno ai 37 miliardi di franchi, oltre 50 milioni di euro - attraverso l’invio mensile di denaro ai propri familiari i membri della diaspora hanno superato gli aiuti statali garantiti dal governo.

I migranti stabiliti in Italia hanno modi simili per contribuire al benessere dei familiari rimasti nei paesi di origine. Tesfaye, originario dell’Etiopia, vive ad Ancora, dove fa il cuoco. La sua famiglia, una moglie e tre figli, vive a Mekele. Il suo stipendio è di 1.100 euro al mese, e Tesfaye è costretto ogni volta a complicati calcoli per far quadrare i conti. “La priorità va all’alloggio. Ho trovato un monolocale che mi costa 300 euro al mese. Tra vitto e trasporti, riesco a risparmiare ogni mese circa 400 euro, 300 dei quali invio alla mia famiglia”. È con questo denaro che la famiglia di Tesfaye riesce a vivere in Etiopia senza nessun altro tipo d’aiuto da parte dello Stato. Nel paese africano 300 euro equivalgono a circa 6.900 birr: abbastanza per consentire a una famiglia di tirare avanti in un paese in cui lo stipendio medio è di circa 1.000 birr, equivalenti a 43 euro.

Dirlene è una ragazza capoverdiana di 26 anni. Dopo quattro anni a Roma, si è appena trasferita a Trento con il fidanzato italiano e ha trovato lavoro in un ristorante. “Quando percepisco il mio stipendio - dice Dirlene – è un dovere pensare prima di tutto a mia madre e alla gioia che proverà nel ricevere un po’ di soldi”. “Chi va all’estero – sottolinea – ci va per aiutare i suoi. E io ogni mese devo assicurarmi di pagare l’affitto di mia madre e garantire la sussistenza delle mie sorelle”.

Le difficoltà delle associazioni

Tanti migranti hanno creato da anni associazioni di volontariato con lo scopo di raccogliere fondi e tornare a casa per realizzare dei progetti di sviluppo. Queste attività attraversano da sempre tante difficoltà, tra cui soprattutto gli ostacoli legati alla mancanza di esperienza dei soggetti promotori. A questi bisogna aggiungere problemi burocratici e persino diplomatici legati al trasferimento dei beni che queste associazioni hanno intenzione di portare nei paesi d’intervento. “Un’associazione culturale non è come una Onlus o una Ong registrata, riconosciuta dalla Cooperazione italiana”, spiega Silvie, originaria del Burkina Faso, che da Roma ha guidato un’associazione per aiutare le donne nel suo paese di origine.“Una volta volevamo regalare dei computer alle donne di Bobodiolasso, ma avremmo dovuto pagare cifre esorbitanti alla dogana”. Con la nascita dell’Aics e il coinvolgimento delle diaspore, anche le associazione di sviluppo fondate da stranieri hanno la possibilità di registrarsi nell’elenco delle Ong ed Onlus autorizzate ad operare e ad accedere ai bandi della Cooperazione allo sviluppo. Per acquisire credibilità, molte associazioni hanno iniziato un’intensa attività di networking e si sono unite per essere più forti.

Le storie di Clirap ed Eurafricando

Assadio Assadio, originario del Togo, ha fondato il Centro culturale per la promozione delle lingue, lo sviluppo e la pace (Clirap), un’organizzazione che promuove lo studio della lingua italiana per consentire ai giovani africani di giungere regolarmente nel nostro paese per iscriversi all’università. “Il Clirap – spiega – nasce in seguito alle ultime ondate di migranti verso Lampedusa, composte in maggioranza da giovani provenienti dall’Africa subsahariana. Tra loro ci sono tanti giovani che muoiono con il sogno di raggiungere l’Europa per studiare”. L’associazione ha una sede a Vercelli ha è presente in diversi paesi africani: nella Repubblica democratica del Congo, nella Repubblica del Congo, nel Camerun e nel Togo. “Adesso – racconta – stiamo cercando di sviluppare le nostre attività anche in altre aree: i giovani africani hanno bisogno di noi. E vogliamo essere presenti anche nei paesi del Mediterraneo per aiutare quanti hanno i requisiti per raggiungere l’Italia regolarmente, senza rischiare di perdere la vita in mare”.

Tramite il Clirap, Assadio organizza inoltre in Africa conferenze per sensibilizzare i giovani locali contro la migrazione irregolare, cercando “di orientare i giovani non verso il deserto e il mare, ma verso le università e le scuole di formazione”. Con un unico obiettivo: “Studiare in Italia per poi tornare in Africa”. In 10 anni di attività, il Clirap ha portato negli atenei italiani oltre 2 mila africani regolarmente immatricolati, a un ritmo di oltre 200 l’anno. “Possiamo fare di meglio e stiamo lavorando per questo”, aggiunge.

Blaise Nkfunkoh Ndamnsah è il vicepresidente di Eurafricando, un’associazione nata a Gorizia nel marzo del 2013 “per la promozione di politiche di cooperazione orientate all’auto-sviluppo dei popoli e per la realizzazione di specifici programmi di intervento sociale e umanitario”. “La nostra idea è frutto della lunga esperienza maturata nel settore della cooperazione allo sviluppo ed è figlia dell’esperienza dei tavoli dei migranti, un percorso partecipativo condiviso e favorito da due diverse giunte regionali del Friuli Venezia Giulia”. Euroafricando è oggi iscritta al registro regionale delle associazioni di promozione sociale, collabora con enti locali, istituzioni e altre associazioni sul territorio.
L’idea è quella di operare strategicamente per creare dei ponti tra l’Italia e i paesi d’origine dei migranti, facilitando iniziative di ritorno volontario e creando occasione di sviluppo per i gruppi più vulnerabili (donne e giovani). In questa veste Euroafricando è presente in Africa dal 2014 con un progetto in Costa d’Avorio e due in Camerun. “L’obiettivo a lungo termine – racconta Ndamnsah - è di facilitare anche il ritorno nei paesi di origine di persone che hanno acquisito esperienze di lavoro in Italia e che potranno reinserirsi nel tessuto economico sociale di provenienza con un importante bagaglio di know-how. Solo in questo modo, a mio modesto parere, lo scambio sarà davvero equo e reciprocamente vantaggioso”.

 

magazine n. 4/17 – editoriale

di Laura Frigenti, Direttore AICS

• I fenomeni migratori che hanno caratterizzato gli ultimi anni ci portano a riflettere con crescente attenzione sui meccanismi e sulle cause di questi lunghi e talvolta drammatici viaggi che coinvolgono milioni di persone. Oggi più che mai è importante comprendere le ragioni profonde del fenomeno migratorio e riflettere su azioni in corso e soluzioni sostenibili, per poi agire di conseguenza.

