{"id":7261,"date":"2018-10-01T15:32:49","date_gmt":"2018-10-01T13:32:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/?p=7261"},"modified":"2018-10-01T17:08:38","modified_gmt":"2018-10-01T15:08:38","slug":"come-cambiano-i-leader-in-africa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/rubriche\/dal-mondo-accademico\/come-cambiano-i-leader-in-africa\/","title":{"rendered":"Come cambiano i leader in Africa"},"content":{"rendered":"<p>Nasce sul sito dell\u2019ISPI una nuova piattaforma, unica nel suo genere, dedicata alle dinamiche politiche e ai cambiamenti di leadership avvenuti nel continente africano dal 1960 a oggi. Per capire la nuova Africa attraverso i suoi nuovi leader politici.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-7262\" src=\"https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/Giovanni-Carbone-300x256.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"256\" \/>Elezioni o colpi di stato? Continuit\u00e0 o cambiamento? La nuova Africa \u00e8 anche un\u2019Africa di nuovi leader. Un progetto innovativo lanciato dal sito dell\u2019ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e denominato Africa Leadership Change \u2013 potete trovarlo <a href=\"https:\/\/www.ispionline.it\/it\/africa-leadership-change-project\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">qui<\/a> \u2013 si propone di offrire una piattaforma, unica nel suo genere, dedicata a dinamiche politiche e cambiamenti di leadership avvenuti nel continente africano dal 1960 a oggi. Sfidando stereotipi e narrazioni approssimative del continente africano, l\u2019obiettivo di questa iniziativa \u00e8 quello di stimolare il dibattito accademico sulla politica africana e di avvicinare il pubblico non specializzato a tematiche politiche \u2013 come i processi elettorali, la trasparenza della competizione, l\u2019alternanza democratica, le involuzioni autoritarie \u2013 e alle loro implicazioni socio-economiche riguardanti ciascuno dei 54 stati sovrani dell\u2019Africa.<\/p>\n<p>Questo strumento, pensato per essere facilmente fruibile, si basa su un originale lavoro di raccolta dati effettuato da Giovanni Carbone (Head del Programma Africa dell\u2019ISPI e professore ordinario di scienza politica all\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Milano) e Alessandro Pellegata (assegnista di ricerca all\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Milano) e arricchito dalla visualizzazione interattiva realizzata in collaborazione con l\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Genova. Il dataset ALC e le sue diverse rese grafiche permettono di scoprire per ogni singolo paese africano quanti e quali cambiamenti di leadership si sono susseguiti dagli anni \u2013 dalle indipendenze fino ad oggi \u2013 e, nello specifico, come questi sono avvenuti: se tramite transizioni violente, come i colpi di stato o le insurrezioni armate, oppure in modo pacifico attraverso le elezioni. Nel caso delle transizioni elettorali, sempre pi\u00f9 diffuse dagli anni \u201890, una serie di mappe dinamiche permettono anche di ricostruire pi\u00f9 specificamente il modo in cui \u00e8 avvenuto il passaggio di leadership, se cio\u00e8 in un quadro di continuit\u00e0 di partito ovvero segnando l\u2019avvento al governo di nuove forze provenienti dalle opposizioni. La visualizzazione dell\u2019evoluzione politica di un paese, con le sue diverse esperienze di leadership, pu\u00f2 inoltre essere affiancata \u2013 a discrezione di chi visita il sito del progetto \u2013 dall\u2019andamento di uno o pi\u00f9 dei principali indicatori socio-economici che ne hanno caratterizzato il periodo, dall\u2019espansione demografica agli aiuti allo sviluppo ricevuti, dalla crescita economica alle aspettative di durata media della vita.