storie di emergenza • Raja’a, Libano

L’inverno era la stagione preferita di Raja’a in Siria. Le piaceva ascoltare la pioggia cadere, avvolta nel calore della sua casa alla periferia di Damasco. Arrivata in Libano, la pioggia è diventata il suo peggiore incubo. I tappeti, non sufficienti a isolare il materasso dall’acqua che velocemente trasforma l’argilla in fango, rimanevano bagnati per giorni. “Non sapevi mai quello che ti trovavi addosso,” dice Raja’a, “acqua, fango, vermi.”

Con l’aiuto della Cooperazione italiana, di UNHCR e dell’ONG italiana CISP, il rumore della pioggia ha smesso di essere un campanello d’allarme. La tenda che ospita Raja’a, suo marito e i loro tre bambini è isolata dal terreno e impermeabile all’acqua. Il campo è ora provvisto di servizi igienici, una miglioria che ha restituito dignità ai suoi abitanti. “Prima dovevamo andare tra gli alberi, di notte e di giorno, anche quando pioveva,” dice Raja’a. “Noi donne avevamo paura ad andare da sole, al buio. Adesso la situazione è migliorata molto.”

Sono circa 1.1 milioni di rifugiati siriani vivono oggi in Libano, un paese che contava quattro milioni di abitanti prima del conflitto siriano. Secondo le stime delle Nazioni Unite, oggi un abitante su quattro è rifugiato. Com Raja’a, tanti di loro hanno dovuto adattarsi a vivere in sistemazioni di fortuna alle periferie dei campi da fruttaove cercano di trovare lavoro giorno per giorno.

Oltre ad aver provveduto ad isolare le tende e installare i servizi igienici, l’ONG CISP, grazie al contributo della Cooperazione italiana, ha portato al campo acqua potabile e una nuova consapevolezza sull’importanza dell’igiene personale quotidiana per scongiurare il diffondersi di malattie. “I miei figli adesso si lavano le mani e i denti anche senza che io glielo chieda,” dice Raja’a, sottolineando i progressi compiuti dai bambini a seguito delle attività educative svolte da CISP.

Per assistere queste famiglie, costrette ad affrontare il trauma della loro nuova condizione di rifugiati, la Cooperazione Italiana dal 2013 ha sostenuto l’operato dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) con 7,5 milioni di euro e quello delle ONG italiane con oltre 17 milioni di euro.

Mettiti nei miei panni,” dice Raja’a, “immagina di avere una casa provvista di tutto l’occorrente e poi ti trovi a vivere così, in tenda.” La storia di Raja’a è uno stimolo per la comunita’ internazionale e l’Italia ad operarsi ancora di piu’ per alleviare le sofferenze subite da una popolazione che, da 5 anni a questa parte, sta pagando il prezzo di una delle guerre più sanguinose dei nostri tempi.

 

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