In Agenzia abbiamo aperto un dibattito sul tema, predisposto strumenti operativi e realizzato un rapporto con l’università di Tor Vergata per identificare concretamente i capisaldi della migrazione sostenibile. Il dossier di questo mese vuole appunto contribuire alla divulgazione del nostro primo documento analitico “Verso una migrazione sostenibile – Interventi nei paesi di origine”che si inserisce nel contesto del Migration Compact, di cui condivide l’approccio in quanto coinvolge non solo i paesi di destinazione, ma anche quelli di origine dei migranti, elemento questo fondamentale per una risposta strutturale alla migrazione e ai suoi fattori scatenanti.

Nelle pagine del magazine troverete dunque i sette pilastri strategici della migrazione sostenibile: dalle politiche attive del lavoro al ruolo delle diaspore, dalla migrazione circolare e di ritorno  alle informazioni sui rischi della migrazione fino al delicato tema dei minori “lasciati  indietro”.

Un focus particolare sarà dedicato anche all’informazione che sta alla base di una migrazione consapevole: secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2016 oltre 5 mila migranti sono morti nel Mediterraneo. Chi arriva in Europa spesso confessa di non avere neppure immaginato le difficili, a volte estreme, condizioni del  viaggio e le difficoltà  da affrontare nel vecchio continente. Ecco allora che l’informazione riveste un ruolo estremamente importante.

Partecipando al recente convegno “Migrazioni informate e consapevoli”, è emerso che la cooperazione può avere un ruolo cardine nell’informare le persone sui rischi della migrazione verso l'Europa e sulle reali condizioni di vita nei paesi di arrivo. In proposito mi piace ricordare il progetto CinemArena, iniziativa storica della Cooperazione italiana, che ha visto il cinema ‘itinerante’ attraversare sperduti villaggi africani e divenire strumento di sensibilizzazione immediato ed efficace per informare sui più diversi temi, tra cui appunto quello della migrazione.

Per il futuro dovremo dunque lavorare ancora sulle cause alla radice delle migrazioni: i fenomeni migratori vanno gestiti, non contrastati perché il futuro risiede nella loro gestione, non nella costruzione di muri e barriere. Si tratta di una sfida quanto mai attuale, che l’Agenzia intende perseguire ben consapevole del ruolo che può giocare la cooperazione internazionale nell’individuare le politiche da realizzare nei paesi di origine per trasformare la migrazione in un’opportunità di sviluppo in grado di  generare benefici condivisi fra paesi di origine e di destinazione, nel reciproco interesse di tutta la comunità.

magazine n. 3/17 – Palestina, il viceministro della salute: “Prevenzione e controllo per il salto di qualità”

di Gianmarco Volpe

• Intervista al viceministro della Salute palestinese, Asad Ramlawi.

Tra rari momenti di distensione e frequenti picchi di tensione, il conflitto tra israeliani e palestinesi si è trascinato negli ultimi anni in un clima di granitica indifferenza e pericolosa rassegnazione, allontanando sempre più la prospettiva di un accordo di pace. Né la comunità internazionale, attraverso il suo intermittente sforzo diplomatico, è riuscita ad ammorbidire le posizioni delle due parti. A complicare la situazione è la frattura politica tra i palestinesi, con due governi diversi che di fatto continuano ad amministrare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

A pagare il prezzo dello stallo è, soprattutto, la popolazione palestinese. Gli indicatori di salute evidenziano una situazione critica, in particolare in tema di malattie croniche non trasmissibili. Nonostante le difficoltà, tuttavia, il ministero della Salute dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), con il sostegno dei donatori internazionali e delle Nazioni Unite, è riuscito negli ultimi anni a evitare il collasso del sistema sanitario e ad ottenere progressi spesso superiori a quelli registrati in altri paesi della regione. Adesso, spiega il viceministro della Salute Asad Ramlawi, la priorità delle autorità di Ramallah è il contrasto alle malattie non trasmissibili.

Per quale motivo?

Le malattie non trasmissibili sono responsabili per l’80 per cento della mortalità in Palestina. Parliamo in particolare di malattie cardiovascolari, cancro e diabete. L’80 per cento del nostro budget è dedicato proprio a questo impegno. Ma se vogliamo davvero migliorare gli indicatori sulla salute, allungare l’aspettativa di vita e tagliare le spese sanitarie, dobbiamo agire su prevenzione e controllo. Il quadro all’interno del quale agire ci è offerto dalle raccomandazioni internazionali sul controllo del tabagismo, sulla riduzione del sale negli alimenti, sulla promozione di diete   e attività fisica e sul contrasto all’alcolismo.

Quanto pesa il consumo di tabacco sulla salute dei palestinesi?

Si tratta di uno dei problemi maggiori. Il 56 per cento dei nostri giovani fuma abitualmente: non solo sigarette, ma spesso anche quelli che noi chiamiamo narghilè o shishà. Quando un ragazzo fa uso del narghilè, è come se fumasse un centinaio di sigarette. Per questo motivo, abbiamo adottato la cosiddetta Convenzione Quadro per il Controllo del Tabacco (Fctc), che prevede l’aumento della tassazione sul tabacco, il bando della vendita di sigarette non certificate o che non rispettino gli standard minimi di qualità previsti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il divieto di pubblicizzare le sigarette e di venderle a minori di 18 anni. La legge contro il fumo è stata approvata e i successivi decreti attuativi saranno approvati entro breve tempo.

Quali passi in avanti sono stati compiuti sul fronte dell’alimentazione?

La quantità di sale utilizzata per la produzione del pane è un’emergenza tutta palestinese. La nostra gente consuma tra i sette e gli otto grammi di sale al giorno, mentre l’Oms consiglia di tenersi sempre sotto i cinque grammi. In base ai valori di riferimento che abbiamo adottato, nessun forno in Palestina può utilizzare più di 1,3 grammi di sale per 100 grammi di farina. In questo modo, puntiamo a ridurre di oltre il 50 per cento il consumo giornaliero di sale da parte dei palestinesi e, di conseguenza, di fare un importante passo in avanti per la prevenzione del cancro e delle malattie cardiovascolari.

Che ruolo ha avuto la Cooperazione italiana?