<\/p>\n<p>Il progetto dell\u2019ALC offre dunque diversi tipi di informazioni, talvolta anche insolite, che si riflettono nelle quattro schermate interattive principali di cui si compone lo strumento. Interagendo con la mappa dell\u2019Africa su cui si apre il progetto (la scheda \u201c<strong>Current African Leaders<\/strong>\u201d), colorata secondo i risultati dell\u2019indice Polity IV, una delle principali misurazioni dello stato di democrazia o autoritarismo dei diversi paesi del mondo, \u00e8 possibile scoprire per ciascuno degli stati africani informazioni circa i capi di stato e di governo attualmente in carica e il grado di apertura o di chiusura politica che ne caratterizza il regime. Un grafico a parte indica inoltre la maggiore o minore permanenza al governo dei leader africani: si parte da Teodoro Obiang Nguema Mbasogo (da oltre trentotto anni al potere in Guinea Equatoriale), che ha consolidato il primato di leader pi\u00f9 longevo dopo le \u2018dimissioni\u2019, nel corso del 2017, dell\u2019angolano Jos\u00e9 Eduardo dos Santos (anche lui al potere dal 1979) e di Robert Mugabe (dal 1980) in Zimbabwe. In fondo alla classifica vi sono i neo-eletti Cyril Ramaphosa (che a inizio anno ha sostituito Jacob Zuma alla presidenza del Sudafrica), l\u2019etiopico Abiy Ahmed, e il sierraleonese Julius Maada Bio.<\/p>\n<p>L\u2019evoluzione temporale di questi e altri dati politici e socio-economici dei singoli paesi africani pu\u00f2 essere visualizzata in modo dinamico in una seconda mappa del continente (schermata \u201c<strong>Dynamic Map<\/strong>\u201d). Grazie a grafici a linee interattivi che mostrano l\u2019andamento nel tempo di un\u2019ampia gamma di aspetti riguardanti l\u2019evoluzione politica, economica e sociale di uno o pi\u00f9 paesi prescelti e confrontati tra loro (\u201c<strong>Charts<\/strong>\u201d), \u00e8 inoltre possibile analizzare l\u2019intera serie degli avvicendamenti tra leader e la performance dei loro paesi secondo l\u2019indicatore selezionato. Infine, una serie di visualizzazioni a barre (\u201c<strong>How Leaders Change<\/strong>\u201d) permettono di esplorare le modalit\u00e0 in cui sono avvenute le transizioni di leadership nei paesi africani, se cio\u00e8 in modo violento, in modo pacifico ma non elettorale, oppure attraverso elezioni multipartitiche. Si scopre cos\u00ec che, diversamente da quanto viene spesso ripetuto, \u00e8 dal 2014 che in tutto il continente non si verifica un cambio di leadership violento.<\/p>\n<div class=\"boxed-article\">\n<h2>L&#8217;Africa e l&#8217;integrazione regionale e sub-regionale<\/h2>\n<p><small>di Sara Bonanni<\/small><\/p>\n<p>Il tema dell\u2019integrazione regionale in Africa \u00e8 di fondamentale importanza per comprendere la coerenza e la solidit\u00e0 delle strategie di sviluppo nei Paesi del continente. Esistono esempi e schemi diversi, alcuni anche di significativo successo come dimostra il destino recente della Comunit\u00e0 dell\u2019Africa orientale (Eac), considerato uno degli organismi il cui processo di integrazione \u00e8 tra pi\u00f9 avanzati nel continente. Non \u00e8 un caso per\u00f2 che i principali esempi di organizzazioni regionali africane riguardino due associazioni tra Paesi strettisi attorno a quelle che sono le due nazioni con le economie pi\u00f9 grandi e sviluppate, Nigeria e Sudafrica, che hanno contribuito rispettivamente alla nascita della Comunit\u00e0 economica degli Stati dell\u2019Africa occidentale (Ecowas) e della Comunit\u00e0 di sviluppo dell\u2019Africa australe (Sadc). Chiaramente a livello macro l\u2019organizzazione che fa da cappello \u00e8 l\u2019Unione Africana, Si tratta di un&#8217;organizzazione molto giovane, nata ufficialmente con il primo vertice dei capi di Stato e di governo del 9 luglio 2000 a Durban. Nel corso del vertice, al quale presenziava tra gli altri il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, furono sottoscritti i primi atti riguardanti gli organi dell&#8217;Unione, ovvero il protocollo relativo allo stabilimento del Consiglio di pace e sicurezza e lo statuto della commissione, e furono stabilite regole e procedure per l&#8217;Assemblea, il consiglio esecutivo e il comitato dei rappresentanti permanenti.Quella che \u00e8 percepita come la maggiore differenza \u00e8 la capacit\u00e0 dell&#8217;Unione di intervenire in conflitti interni agli stati in situazioni quali genocidio crimini di guerra e crimini contro l&#8217;umanit\u00e0 secondo quanto stabilito dall&#8217;articolo 4H dell&#8217;Atto costitutivo. In questo articolo sono citati tutti i principi a cui si ispira l&#8217;Unione africana ed \u00e8 degna di nota la presenza del riferimento al rispetto per i principi democratici, i diritti umani, le regole della legge e del governo in quanto l&#8217;Organizzazione dell&#8217;unit\u00e0 africana taceva su questi temi. Per quanto riguarda gli obiettivi contenuti nell&#8217;articolo 3, vi sono accenni alla promozione di pace, sicurezza e stabilit\u00e0 nel continente, alla partecipazione popolare e al buon governo, ma anche allo sviluppo