magazine n. 7-8/16 – Emergenze: risposte tempestive nell’estate più difficile

Gianmarco Volpe

L’Italia aumenta gli sforzi in risposta alle crisi e alle catastrofi naturali. Sul fronte siriano e in risposta all’emergenza El Niño gli impegni più onerosi. Ma per fare il salto di qualità serve più coordinamento tra tutti gli attori.

• La crisi in Siria, il fenomeno meteorologico El Niño, i conflitti in Africa, il problema dei flussi migratori. Quella del 2016 potrebbe essere ricordata negli anni a venire come l’estate delle grandi emergenze, nel solco di scenari globali sempre più instabili e di un crescente impegno della comunità internazionale nel tentativo di tamponare le conseguenze devastanti delle crisi. Sfide – se ne è parlato a lungo nel corso del primo Vertice umanitario mondiale, lo scorso maggio a Istanbul – cui è necessario rispondere non solo tempestivamente, ma anche in maniera coordinata e lungimirante. Ciascun paese cerca di mettere in campo tutti gli strumenti a disposizione: interventi diretti, fondi destinati alle agenzie delle Nazioni Unite, la rete delle organizzazioni non governative, ora anche il settore privato. Proprio a Istanbul si sono poste le basi di un futuro piano d’azione collettivo destinato a guidare l’azione della comunità internazionale in risposta a crisi e disastri naturali, così come si è fissato il doppio ambizioso obiettivo di dimezzare entro il 2030 il numero di rifugiati e di sfollati interni in tutto il pianeta e di aumentare dal 60 al 75 per cento entro il 2018 la copertura finanziaria degli appelli umanitari delle Nazioni Unite.

L’Italia sta facendo il suo, forte anche delle novità contenute nella normativa del 2014 che ha portato alla nascita della nuova Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics). Non solo impegnandosi a rendere la spesa per gli aiuti umanitari più “flessibile, trasparente, efficiente ed efficace”, ma anche, come di recente sottolineato dal direttore dell’Aics Laura Frigenti, puntando su questioni decisive: la partecipazione qualificata del settore privato, con grandi aziende ben consapevoli che le loro strategie di business dipendono dalla stabilità, dall'assenza di crisi; un impegno a spendere meglio, anche da parte delle istituzioni multilaterali; il trasferimento dell'enfasi da politiche reattive a politiche pro-reattive, che puntano a ridurre i rischi e a eliminare le cause delle crisi.

Anche per la Cooperazione italiana l’estate 2016 è particolarmente impegnativa. Per l’anno in corso le risorse destinate alle attività di emergenza sono aumentate del 30 per cento, fino a sfiorare il tetto dei 100 milioni di euro. Uno sforzo dietro il quale non c’è solo una logica umanitaria, ma anche la consapevolezza che le crisi in corso altrove, se non gestite adeguatamente, possono avere ricadute negative anche sul nostro paese. Ne portano lampante testimonianza tanti tra le migliaia di profughi che ogni settimana rischiano la vita per attraversare il Mediterraneo e approdare alle nostre coste.

Siria, il contributo italiano

Lo scorso febbraio, in occasione della Conferenza dei donatori a Londra, l’Italia ha annunciato un pacchetto complessivo di aiuti da 400 milioni di dollari per il triennio 2016-2018, destinato sia ad attività d’emergenza che ad interventi di ricostruzione e rilancio economico-sociale in  Siria e nei paesi della regione. Il viceministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Mario Giro, ha di recente illustrato le attività deliberate per l’anno in corso a fronte di un impegno di 45 milioni di euro per il 2016, 25 dei quali destinati a progetti umanitari. Le iniziative, individuate tenendo conto delle indicazioni pervenute dagli Uffici dell’Aics e della presenza nella regione di una vasta rete di Ong italiane (alle quali viene affidato il 60 per cento della componente umanitaria del pledge), sono in linea con l’esigenza di concentrare gli interventi sui giovani (istruzione, creazione di opportunità di impiego per i giovani e formazione professionale), anche in un’ottica di mitigazione della pressione migratoria.