L’Italia è uno dei principali sostenitori della Palestina. Proprio il progetto per la riduzione del sale nel pane è stato portato avanti in collaborazione con la sede di Gerusalemme dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, che ci ha aiutato anche nella conduzione delle ricerche necessarie. La Cooperazione italiana ci ha sostenuto anche nel miglioramento delle strutture, in particolare con gli strumenti per la diagnosi del tumore al seno, nella formazione del nostro personale e nella realizzazione di nuove cliniche che hanno favorito l’accesso della popolazione ai servizi sanitari.

magazine n. 3/17 – Flavia Bustreo, OMS: “Ridurre le disuguaglianze per non lasciare indietro nessuno”

di Marco Malvestuto

• Sebbene la maggior parte dei paesi abbiano messo a punto strategie e programmi innovativi per promuovere una salute sostenibile, ad oggi solo la metà dei membri dell’Oms vede riconosciuto il diritto alla salute a livello costituzionale. L’Italia è uno fra i primi paesi ad averlo fatto, ma per molti altri si tratta di una sfida ancora aperta. Ne è convinta Flavia Bustreo, vicedirettore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità per la salute della famiglia, delle donne e dei bambini e vicepresidente del board del Gavi Alliance, nonché prima italiana nella storia ad essere candidata alla guida dell’organizzazione.

Il terzo Obiettivo fissato dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile prevede di “garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età”, ma secondo l’ultimo rapporto “World Health Statistics: Monitoring Health for the SDGs”, pubblicato nel 2016, ancora ogni anno più di 300 mila donne nel mondo muoiono a causa di complicazioni della gravidanza e del parto; 5,9 milioni di bambini muoiono prima del compimento del loro quinto compleanno; due milioni di persone hanno contratto l'Hiv; 9,6 milioni sono stati i nuovi casi di tubercolosi registrati e 214 milioni i casi di malaria. Inoltre, 156 milioni di bambini sotto i cinque anni d’età sono rachitici e 42 milioni sono in sovrappeso, mentre 1,8 miliardi di persone bevono acqua contaminata. In che modo è possibile ridurre numeri ancora così allarmanti?

È vero, c’è ancora molta strada da fare per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile fissati per il 2030 che pongono traguardi se vogliamo ambiziosi, ma che dobbiamo impegnarci per raggiungere. Troppe donne, bambini e adolescenti in tutto il mondo continuano a vedere negato il loro diritto alla salute e all’accesso ai servizi sanitari essenziali, e troppo spesso le morti di donne, bambini ed adolescenti affondano le loro radici profonde nel fallimento da parte delle istituzioni preposte, dei governi, della società tutta, nel tutelare il diritto alla salute. Infatti, sebbene la maggior parte dei paesi abbiano messo a punto strategie e programmi innovativi per promuovere una salute sostenibile, ad oggi solo la metà dei paesi membri dell’Oms vede riconosciuto il diritto alla salute a livello costituzionale. L’Italia è uno fra i primi paesi ad averlo fatto, ma per molti altri si tratta di una sfida significativa ed ancora aperta. Conosciamo quali sono le cause principali di mortalità nel mondo, sappiamo che nella maggior parte dei casi queste possono essere prevenute e conosciamo le soluzioni. Un ruolo centrale è giocato dall’aspetto finanziario. Senza adeguati investimenti nella salute non potremmo mai venire a capo del problema. Questo avviene solo se vi è un forte impegno politico da parte dei paesi affinché l’Agenda 2030 sia realizzata e il diritto alla salute venga garantito. Solo la combinazione di azioni concrete, investimenti e volontà politica può portare a risultati sostenibili. Ci troviamo di fronte a un bivio: da come affronteremo le disuguaglianze e ingiustizie del mondo, soprattutto quelle che riguardano la salute, si determinerà la capacità di migliorare la vita delle persone ovunque, ma in particolare la capacità da parte della società attuale di sfruttare i dividendi della transizione demografica e creare un nuovo paradigma di salute, dignità e benessere per le generazioni future, con una particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili rappresentati da donne, bambini e adolescenti. “Leaving no one behind” (“Non lasciare nessuno indietro”) è il cuore dell’Agenda 2030 ed è realizzabile solo attraverso la presa di  responsabilità di tutti i paesi a rispettare, proteggere e promuovere i diritti umani, incluso il diritto alla salute, senza distinzione di alcun tipo, in riferimento a origine, colore, sesso, lingua, religione, opinione politica, origine sociale, proprietà, nascita, disabilità o di altra condizione. 

Nei paesi in via di sviluppo molto spesso le malattie e i casi di mortalità sono legati a condizioni d’insicurezza dovute a conflitti o a disastri naturali a loro volta legati spesso ai cambiamenti climatici. Quali sono gli strumenti più idonei a spezzare tale nesso?

Ad oggi le principali emergenze da fronteggiare con tutti i nostri sforzi sono due: la migrazione di oltre 65 milioni di persone nel mondo (solo negli ultimi 15 anni sono aumentate di 32 milioni le donne migranti) e il cambiamento climatico, che sembra ormai inarrestabile e che provocherà ogni anno 250 mila morti in più a causa di malaria e diarrea, stress da caldo e malnutrizione, soprattutto tra i bambini, le donne e tra la popolazione povera più vulnerabile. Già oggi quasi 7 milioni di persone muoiono ogni anno a causa dell’inquinamento dell’aria, provocato soprattutto dall’insostenibilità del sistema dei trasporti e dalle fonti di energia domestica che contribuiscono, direttamente o indirettamente, al cambiamento climatico. È necessario muoversi in maniera rapida. L’Oms ha fatto dell’analisi del rapporto fra cambiamenti climatici e salute una delle sue aree principali di ricerca ed azione. Il primo passo è infatti capire la portata del fenomeno ed in quale misura questo avrà effetti sulla salute. L’Oms è impegnata nella misurazione degli effetti e proprio recentemente ha lanciato un rapporto contenente dei profili che forniscono un quadro completo su quali siano i rischi legati all’ambiente e gli effetti sulla salute, a livello paese. L’Oms è inoltre in prima linea nel fornire supporto tecnico nella definizione di politiche che siano orientate alla creazione di un sistema “carbon neutral” e allo sviluppo di progetti di cooperazione che promuovano l’utilizzo di energia pulita, anche nel contesto dell’approvvigionamento dei servizi sanitari, dell’acqua e della salute. Le stesse misure che sono necessarie per promuovere la sostenibilità, come l’abbassamento delle emissioni di carbonio, l’utilizzo di fonti di energia più pulite e una migliore gestione dei rischi ambientali, sarebbero notevolmente vantaggiose per la salute pubblica e contribuirebbero a ridurre ad esempio le oltre 6,5 milioni di morti attribuibili all’inquinamento atmosferico in tutto il mondo ogni anno. Tra gli effetti del cambiamento climatico non possiamo infine non porre l’accento sulla correlazione con i fenomeni migratori. Numerosi sono infatti i fattori legati all’ambiente che mettono in pericolo la vita di molte persone determinando migrazioni forzate e sfollamenti. Oggi il 60 per cento delle morti materne evitabili e il 53 per cento dei decessi di bambini al di sotto dei 5 anni si verificano in contesti di conflitto, migrazioni e disastri naturali. E si stima che nel mondo oltre 26 milioni di donne e bambine in età riproduttiva vivano in situazioni di emergenza e in condizione di bisogno rispetto ai servizi di salute sessuale e riproduttiva.