sostenibile e alle condizioni necessarie per permettere all&#8217;Africa di ottenere il ruolo che le spetta nell&#8217;economia globale e nelle negoziazioni internazionali.Nell&#8217;articolo 23.1 \u00e8 fatto riferimento alle sanzioni stabilite dall&#8217;Assemblea da comminarsi a quegli stati che non versino i contributi dovuti all&#8217;Unione. Nell&#8217;articolo 23.2 vi \u00e8 invece il riferimento agli stati che manchino di uniformarsi alle decisioni e alle politiche stabilite dall&#8217;Unione. Le sanzioni, anche in questo caso stabilite dall&#8217;assemblea, possono essere di natura economica e politica. Infine nell&#8217;articolo 30 si parla di sospensione dall&#8217;Unione per un governo che ottenga il potere con mezzi incostituzionali, senza tuttavia approfondire l&#8217;argomento.<\/p>\n<p>La<em> New Partnership for Africa&#8217;s Development<\/em> (NEPAD), \u00e8 attualmente inserito nella struttura dell&#8217;Unione Africana: ha la sua origine da un mandato dell&#8217;Organizzazione dell&#8217;Unit\u00e0 Africana a cinque capi di Stato (Algeria, Egitto, Nigeria, Senegal e Sudafrica) per la creazione di una struttura socio-economica integrata di sviluppo.<\/p>\n<p>Le priorit\u00e0 del NEPAD sono stabilire le condizioni per uno sviluppo sostenibile assicurando pace e sicurezza, cooperazione e integrazione regionale, riformare le politiche per accrescere gli investimenti in alcuni settori ritenuti strategici come agricoltura, sanit\u00e0, trasporti, energia, export, turismo e mercato intra-africano, ed infine mobilitare le risorse per attrarre maggiori investimenti esteri ed accrescere il flusso di capitali attraverso ulteriori riduzioni del debito e crescenti aiuti allo sviluppo.<\/p>\n<h3>Africa occidentale e Nigeria<\/h3>\n<p>Le radici del regionalismo dell\u2019Africa occidentale affondano nel colonialismo, soprattutto quello nella parte francofona occidentale del continente. Il retaggio coloniale ha infatti avuto un impatto cruciale sullo sviluppo degli stati dell\u2019Africa occidentale. Negli anni \u201960 e fino alla creazione dell\u2019Ecowas nel 1975, il particolare progetto del regionalismo in Africa occidentale pu\u00f2 essere considerato come un mezzo per mettere fine alla supremazia francese sui Paesi della regione e promuovere una maggiore unit\u00e0 politica ed economica.<\/p>\n<p>L\u2019importanza del pan-africanismo sulle motivazioni che spingono per una maggiore integrazione regionale in Africa occidentale offre poi un terreno fertile sul quale le istituzioni crescono e si sviluppano. \u201cL\u2019Africa deve unirsi o disgregarsi individualmente\u201d, dir\u00e0 Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana e tra i maggiori esponenti del pan-africanismo.<\/p>\n<p>Per comprendere la nascita dell\u2019Ecowas, \u00e8 necessario leggere l\u2019evoluzione del movimento pan-africano come uno dei suoi supporti ideologici insieme alla volont\u00e0 della Nigeria di ergersi a guida dei Paesi francofoni, grazie alle sue maggiori dimensioni territoriali ma anche alle risorse derivanti dallo sfruttamento degli idrocarburi individuati nel suo sottosuolo.<\/p>\n<p>L\u2019idea di un processo per l\u2019integrazione economica regionale fu menzionata per la prima volta durante i vertici della Commissione economica delle Nazioni Unite per l\u2019Africa nel 1966 e nel 1967 fu ripresa e rielaborata nei primi anni settanta, quando gli stati dell\u2019Africa occidentale erano indipendenti da circa un decennio e la Nigeria era uscita dalla guerra civile causata dal tentativo secessionista del Biafra. Nel contesto della Guerra Fredda, il progetto di integrazione regionale non fu ritenuto d\u2019ostacolo agli interessi delle potenze mondiali n\u00e9 di particolare importanza strategica e la regione fu perci\u00f2 lasciata a svilupparsi su propria iniziativa.