Parte dei fondi è tesa a finanziare sul canale multilaterale le spedizioni di aiuti umanitari – realizzate in collaborazione con il Deposito umanitario di pronto intervento delle Nazioni Unite a Brindisi (Unhrd) - e le attività condotte sul terreno dalle agenzie delle Nazioni Unite (Unicef, Unhcr, Unrwa, Pam, Ocha) e dal Comitato internazionale della Croce rossa. In Siria è stato avviato inoltre un Programma di emergenza per il miglioramento della sicurezza alimentare e delle condizioni igienico-sanitarie con l’obiettivo di rafforzare la resilienza della popolazione vittima della guerra e della crisi umanitaria in corso. Per le attività sono stati stanziati tre milioni di euro.

Altre iniziative riguardano Giordania e Libano: una da 5,5 milioni di euro per migliorare le condizioni di vita dei rifugiati siriani e della popolazione ospitante; un’altra da 5,5 milioni di euro finalizzata in particolare all’accesso a servizi scolastici di qualità per bambini e ragazzi vittime della crisi; una terza da 700 mila euro per il rafforzamento della resilienza delle comunità locali e delle capacità delle municipalità libanesi per far fronte alle conseguenze della crisi siriana, che darà continuità e rifinanzierà un programma attualmente in corso in Libano per attività di “cash for work” destinato alla realizzazione di opere di pubblica utilità in alcune municipalità. Tutti gli interventi sono realizzati con il concorso di Ong italiane, selezionate sulla base di un’apposita procedura competitiva (“call for proposals”). La loro realizzazione – ha indicato Giro – è coerente con gli impegni assunti dall’Italia in occasione del Vertice umanitario mondiale di Istanbul, con particolare riferimento a quello riguardante l’adozione di misure volte a garantire soluzioni durevoli per gli sfollati e rifugiati.

La risposta a El Niño

L’Italia è stato il paese che più rapidamente ha risposto all’emergenza El Niño, il fenomeno meteorologico che sta mettendo in ginocchio in particolare i paesi della fascia orientale dell’Africa con un alternarsi di pandemie, siccità e alluvioni. Catastrofici gli effetti: migrazioni forzate, diminuzione dei raccolti, malnutrizione. Il nostro paese è sceso in campo inizialmente con un piano da 10 milioni di euro per finanziare progetti in Etiopia, Mozambico, Malawi, Swaziland e Zimbabwe. Le attività, concentrate su sicurezza alimentare e rilancio del settore agro-pastorale, sono portate avanti sia da Ong italiane sul terreno che dalla Fao e dall’Unicef.

Il piano è stato successivamente esteso anche all’area del Pacifico ed in particolare alle piccole isole. Sono stati stanziati altri 100 mila euro a favore della Repubblica di Palau tramite la Federazione internazionale delle Società di Croce rossa e Mezzaluna rossa, dove El Niño ha provocato un’acuta siccità, mentre in collaborazione con Unicef siamo intervenuti nelle isole Fiji, Marshall e Salomone.

Recentemente, accogliendo un appello lanciato dal Pam, la Cooperazione italiana ha disposto un ulteriore contributo d’emergenza nel continente africano del valore di un milione di euro per sostenere le attività di assistenza alimentare condotte dall’agenzia Onu in Somalia. Grazie al contributo italiano saranno realizzati interventi per la fornitura di derrate alimentari a favore di circa 160 mila persone residenti nelle aree più colpite e per il sostegno nutrizionale mirato a 228 mila bambini e donne in stato di gravidanza o in fase di allattamento.

Gli interventi in Libia

Lo scorso giugno un C130 dell’aeronautica militare italiana proveniente da Misurata è atterrato all’aeroporto di Ciampino: a bordo 11 combattenti libici feriti durante gli scontri in corso per la liberazione di Sirte dallo Stato islamico. Si è trattato dell’ultima di una serie di operazioni di soccorso umanitario completate negli ultimi mesi grazie alla collaborazione tra il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale e altre amministrazioni. Pochi giorni prima, arrivava al porto di Misurata una nuova spedizione di farmaci destinata all’ospedale della città per curare 10 mila persone rimaste ferite durante il conflitto per un periodo di tre mesi.

Dall’inizio dell’anno la Cooperazione italiana ha inviato in Libia aiuti multilaterali per un valore di 2,4 milioni di euro attraverso finanziamenti al Cicr, Unhcr, Oim e Pam. In aggiunta, sono state effettuate tre spedizioni di kit sanitari del valore di circa 150 mila euro complessivi destinati agli ospedali di Tripoli-Mitiga e di Bengasi e - in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio - alle comunità Tuareg della città di Ghat, nel sud del paese. Si prevede nei prossimi giorni una nuova spedizione di sette tonnellate di medicinali e supporti sanitari per un valore complessivo di circa 50 mila euro a favore dell’ospedale di Misurata.