Lei ha contribuito alla realizzazione del primo studio mondiale sulla prevalenza della resistenza ai farmaci anti-tubercolari grazie alla creazione del Global Working Group on Anti-Tuberculosis-Drug Resistance Surveillance, nonché della Partnership per la salute materna, neonatale e infantile, basata su una strategia globale che chiama i paesi ad un impegno concreto per abbattere il numero di morti materne e infantili. Quali risultati tangibili sono stati raggiunti?

Per me è stato non solo frutto di un lavoro intenso, ma anche un grande onore guidare il primo studio sulla tubercolosi resistente ai farmcaci, che ha contribuito a stilare le linee guida su come misurare la resistenza ai farmaci anti-tubercolari e a creare quella rete di sorveglianza grazie alla quale ancora oggi i dati vengono raccolti. Ma non bisogna nascondere che c’è ancora molto da fare, che l’impegno deve continuare, sia da parte della comunità scientifica, che ancor più di quella politica. Un’altra iniziativa di cui sono particolarmente orgogliosa è la creazione della Partnership per la salute materna, neonatale e infantile che ho creato e diretto al fine di creare una piattaforma che potesse riunire attori provenienti da settori diversi. I risultati sono stati immediatamente tangibili: la mortalità materna nel mondo  è diminuita del 44 per cento dal 1990, con un totale del numero di morti materne che da 532 mila del 1990 è passato a circa 303 mila nel 2015. Altrettanti risultati sono stati registrati con una diminuzione del numero di morti fra i bambini al di sotto dei 5 anni, in calo da 12,7 milioni del 1990 a 5,9 milioni nel 2015 (16 mila al giorno, rispetto ai 35 mila del 1990). Si tratta però, ancora una volta, di morti prevenibili, che possono quindi essere ulteriormente ridotte. Sappiamo dove queste morti avvengono e per quali motivi, e sappiamo che è possibile accelerare questi progressi e come farlo. L’accesso all’assistenza durante la gravidanza, l’assistenza specializzata al parto e il sostegno nelle settimane successive al parto stesso sono solo alcuni degli elementi base da mettere in pratica. Povertà, accesso ai servizi, mancanza di informazioni, inadeguatezza dei servizi sanitari, pratiche tradizionali sono fattori che vanno al di là del trattamento specifico, ma che richiedono altrettanta attenzione. Si tratta di un approccio olistico, che guarda alla salute della donna nel suo complesso, inclusa la salute riproduttiva e sessuale, e a tutti quegli altri elementi che sulla salute hanno una influenza. La nuova Strategia globale per donne, bambini e adolescenti 2016-2030, la piattaforma d’implementazione dell'Agenda per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030) e la seconda strategia nell'ambito dell'iniziativa “Every Woman, Every Child” del segretario generale delle Nazioni Unite raccomandano nello specifico una serie di azioni per raggiungere ogni donna, ogni bambino e ogni adolescente in tutto il mondo. In primo luogo la priorità è la fornitura di un pacchetto minimo di servizi per la salute riproduttiva da parte dei sistemi sanitari nazionali e dei partner esterni coinvolti nella gestione delle emergenze. In secondo luogo, è necessario che le esigenze e le vulnerabilità siano valutate in modo obiettivo e affrontate con un pacchetto di servizi sanitari che ricopra aree quali nutrizione, infezioni da Hiv, così come anche accesso all'acqua e ai servizi igienici. In terzo luogo, l'erogazione sostenibile dei servizi dipende da programmi che siano capaci di effettuare il passaggio dalla gestione puntuale dell’emergenza al rafforzamento dei sistemi sanitari nel lungo termine. Tutto ciò richiede un finanziamento pluriennale che sia flessibile ed erogato dall'inizio di una situazione di emergenza: secondo una recente valutazione, ad esempio, tra il 2002 e il 2013 il gap finanziario per la salute riproduttiva nelle situazioni di emergenza è stato pari a 2.689 miliardi di dollari.

L’Italia vanta una consolidata tradizione di impegno nella lotta alle grandi pandemie, tradottasi nel varo di importanti iniziative multilaterali quali il Fondo Globale per la Lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria e nell’individuazione e lancio di strumenti innovativi di finanziamento per lo sviluppo, come l’Advanced Market Commitment e la International Finance Facility for Immunisation all’interno di Gavi, l'alleanza globale per la vaccinazione e l'immunizzazione cui il nostro paese annunciato un contributo di 140 milioni di euro per il prossimo triennio. Come giudica l’impegno italiano nel settore della Salute globale?

L’Italia è da sempre un paese in prima linea nella lotta alle epidemie e alle emergenze sanitarie e, più in generale, nella promozione della salute globale. L’impegno a contribuire con una cifra così importante al Gavi, di cui sono vicepresidente, per i prossimi tre anni è un passo fondamentale anche per la salute pubblica italiana. Recentemente il ministero della Salute italiano ha diffuso dei dati allarmanti sul calo drastico delle vaccinazioni soprattutto tra i bambini a causa di una “contro informazione” che viaggia principalmente sui social media in cui si correlano i vaccini all’autismo. Ad oggi il vaccino è il metodo di prevenzione più efficace al mondo e con un ritorno tra costo e beneficio tra i più alti tra le cure esistenti. È importante continuare a fare informazione corretta su questo e investire in campagne informative, in ricerca e nella possibilità di mettere a disposizione i vaccini a un costo più basso nei paesi dove questi ancora non hanno raggiunto ampie fasce della popolazione. È necessario attivare meccanismi internazionali che facilitino il rispetto e il diritto alla salute, esportando modelli virtuosi come quello italiano, secondo cui il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, deve essere riconosciuto a tutti. L’Italia infatti vanta numerosi primati in tema di assistenza sanitaria, primo fra tutti il principio di copertura sanitaria universale. A questo si aggiunge uno dei tassi di mortalità materna più bassa al mondo, nonché il vanto di essere il secondo paese al mondo con la popolazione più longeva, dopo il Giappone. Il tutto è strettamente legato alla qualità della vita, alla qualità dell’alimentazione e della salute in generale. Proprio in virtù di questa eccellenza, l’Italia ha molto da insegnare a livello globale, ed è chiamata a giocare un ruolo di leadership in tema di salute globale, di tutela e promozione del diritto alla salute, nel contesto delle principali piattaforme politiche, incluso il prossimo G7 a guida italiana.

magazine n. 3/17 – editoriale

di Ivana Tamai

• “Garantire una vita sana e promuovere il benessere di tutti a tutte le età”: il terzo Obiettivo dell’Agenda 2030 è forse quello più immediatamente condivisibile per tutti, ma le attuali disuguaglianze sociali rendono questo traguardo ancora lontano per una parte della popolazione mondiale.