<\/p>\n<p>La creazione dell\u2019Ecowas \u00e8 stata quindi principalmente il risultato di dinamiche regionali, con l\u2019Europa che manteneva un ruolo di stimolo grazie al partenariato promosso con i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (acp) attraverso la firma della Convenzione di Lom\u00e9. La Nigeria ha condiviso con gli altri Paesi vicini due motivazioni principali per l\u2019integrazione nell\u2019Ecowas, oltre alla volont\u00e0 di affermarsi al ruolo di guida: il desiderio di conquistare un\u2019effettiva decolonizzazione economica e avviare cos\u00ec un processo di confidence-building collettivo. Alla base della nascita dell\u2019Ecowas \u00e8 stata quindi una valutazione fondamentalmente economica e l\u2019apparente successo degli Stati membri dell\u2019organizzazione regionale ha poi influenzato anche altri paesi del Terzo Mondo spingendoli verso una maggiore integrazione economica. Fattori materiali, piuttosto che elementi ideologici, sono dunque la preoccupazione maggiore degli stati membri, per trovare un nuovo equilibrio dopo la fine del colonialismo in un contesto caratterizzato dalla divisione in blocchi causata dalla Guerra Fredda e raggiungere l\u2019indipendenza economica.<\/p>\n<h3>La Sadc e l\u2019integrazione economica regionale in Africa australe<\/h3>\n<p>La Comunit\u00e0 di sviluppo dell\u2019Africa australe (Sadc) nasce nel 1992 dall\u2019allargamento della Conferenza di coordinamento per lo sviluppo dell\u2019Africa australe (Sadcc) a Namibia e Sudafrica, gli ultimi due stati della regione a superare il governo a minoranza bianca. La nuova associazione annunci\u00f2 in quel momento la sua intenzione di contrastare i problemi legati a sicurezza e carenza di autorit\u00e0 statale. A promuovere la trasformazione dell\u2019organizzazione sono stati i cambiamenti avvenuti nel contesto regionale, essi stessi in qualche modo influenzati e abilitati dai contestuali cambiamenti nella struttura globale delle relazioni internazionali, nella fattispecie la fine della Guerra Fredda, evidenziando cos\u00ec come i livelli regionali e internazionali di lettura non possono essere analizzati separatamente. Gli stati africani si sono ritrovati sempre pi\u00f9 incapaci di resistere alle nuove politiche integrate condizionate sui prestiti supportati dalle istituzioni finanziarie internazionali. La nuova istituzione ha provato a indirizzare quello che era considerato il problema pi\u00f9 pregnante della precedente struttura, ossia l\u2019assenza di chiari confini di autorit\u00e0 e responsabilit\u00e0 nell\u2019attuazione dei programmi, con una maggiore attenzione su integrazione regionale, liberalizzazione del commercio e capacit\u00e0 di mobilitare risorse proprie.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 degli annunci dell\u2019intenzione di creare monete comuni e promuovere una maggiore integrazione, i processi portati avanti in Africa occidentale e australe restano per\u00f2 ancora in larga parte sospesi. Se infatti nei 15 Paesi dell\u2019Ecowas i cittadini hanno la possibilit\u00e0 di muoversi liberamente senza l\u2019obbligo di richiedere un visto, l\u2019obiettivo di realizzare un mercato economico comune \u00e8 ostacolata dalla presenza di barriere tariffarie e non che i singoli Stati ancora mantengono mentre il dibattito si \u00e8 ora spostato sulla possibilit\u00e0 che all\u2019organizzazione regionale possa aderire anche il Marocco. D\u2019altra parte, se l\u2019unione doganale tra i Paesi della Sadc e la nascita di un mercato comune regionale \u00e8 gi\u00e0 operativa soltanto tra cinque dei 15 Stati membri (Botswana, Lesotho, Namibia, Sudafrica, Swaziland), la libert\u00e0 di circolazione per i suoi cittadini \u00e8 di fatto ostacolata dalla mancata ratifica da parte dei Parlamenti nazionali dei relativi protocolli.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div id=\"attachment_7350\" style=\"width: 810px\" class=\"wp-caption aligncenter\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-7350\" class=\"size-full wp-image-7350\" src=\"https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/regional-economic-communities-RECs.jpg\" alt=\"\" width=\"800\" height=\"784\" srcset=\"https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/regional-economic-communities-RECs.jpg 800w, https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/regional-economic-communities-RECs-600x588.jpg 600w, https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/regional-economic-communities-RECs-768x753.jpg 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><p id=\"caption-attachment-7350\" class=\"wp-caption-text\">Fig.1 Mappa delle principali Comunit\u00e0 Economiche Regionali africane<\/p><\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nasce sul sito dell\u2019ISPI una nuova piattaforma, unica nel suo genere, dedicata alle dinamiche politiche e ai cambiamenti di leadership avvenuti nel continente africano dal 1960 a oggi. 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