Iraq, aiuti per 7 milioni di euro

Sempre a giugno, l’Italia ha stanziato un contributo di 4,5 milioni di euro per il finanziamento d’iniziative d’emergenza nelle aree liberate dallo Stato islamico in Iraq. Un contributo che segue quello stanziato nel mese di dicembre 2015, del valore di 2,5 milioni di euro, e che porta l’impegno complessivo del nostro paese a favore dell’Iraq a sette milioni di euro. Lo Strumento di finanziamento per l’immediata stabilizzazione dell’Iraq (Ffis) delle Nazioni Unite, cui sono stati convogliati i fondi italiani, prevede interventi volti a rimettere in sesto le infrastrutture pubbliche e finanziamenti alle piccole e medie imprese. Il fondo mira inoltre a rafforzare il governo locale, promuovere l’impegno della società civile e la riconciliazione nazionale, e creare posti di lavoro a breve termine attraverso un programma di opere pubbliche. “L’impegno dell’Italia in favore della stabilizzazione dell’Iraq è già significativo, grazie al Programma di formazione degli agenti di polizia iracheni, condotto dall’Arma dei Carabinieri, e aumenterà in linea con le necessità del Ffis. Stabilizzare il paese è un elemento cruciale per favorire il ritorno degli sfollati interni iracheni alle loro abitazioni, evitando che si trasformino in potenziali rifugiati”, ha commentato di recente l’ambasciatore italiano in Iraq, Marco Carnelos.

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magazine n. 6/16 – Migranti e rifugiati, la risposta dell’Europa

Intervista a Neven Mimica, Commissario europeo per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo

di Gianmarco Volpe

• L’Unione europea è determinata ad affrontare alla radice i problemi che ha di fronte, ma per riuscirci deve “fare squadra”. Neven Mimica, già ministro croato per l’Integrazione europea, vice-primo ministro e commissario europeo per la Protezione dei consumatori, ricopre oggi uno degli incarichi più cruciali (e scottanti) a Bruxelles. “Tanto è stato fatto” sul fronte della cooperazione Ue-Africa, osserva, ma tanto ancora “resta da fare”. E sul Migration compact proposto dall’Italia: “In autunno presenteremo un Piano d’investimento con fondi che crediamo possano mobilizzare 31 miliardi di euro a favore dei paesi in via di sviluppo: Invitiamo i paesi membri a unirsi ai nostri sforzi”

Il tema delle migrazioni si è imposto con forza al centro del dibattito pubblico europeo. Occorre, lo ha sottolineato lei stesso in più occasioni, una strategia comune che affronti il problema alla radice. Può illustrarci la strategia per gli investimenti dell’Unione europea?

C’è un legame molto forte tra sviluppo e migrazione. Ciò si riflette sull’inclusione della questione migratoria nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, all’interno della quale è riconosciuta come una potenziale forza positiva per lo sviluppo. Questo dimostra chiaramente che la cooperazione allo sviluppo ha un ruolo chiave da giocare per affrontare sia le sfide che le opportunità presentate dall’attuale situazione globale dei rifugiati e dei migranti.

A partire dall’adozione dell’Agenda europea sulla migrazione, un anno fa, l’Unione europea ha compiuto progressi considerevoli all’interno e al di fuori dei suoi confini. Migliaia di persone sono state recuperate a mare. I dialoghi sulla migrazione e la cooperazione con i paesi prioritari si sono rafforzati: il summit de La Valletta, per esempio, ha portato la questione delle migrazioni al cuore delle relazioni tra l’Unione europea e i paesi africani. La dichiarazione Ue-Turchia ha stabilito nuove strade per portare ordine nei flussi migratori e salvare più vite. Sono stati definiti nuovi strumenti finanziari per sostenere al meglio i paesi partner che affrontano le sfide dei rifugiati e dei migranti e per offrire un futuro migliore a chi rischia la propria vita affrontando pericolosi viaggi organizzati da contrabbandieri e trafficanti.

Il Fondo fiduciario d’emergenza Ue per l’Africa da 1,8 miliardi di euro è un buon esempio di come abbiamo rafforzato il nostro approccio orientato allo sviluppo verso la gestione delle migrazioni e di come vogliamo affrontare le cause profonde della migrazione irregolare e degli sfollamenti forzati. Sono stati già decisi programmi da oltre 900 milioni di euro e attività da portare sul campo nel più breve tempo possibile.