Tutelare il diritto alla salute, favorire l’inclusione sociale, proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione: basterebbe già questo per comprendere l'urgenza e l'importanza del “fare cooperazione”. E al tema della salute è dedicato il dossier di questo mese, che ha visto l’Aics promotrice di un seminario internazionale svolto a Roma per discutere di una problematica emergente per la cooperazione sanitaria: la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili, ovvero patologie cardiovascolari e respiratorie, diabete e tumori. Malattie che, con meno clamore delle grandi epidemie come l’ebola, mietono silenziosamente milioni di vittime per lo più nei paesi a basso e medio reddito. In questi paesi si concentra l’80 per cento dei decessi che sarebbero in larga parte evitabili con una adeguata prevenzione.

Nel dossier raccontiamo allora gli interventi in corso e le strategie adottate: dalla Palestina all’Afghanistan, dalla Bolivia al Burkina Faso, ma anche le prospettive future e il dibattito scientifico partendo dall’Oms, con l'intervista al vicedirettore generale, l’italiana Flavia Bustreo, che indica nel maggiore impegno finanziario e nella volontà politica gli strumenti indispensabili per raggiungere risultati concreti.

L’importanza della salute come caposaldo dello sviluppo umano sostenibile avrà forse la sua massima visibilità per il grande pubblico il 7 aprile, Giornata mondiale della salute. Una delle celebrazioni tematiche istituite dall'Onu che hanno il pregio di far accendere i riflettori su problematiche complesse che rischiano altrimenti di restare confinate nel dibattito fra addetti ai lavori mentre, nel caso della salute, riguardano 400 milioni di persone che non hanno accesso alle cure sanitarie di base.

E altrettanto importante è stata la Giornata mondiale dell'acqua del 22 marzo scorso. Ne parliamo nel focus dedicato. Un altro tassello che va a completare il nostro dossier sulla salute globale, perché l'accesso all'acqua per l'uso alimentare e l'igiene incide sulla salute e dalla disponibilità di risorse idriche dipende anche lo sviluppo rurale di quelle popolazioni che vivono di agricoltura, un settore che, da solo, assorbe il 70 per cento delle risorse idriche globali. Anche in questo caso i dati allarmanti ci dicono che ancora 1, 8 miliardi di persone beve acqua contaminata e che Yemen, Corno d’Africa e Sud Sudan restano i paesi più colpiti dalla siccità.

Le sfide ambiziose dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile mettono dunque alla prova la capacità di coesione della comunità internazionale e degli attori della cooperazione, ma hanno tracciato anche una “roadmap” in cui la tutela della salute viene riconosciuta come diritto fondamentale per superare le disuguaglianze sociali, sradicare la povertà e affermare la dignità della persona in un mondo più equo e sostenibile.

magazine n. 2/17 – Oltre i numeri: la rappresentanza politica delle donne in Africa sub-sahariana

di Roberta Pellizzoli, Università di Bologna

L’uguaglianza e la partecipazione di genere sono fra gli obiettivi dell’Agenda 2030, sulla scia della Convenzione del 1976 e della Piattaforma di Pechino del 1995. A livello globale, dal 1995 ad oggi, il numero delle donne parlamentari è raddoppiato, passando dall’11,3 al 23,3 per cento, ma è ancora distante dall’obiettivo di raggiungere la parità di genere nella rappresentanza. Il Ruanda è il primo paese al mondo per numero di donne parlamentari e altri quattro paesi del continente si collocano fra i primi 15 a livello globale, con una rappresentanza che supera il 40 per cento.

• Uno dei traguardi identificati dal quinto obiettivo dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile – “Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze” – è quello di garantire la piena ed effettiva partecipazione femminile e delle pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica”. Tale obiettivo si richiama sia all’articolo 7 della Convenzione del 1979 sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne – che impegna gli Stati membri a garantire alle donne il diritto di votare e di essere elette, di partecipare nella formulazione e nell’attuazione delle politiche di governo, di assumere cariche pubbliche a tutti i livelli e, infine, di partecipare nelle associazioni e organizzazioni non governative che si occupano della vita pubblica di un paese – sia ad una delle “aree di crisi” individuate dalla Piattaforma per l’azione di Pechino del 1995: la disuguaglianza tra donne e uomini nella distribuzione del potere decisionale ad ogni livello.

A livello globale, dal 1995 ad oggi, il numero delle donne parlamentari è raddoppiato, passando dall’11,3 al 23,3 per cento, una crescita lenta e ancora distante dalla “soglia critica” del 30 per cento e dall’obiettivo di raggiungere la parità di genere nella rappresentanza. Esistono tuttavia ampie variazioni regionali, con i paesi del nord Europa che possono vantare un 41,7 per cento contro il 28,3 per cento del continente americano, il 25 per cento dell’Europa (esclusi i paesi nordici), il 23,8 per cento dell’Africa sub-sahariana, il 19,6 per cento dell’Asia, il 18,9 per cento dei paesi arabi e il 15 per cento della regione del Pacifico. L’Africa sub-sahariana è un caso particolarmente rilevante: il Ruanda è il primo paese al mondo per numero di donne parlamentari (61,3 per cento) e altri quattro paesi del continente si collocano fra i primi 15 a livello globale, con una rappresentanza che supera il 40 per cento. Questi dati vanno però letti alla luce dei processi storici e politici dei paesi africani e accompagnati da un’analisi dei limiti e delle opportunità della rappresentanza. L’aumento della partecipazione politica delle donne nei paesi dell’Africa sub-sahariana a partire dalla seconda metà degli anni ’90 è infatti riconducibile ad una serie di fattori, quali l’apertura al multipartitismo e la conseguente creazione di uno spazio politico allargato nel quale le organizzazioni e i movimenti delle donne hanno acquisito maggiore visibilità e voce, fuori dal controllo dei partiti unici; l’impegno di alcuni partiti politici – come l’African National Congress in Sudafrica e il Frelimo in Mozambico, saliti al governo dopo decenni di lotte di liberazione che avevano visto un ampio coinvolgimento delle donne – a promuovere la rappresentanza delle donne attraverso il sistema delle quote; le pressioni e le norme approvate a livello internazionale che, sulla scia della Conferenza di Pechino, hanno dato forza e legittimità alle domande interne di cambiamento.

L’aumento della rappresentanza politica delle donne ha avuto un impatto significativo, in molti paesi, ai fini della discussione e dell’approvazione di leggi a protezione e promozione dei diritti delle donne, anche grazie alle campagne e alla collaborazione tra parlamentari, organizzazioni di donne e ricercatrici accademiche. Esistono tuttavia una serie di elementi che hanno frenato la portata del cambiamento e che, in alcuni paesi, continuano ad ostacolare l’accesso delle donne alle istituzioni: i sistemi elettorali (in particolare nei paesi con sistemi proporzionali a liste chiuse), la minore partecipazione delle donne al voto, la bassa rappresentanza a livello locale, le norme socio-culturali che limitano la mobilità delle donne fuori dallo spazio familiare, i fenomeni di violenza politica ed elettorale, il minore accesso all’istruzione superiore da parte delle donne.

Alla luce di queste sfide, il ruolo della cooperazione internazionale rimane cruciale. In primo luogo, la cooperazione allo sviluppo deve contribuire a colmare il gap di dati e conoscenze sulla partecipazione politica delle donne, in particolare a livello locale, sull’impatto di questa sulla vita dei cittadini e delle cittadine e sull’ambiente politico. In secondo luogo, le dimensioni dell’empowerment politico sono multiple e non si risolvono nel numero di donne che siedono in Parlamento: il sostegno all’associazionismo e ai movimenti delle donne a tutti i livelli, la formazione e il rafforzamento delle competenze, le iniziative a favore della “agency” delle donne sono infatti aree prioritarie d’intervento per la cooperazione, in collaborazione con gli attori della società civile, dell’Università e delle istituzioni nazionali e internazionali.

magazine n. 2/17 – Emma Bonino: “I diritti non sono per sempre, mettiamoci in gioco per difenderli”

di Gianmarco Volpe

• Non ha certo bisogno di presentazioni Emma Bonino: ex ministro degli Esteri, già Commissario europeo per gli aiuti umanitari e la tutela dei consumatori, storica leader radicale, fondatrice dell’associazione “Non c’è pace senza giustizia”, instancabile attivista per i diritti delle donne. La Giornata internazionale della donna è un’occasione per tracciare insieme un bilancio della costante battaglia per l’eguaglianza di genere in tutto il mondo.

Partiamo da qualche numero a livello globale: le donne guadagnano circa il 40 per cento in meno degli uomini; 62 milioni di ragazze non vanno a scuola; una su tre si sposa prima dei 18 anni; 220 milioni di donne non hanno accesso a metodi contraccettivi; 330 mila donne l’anno muoiono per complicazioni in gravidanza; il 35 per cento delle donne subiscono violenze; solo 23 parlamentari su cento sono donne. Sono un po’ di anni che si batte per la tutela dei diritti delle donne: quanta strada ha fatto il mondo nel frattempo? E quanta ne resta da fare?

Intanto chiariamo un dato banale ma vero: i diritti non sono per sempre. Un diritto acquisito, anche se previsto e tutelato dalla legge, non è detto resista agli attacchi dei conservatorismi se coloro che ne beneficiano non sono disposti a mettersi in gioco per difenderlo ogni volta che è minacciato. È importante non dimenticare che quando si parla di spazi di libertà, non esistono conquiste permanenti. Un sistema aperto e democratico può evolvere e perfezionarsi, consolidarsi, oppure regredire verso l’autoritarismo. È un’eventualità sempre presente, occorre restare vigili. Questo per dire che sulla questione di genere ci sono stati passi avanti e battute d’arresto nel corso degli ultimi decenni, ma il vero elemento da valorizzare ovunque nel mondo è l’attivismo delle donne e la loro formidabile determinazione e capacità di mobilitazione. In generale nel mondo siamo ancora molto lontani dal raggiungimento di un’autentica parità di genere e questo è vero in tutti i campi, dalla parità retributiva alle forme di costrizione più gravi che si verificano all’interno di gruppi sociali con una forte impronta patriarcale. Certamente esistono situazioni molto diversificate e per avere un’idea più precisa delle difficoltà esistenti e delle lacune da colmare, basta consultare il più recente rapporto sullo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo o altre autorevoli compilazioni specializzate sul tema. Sono letture utili anche perché ci dicono che il problema dei diritti delle donne, della disuguaglianza e della loro piena partecipazione alla vita economica, politica e sociale, non è limitato “ai soliti noti”, cioè a quei paesi dove tradizionalmente le donne non hanno mai avuto un ruolo nella società se non subalterno e in chiave domestica. Il problema è molto più ampio e va ricercato e combattuto anche a casa nostra.

La tutela e il potenziamento del ruolo delle donne, tuttavia, non sono solo una questione di diritti: come ribadito anche dalla recente Agenda 2030 delle Nazioni Unite (a proposito, è stata abbastanza coraggiosa sul tema?), la partecipazione attiva delle donne è essenziale per lo sviluppo dei paesi del sud del pianeta. Crede che il mondo ne sia davvero consapevole?

Che le donne siano un motore per la crescita economica e lo sviluppo umano è un’evidenza che da ormai vent’anni, con Non c’è Pace Senza Giustizia, aiutiamo le amiche arabe e africane ad affermare, il che dimostra che almeno presso le dirette interessate questa consapevolezza esiste ed è molto forte. Altra cosa è convincere e appassionare i media, i governi e la comunità internazionale ai suoi più alti livelli. Prendiamo ad esempio la lotta alle mutilazioni genitali femminili. Tutti sanno che si tratta di una pratica tradizionale fisicamente e psicologicamente molto dolorosa e con conseguenze permanenti sulla vita di chi l’ha subita. Il fatto che venga praticata su bambine, spesso neonate, contribuisce a stimolare la sensibilità delle persone e la loro avversione verso questa pratica. Eppure ci sono voluti anni di campagna e tanto impegno perché finalmente l’organo rappresentativo degli Stati in seno alle Nazioni Unite le mettesse al bando come una violazione dei diritti umani da vietare in tutto il mondo. Va detto inoltre che senza il prezioso contributo della diplomazia italiana e della Cooperazione allo sviluppo questo risultato sarebbe stato impensabile. Il linguaggio che si sceglie di usare per affrontare un problema è dunque cruciale per sgombrare il campo da possibili equivoci. Parlare delle mutilazioni genitali come di una « pratica culturale » è estremamente pericoloso, perché in nome di una supposta « diversità culturale » si rischia di cadere in un relativismo che arriva al punto di giustificare comportamenti che integrano precise fattispecie di reato. Chiamare le cose con il loro nome è doveroso e per tornare all’Agenda 2030, se posso evidenziare una lacuna dell’obiettivo 5, direi che manca qualsiasi riferimento esplicito a due presupposti cruciali per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere: la lotta agli stereotipi e l’affermazione della libertà di scelta della persona.