Queste azioni dimostrano la determinazione dell’Unione europea nell’affrontare la sfida che abbiamo di fronte, ma occorre fare di più. Sono convinto che la nostra risposta all’attuale situazione richieda uno sforzo più coordinato, sistematico e strutturato, che combaci con gli interessi europei e, allo stesso tempo, con quelli dei nostri partner. È esattamente questo l’obiettivo della proposta presentata il 7 giugno dalla Commissione nella sua Comunicazione “Verso una nuova partnership con i paesi terzi sotto l’Agenda europea sulla migrazione”. Il cuore di questo nuovo approccio è costituito da partnership rafforzate ulteriormente. L’Ue intende stabilire tali partnership con alcuni paesi chiave di origine e di transito dei migranti utilizzando un approccio su misura che produca risultati concreti sia nel breve termine, tamponando i flussi di migrazione irregolare e aiutando i paesi che ospitano un gran numero di migranti e di rifugiati, sia nel lungo termine, affrontando le cause profonde di migrazioni e sfollamenti.

Sempre a questo proposito: lo scorso anno è stato varato l’Emergency Trust Fund for Africa, con fondi iniziali per 1,8 miliardi di euro. Si tratta di uno strumento sufficiente per invertire la rotta?

Per avere successo, dobbiamo applicare tutte le politiche e gli strumenti a disposizione dell’Unione europea, compresa la cooperazione allo sviluppo. Lo stesso potrebbero fare gli Stati membri attraverso i loro programmi di cooperazione bilaterali. La Commissione sta proponendo un incremento della sua assistenza a favore dei paesi più colpiti nel breve termine. In autunno la Commissione presenterà un ambizioso Piano d’investimento per mobilizzare fondi a favore dei paesi in via di sviluppo, permettendo la creazione di nuove opportunità per le popolazioni locali e aiutando queste ultime a costruirsi una vita nei rispettivi paesi d’origine. Per finanziare il nuovo Piano d’investimento, la Commissione si è impegnata a stanziare oltre 3,1 miliardi di euro provenienti da diverse fonti.

Alla fine bisogna capire che aiutare i Paesi partner a svilupparsi è il modo migliore, se non l'unico, per porre termine a flussi migratori dettati dalla disperazione di chi fugge a conflitti, carestie, persecuzioni, e così via. Vorrei che l'emigrazione fosse per tutti una possibile scelta di vita, legata alle proprie ambizioni personali e secondo canali legali, e non una scelta obbligata.

Il Migration Compact presentato di recente dall’Italia è una risposta adeguata all’emergenza?

La proposta della Commissione segue quella recentemente presentata dall’Italia. Come il primo ministro Matteo Renzi, credo che mentre rafforziamo la nostra risposta immediata per salvare vite e ordinare i flussi di migranti occorra uno sforzo maggiore per affrontare le cause strutturali della pressione migratoria globale sul lungo periodo.

Inoltre, con la proposta del Partnership Framework la Commissione si è impegnata ad aumentare il proprio contributo al Fondo fiduciario d’emergenza di ulteriori 500 milioni di euro. Il Fondo ha dimostrato di essere in grado di accelerare il nostro sostegno ai paesi partner ed è un elemento importante del nostro dialogo con loro. Invitiamo tutti i paesi membri a unirsi ai nostri sforzi e a fornire cifre equivalenti. Dobbiamo lavorare di squadra, condividere politiche e strumenti.

Di recente lei ha partecipato al Vertice umanitario mondiale a Istanbul. Nell’occasione si è discusso molto anche di contributo del settore privato. Come fare per aumentare il grado di coinvolgimento delle imprese nelle attività di cooperazione allo sviluppo?

La sfida principale è combattere la povertà endemica che sfortunatamente persiste in molti paesi in via di sviluppo e che è una delle cause profonde di fragilità, conflitti, violenze e flussi migratori. La riduzione della povertà può essere raggiunta solo attraverso una crescita inclusiva e sostenibile, basata sull’aumento delle attività economiche e delle opportunità di lavoro, specialmente per giovani e donne.