Nel mondo sono circa 200 milioni le donne e le ragazze ad aver subito la mutilazione dei loro organi genitali. Come si fa a tenere la luce accesa su questo dramma in un momento in cui altre emergenze saturano l’attenzione dei nostri media?

Bisogna riconoscere che uno dei meriti della campagna BanFGM condotta dal Comitato Inter-Africano sulle pratiche tradizionali nefaste assieme a Non c’è Pace Senza Giustizia e ai loro partner africani è stato quello di riuscire a imporre il problema all’attenzione internazionale, dei governi come dell’opinione pubblica. Ad oggi siamo infatti all’adozione della terza Risoluzione ad hoc da parte dell’Assemblea generale dell’Onu e alla menzione delle mutilazioni genitali femminili nell’Agenda 2030 tra le pratiche da eliminare. Quando si parla però di comportamenti che violano la dignità e le libertà fondamentali, il problema va ben oltre le mutilazioni genitali femminili e la lista si allunga non di poco. Esistono pratiche tra loro diverse ma con un comune denominatore tutt’altro che secondario: la violazione dell’autodeterminazione della persona, la negazione della possibilità di condurre la propria vita secondo le proprie preferenze e attitudini. Ne sono esempi i matrimoni precoci e forzati, lo stupro coniugale, i test di verginità o le mutilazioni intersex, di cui poco si sente parlare, ma che pure costituiscono una violazione della libertà di scelta dell’individuo. Vengono praticate su bambini i cui organi genitali esterni sono considerati “ambigui”, ragion per cui gli viene assegnato un genere attraverso un’operazione chirurgica. In sostanza, altri scelgono al loro posto in un ambito tanto privato quanto delicato: la sessualità. L’ambizione è dunque quella di ampliare la lotta oltre le mutilazioni genitali femminili per perseguire il più ambizioso obiettivo dell’affermazione della libertà di scelta.

Qualche giorno fa lei è stata in visita al campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove la Cooperazione italiana ha finanziato progetti destinati alle donne. Ha affrontato temi delicati come la legalizzazione dell’aborto: quale reazione ha ricevuto?

Le donne arabe non sono diverse da noi occidentali, hanno le stesse aspirazioni, le stesse esigenze, ma qualche problema in più. Fatta eccezione per la Tunisia e la Turchia, nel resto della regione mediterranea l’interruzione di gravidanza è consentita solo se necessaria a salvare la vita della donna o a preservarne la salute fisica e mentale. Il punto è che gli aborti clandestini - quindi a rischio - sono una realtà importante e di cui poco si parla e, stando ai dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, le gravidanze non intenzionali lo sono altrettanto. Trattandosi di un problema che vivono sulla loro pelle, non è sorprendente che ci sia apertura su questo tema da parte delle donne arabe perché, come dicevo prima, la libertà di scelta è fondamentale. In questo caso, la libertà di scegliere quando, come e quante volte essere madre. La pianificazione familiare è un bisogno ugualmente sentito. Uno dei problemi che avrà questa regione è l’esplosione demografica. L’unico modo di rallentare questo processo è attraverso l’emancipazione femminile.

 

magazine n. 7-8/16 – intervista

Mario Baldi, capo dell’ufficio emergenze del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale

La Legge 125 ha modificato profondamente il sistema della cooperazione internazionale in Italia. Come è cambiato lo scenario per quanto riguarda le attività di emergenza?

Il settore dell’emergenza è stato minimamente toccato dalla riforma. Il legislatore ha infatti lasciato al ministro degli Esteri la responsabilità di deliberare gli interventi umanitari, affidando all’Agenzia il compito di istruire e di attuare i singoli progetti. Credo che si tratti di una buona soluzione. Benché sia ancora prematuro esprimere giudizi, ho l’impressione che l’impianto della legge 125, in questo caso, funzioni. Occorre beninteso continuare a costruire pazientemente un rapporto di collaborazione con l’Agenzia, migliorare i meccanismi di coordinamento, aspettare che l’Agenzia prenda compiutamente forma dal punto di vista della dotazione di personale e della capacità operativa, ma esistono i presupposti per rendere sempre più efficace ed incisiva l’azione umanitaria dell’Italia.

Quali sono i criteri utilizzati per la scelta dei paesi nei quali intervenire e delle situazioni d’emergenza cui rispondere?

Il primo criterio che guida la nostra azione è la magnitudine dell’emergenza umanitaria quale viene periodicamente certificata e classificata dal sistema delle Nazioni Unite:  il numero delle vittime, l’entità dei danni materiali, il numero degli sfollati interni e delle vite umane che sarebbero in pericolo in assenza di un tempestivo intervento esterno, il rischio di estensione dell’emergenza – pensiamo alle epidemie come Ebola – sono tutti fattori che teniamo in conto prima di intervenire. Nel definire le modalità operative e l’ampiezza finanziaria dei nostri interventi prendiamo poi in considerazione lo specifico contesto operativo, come la presenza di Ong italiane o la possibilità di stabilire sinergie con altre attività di cooperazione in corso.

Seguendo la tendenza degli ultimi anni, quali sono le aree verso le quali stiamo concentrando maggiormente le nostre risorse?

Il Mediterraneo ed il Medio Oriente innanzi tutto: il conflitto siriano sta entrando nel suo sesto anno, il processo di stabilizzazione in Libia ed in Iraq è ancora molto fragile, mentre la Palestina continua ad essere contrassegnata da gravi problemi umanitari, in particolare a Gaza. C’è poi l’Africa, con un arco pressoché interminabile di crisi umanitarie gravissime: dal Sud Sudan alla Repubblica Centrafricana, dal Corno d’Africa, all’Africa meridionale colpiti dalla siccità provocata da El Niño, fino ai paesi rivieraschi del Lago Ciad travolti dalla violenza di Boko Haram, al Sahel. In queste aree si concentra oltre l’80 per cento delle nostre risorse.

A quanto ammontano i fondi stanziati per le attività di emergenza nel 2016? Possiamo prevedere un ulteriore incremento negli anni a venire?

Nel 2016 possiamo contare su un budget di circa 96 milioni di euro, in deciso aumento – quasi il 30 per cento - rispetto al 2015. Speriamo di aumentare le nostre risorse anche nel 2017 e nel 2018. Si tratta di livelli importanti, che riportano l’Italia in una posizione di assoluto rilievo nel panorama umanitario internazionale. È una dinamica incoraggiante, che mi auguro si consolidi negli anni futuri. Mi consenta però di sottolineare che le risorse non sono tutto. L’Italia è apprezzata anche per la professionalità dei suoi volontari, dei suoi funzionari internazionali, per la loro dedizione umanitaria e per la capacità di relazionarsi con le popolazioni beneficiarie del nostro aiuto. Il capitale umano della Cooperazione italiana, in tutte le sue espressioni, è la nostra più grande ricchezza. 

magazine n. 7-8/16 – editoriale

Mario Giro, vice ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

• Il rinnovato assetto del sistema italiano della cooperazione allo sviluppo, presentato nel corso del convegno ospitato questo mese alla Farnesina, risponde alle sfide che il mondo attuale ci propone, spesso troppo complesse per essere
affrontate senza strumenti al passo con i tempi. Questo nella convinzione che la cooperazione allo sviluppo non riveste un ruolo residuale nelle politiche di governo ma, al contrario, costituisce uno straordinario mezzo di internazionalizzazione del nostro paese: l'Italia c'è e ci vuole essere.

La nuova struttura del sistema di cooperazione, frutto della legge 125 del 2014, coinvolge nuovi attori della società civile, delle autonomie locali, delle diaspore, del settore privato, delle associazioni e delle Onlus. Si tratta di un sistema che consente un maggiore coordinamento fra i diversi attori. L'obiettivo è rivedere la lista dei paesi prioritari e dei settori d'intervento, come ad esempio il fenomeno migratorio, che non è un'emergenza ma un fenomeno ormai stabile. In questo senso, l'Africa è la nostra priorità principale, rappresentando la nostra profondità strategica non solo in termini di cooperazione allo sviluppo: più di 500 imprese sono state create in Senegal e in altre regioni del continente come il Corno d'Africa. Quanto al Migration Compact, presentato al governo italiano in sede europea, si tratta di un patto euro-africano ma per ora le risposte dell’Ue sono ancora troppo timide. Serve un impegno più forte, soprattutto in termini di investimenti, con i paesi partner fra cui il Niger, paese di origine ma soprattutto di transito delle rotte migratorie.

Almeno un terzo dei migranti si muove per motivi ambientali, occorre colmare il divario tra velocità dei flussi e lentezza dello sviluppo con la magnitudine dell’intervento, mettendoci tanti soldi, riorientando le risorse e facendo investimenti, legando insomma la politica commerciale alle politiche di sviluppo, attraverso il coinvolgimento di strumenti quali la Banca europea per gli investimenti. Ovviamente occorre anche rendere la cosa appetibile e in cambio ci deve essere un serio impegno di partenariato. In questo senso, conto molto su Cassa Depositi e Prestiti, che con un “plafond” che dovrebbe aggirarsi intorno al miliardo di euro avrà la possibilità di fare leva sui fondi privati. Anche la collaborazione fra le Ong e le imprese può avere un ruolo essenziale. Le imprese vanno create ma poi rese sostenibili, entrando a far parte di una rete di mercato. Di qui l’impegno italiano per una Cooperazione sempre più proiettata verso il futuro.

LUG-AGO16_219x310

magazine n. 9/16 – editoriale

Pietro Sebastiani, Direttore Generale DCGS - MAECI

• Al termine del quindicennio di riferimento per l’attuazione degli Obiettivi di sviluppo del millennio, i tre eventi internazionali che si sono succeduti nel corso del 2015 – la terza Conferenza sul finanziamento dello sviluppo di Addis Abeba, il Vertice sullo sviluppo sostenibile di New York e la 21ma Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) di Parigi – hanno innovato il quadro delle politiche per uno sviluppo globale realmente sostenibile da qui al 2030. Ha completato questo quadro, nel 2016, il Vertice Umanitario Mondiale di Istanbul. L’aver raggiunto un accordo sugli obiettivi in materia di eliminazione della povertà, empowerment femminile, cambiamenti climatici, inclusione sociale ed economica e standard di governance è un risultato importante. Il vero successo, tuttavia, arriverà nel momento in cui, con il concorso di tutti gli attori coinvolti, sapremo tradurre lo spirito dell’Agenda in una strategia di sviluppo sostenibile, in politiche coerenti, in obiettivi e priorità nazionali, in azioni concrete e uso efficace delle risorse, obiettivo del Documento triennale di programmazione e di indirizzo. Da qui l’esigenza di definire un approccio strategico per il triennio 2016-2018 che metta l’Agenda 2030 e lo sviluppo sostenibile al centro delle nostre politiche per far fronte ai profondi cambiamenti sociali, politici e demografici in atto, alla crescente destabilizzazione in alcune aree in Africa e nel Medio Oriente, all’acuirsi dell’emergenza migratoria, all’impatto dei cambiamenti climatici, alla necessità di sostenere i processi di pace e laddove si renda necessario un impegno a livello globale. Un approccio che rilanci il ruolo della Cooperazione italiana in un’ottica di valorizzazione e capitalizzazione del patrimonio di esperienza e al contempo d’innovazione, coinvolgendo ancora più intensamente tutti i soggetti del sistema della cooperazione allo sviluppo nelle attività di cooperazione.

In questo senso, molto è stato fatto grazie all’impegno messo in campo dal Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni,dal viceministro Mario Giro e dal mio predecessore Giampaolo Cantini, che ringrazio per il ruolo svolto sin qui. C’è un forte impegno politico a un riallineamento dell’Italia agli standard internazionali della cooperazione allo sviluppo e c’è anche l’impegno specifico, in occasione del vertice G7 del 2017 che avverrà sotto la presidenza italiana, a non essere più gli ultimi tra i paesi G7 nel rapporto tra aiuto pubblico allo sviluppo e reddito nazionale lordo. Ne risultavconfermata una nuova visione politicavdella cooperazione allo sviluppo intesa come vero “investimento strategico”, che favorisce la programmabilità e la prevedibilità delle risorse nell’arco del triennio e si accompagna alla nascita dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo(Aics), con la Cassa Depositi e Prestiti nella sua nuova funzione di istituzione finanziaria della cooperazione. Si tratta di innovazioni di non poco conto, cui si aggiungono tre nuove istituzioni – il viceministro, il Comitato interministeriale e il Consiglio nazionale per la Cooperazione allo sviluppo – per assicurare maggiore governance, coerenza, efficacia, raccordo e priorità politica alla cooperazione, sempre più in partnership con le espressioni della società civile e del settore privato impegnate nello sviluppo sostenibile. Il mio impegno come nuovo Direttore generale della Cooperazione italiana allo sviluppo è quello di contribuire al raggiungimento di questi obiettivi in collaborazione con tutti gli interlocutori del “Sistema Cooperazione”, italiano e internazionale.

set16_219x310w