Il settore privato fornisce circa il 90 per cento degli impieghi nei paesi in via di sviluppo e per questo motivo è un partner essenziale nella lotta alla povertà. Un giusto mix di politiche, di scambi d’esperienze e di meccanismi finanziari è necessario per rispondere a questa sfida di dimensioni enormi. In termini concreti, il nostro approccio si basa su due obiettivi. Da un lato, il miglioramento dell’ambiente economico; dall’altro, l’aumento degli investimenti privati, in particolare attraverso operazioni che combinano donazioni e prestiti e che prevedono meccanismi di condivisione del rischio.

A questo proposito, vorrei fare riferimento agli strumenti innovativi che abbiamo appena messo in atto per consentire lo sviluppo del settore imprenditoriale in aree che normalmente non vengono considerate dagli operatori economici. È il caso di Electri-FI, posto in essere per sostenere progetti di elettrificazione nelle aree rurali, e di Agri-FI, per l’agricoltura sostenibile dei piccoli proprietari.

Occorrono in effetti approcci specifici per i paesi fragili e coinvolti in situazioni di conflitto, così come per quelli in cui nuove opportunità economiche sono necessarie per ripristinare la coesione sociale, la pace e la stabilità. Ciò che è essenziale è che gli investitori che hanno la forza di investire in questi contesti difficili siano incoraggiati con misure concrete, non solo sul piano finanziario, ma anche con un continuo sostegno al miglioramento delle condizioni di sicurezza e di governance. È esattamente questo ciò che vogliamo ottenere attraverso il dialogo con i paesi partner.


* Ha collaborato Riccardo Fraddosio

 

magazine n. 6/16 – editoriale

Emilio Ciarlo, AICS - Capo Ufficio Relazioni Istituzionali e Comunicazione Pubblica

• Dal 20 al 23 giugno, per la prima volta, lo staff dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics), compresi i 18 direttori delle sedi estere, si è riunito a Roma per una settimana di confronto e riflessione. È stato un momento intenso ed importante per il nostro futuro.

I primi due giorni hanno consentito di delineare l’identità, la vocazione e le ambizioni dell’Agenzia, presentate con chiarezza e forte carica empatica sin dal primo intervento introduttivo del direttore Laura Frigenti. Un’Agenzia moderna, dinamica, specializzata e capace di produrre idee e d’inserirsi nel dibattito
internazionale. Qualcosa di molto diverso da un semplice ente erogatore di finanziamenti e aiuti, un player che piano piano riscopra la cifra della cooperazione italiana e dica la sua sul modello di sviluppo internazionale e sui grandi temi della globalizzazione. Per collocare questa tessera nel mosaico è stato decisivo mettere a fuoco il senso dello strumento “Agenzia” nella nuova Pubblica amministrazione: il perché della scelta e il modo in cui può e deve essere interpretato il ruolo di supporto e partecipazione di un organo tecnico alle scelte strategiche e politiche. I lavori si sono focalizzati, in particolare negli ultimi due giorni, anche sui temi concreti e operativi che riguardano il rapporto con le nostre sedi estere, la rete e gli avamposti su cui l’intera cooperazione fa affidamento e che dovranno, nel tempo, essere potenziati, dotati di maggiori risorse umane e meglio collegati con Roma.

Chiediamo ai nostri Direttori di trasformarsi da esperti tecnici di cooperazione in veri e propri manager dello sviluppo, capaci di guidare strutture complesse, in situazioni difficili e con la necessità di cogliere opportunità di finanziamento e partnership nel rispetto della ownership dei diversi paesi. È una sfida difficile, ma è la nostra sfida.

In questo quadro è stato molto apprezzato l’incontro con Bernardo Bini Smaghi di Cassa Depositi e Prestiti, che ha presentato la nuova “Banca dello sviluppo” italiana, contribuendo a disegnare un quadro di potenziale grande miglioramento dell’impatto della cooperazione italiana sullo sviluppo dei paesi partner, grazie alla mobilitazione di risorse aggiuntive provenienti sia dal paese che dall’Europa. Un cenno finale merita senz’altro il saluto che il viceministro Mario Giro e il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni hanno voluto portare all’Agenzia confermando la volontà di stringere una sinergia sempre maggiore tra i vari player della nuova cooperazione perché ciascuno cresca nel suo ruolo garantendo un risultato complessivo più che positivo per il paese. Una settimana importante per la nostra Agenzia e per il cambiamento che lentamente, ma testardamente, porteremo avanti nel futuro. A cominciare da questo mensile. Ma questa è una storia che racconteremo un’altra volta.

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