{"id":8089,"date":"2019-03-28T13:07:52","date_gmt":"2019-03-28T12:07:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/?p=8089"},"modified":"2019-03-28T13:07:52","modified_gmt":"2019-03-28T12:07:52","slug":"difendere-lambiente-una-priorita-per-la-nostra-politica-estera","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.aics.gov.it\/oltremare\/rubriche\/interviste\/difendere-lambiente-una-priorita-per-la-nostra-politica-estera\/","title":{"rendered":"Difendere l&#8217;ambiente, una priorit\u00e0 per la nostra politica estera"},"content":{"rendered":"<p>Grammenos Mastrojeni a Oltremare: mantenere la stabilit\u00e0 del sistema ecologico \u00e8 una questione fondamentale per la pace. L\u2019esperienza in Africa e l\u2019impegno dell\u2019Italia.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Diplomatico, docente e scrittore. Tre angolazioni per affrontare un tema cruciale: il legame fra tutela dell\u2019ambiente, sviluppo e pace. Un impegno che Grammenos Mastrojeni ha portato avanti dai primi anni Novanta ricoprendo ruoli di primo piano in ambito interno e internazionale. Coordinatore per l\u2019Ambiente della Cooperazione allo Sviluppo, \u00e8 focal point nazionale per la lotta al degrado delle terre, capo negoziatore per le terre e l\u2019acqua, ed \u00e8 membro delle squadre negoziali sul clima, la biodiversit\u00e0, e gli oceani, oltre che copresidente del Gruppo G7 su clima e e conflitti. Tra le sue numerose pubblicazioni e saggi, ricordiamo la recente uscita per Chiarelettere, con il climatologo Antonello Pasini, del libro, quanto mia attuale, \u201cEffetto serra-effetto guerra: clima, conflitti, migrazioni, con l\u2019Italia in prima linea\u201d. Oltremare lo ha intervistato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Perch\u00e9 nel nostro fare diplomazia, rientra, con un ruolo di primo piano, l\u2019occuparsi di ambiente e di clima?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>&#8220;Per risponderle compiutamente, credo sia utile fare un passo indietro: alle origini della Seconda guerra mondiale. Quello che ha portato alla pi\u00f9 grossa tragedia della storia dell\u2019umanit\u00e0, ha fatto compiere un salto in avanti nella comprensione delle vere cause dei conflitti, in particolare quello che \u00e8 successo in Germania. Questo perch\u00e9 Adolf Hitler non \u00e8 andato al potere con un colpo di stato: ci aveva provato nel 1923, gli \u00e8 andata male, fu rinchiuso in prigione dove scrisse il \u201cMein Kampf\u201d nel quale ha indicato tutto quello che intendeva fare.<\/p>\n<p>E nonostante questo, fu liberamente eletto e non da chiunque, bens\u00ec dalla porzione di popolazione in assoluto pi\u00f9 istruita al mondo fra le due guerre, cio\u00e8 la classe media tedesca. Questo ovviamente ha posto una domanda sul come \u00e8 possibile che persone cos\u00ec colte, anche con una tradizione culturale cos\u00ec straordinariamente articolata, abbiano potuto compiere una scelta del genere. In un certo senso, si \u00e8 scoperta l\u2019acqua calda, e cio\u00e8 che l\u2019interpretazione della questione della pace portata fino a quel momento, soprattutto dai policy maker, aveva un elemento mancante nell\u2019equazione&#8230;&#8221;<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>Vale a dire?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>Fino ad allora il problema era ascritto o ai potenti \u2013 non \u00e8 troppo lontano il periodo in cui si disinnescava una guerra facendo sposare i figli dei sovrani \u2013 oppure in una ottica pi\u00f9 evoluta, tra l\u2019altro introdotta da Bismark, a una questione di equilibrio di potere ma sempre fra Stati. Invece era del tutto assente la popolazione. Con quanto \u00e8 successo in Germania, si \u00e8 scoperto che i potenti piuttosto che gli equilibri tra Stati sono dei fattori scatenanti ma tutto dipende da un\u2019autorizzazione delle popolazioni ai loro regimi a compiere scelte aggressive, e questo normalmente avviene quando le popolazioni sono soggette a grande stress socioeconomico.<\/p>\n<p>Su questa constatazione si \u00e8 creata la pi\u00f9 grande macchina internazionale mai esistita, vale a dire le Nazioni Unite. Le Nazioni Unite hanno un unico scopo che \u00e8 quello di mantenere la pace: hanno un organo appositamente dedicato a questo, che \u00e8 il Consiglio di Sicurezza dove lavora pochissima gente, sono poco pi\u00f9 di quaranta a fronte dei 200mila dipendenti dell\u2019Onu che si occupano di cose apparentemente lontane dalla questione della pace e della guerra&#8230;<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>Cosa fanno questi 200mila?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>Cercano di fare in modo che le popolazioni non si trovino in quelle condizioni di pesante stress socioeconomico che poi conducono a scelte di conflitto. Quando le Nazioni Unite sono nate, erano chiari alcuni elementi di questa equazione: quindi protezione dell\u2019infanzia, protezione dei diritti dell\u2019uomo, piano piano l\u2019economia, ma non era ancora stato capito che anche un ambiente degradato poteva diventare un fattore di stress per le societ\u00e0.<\/p>\n<p>Questo lo si \u00e8 iniziato a capire all\u2019inizio degli anni Settanta, in particolare c\u2019\u00e8 stato un passaggio fondamentale anche se poco compreso al momento: mi riferisco alla Conferenza di Stoccolma del 1972, dove tutti gli Stati sono andati considerando che ci fosse una specie di tensione insolubile tra sviluppo e ambiente. In particolare, gli Stati del blocco sovietico andarono dichiarando che l\u2019ambiente era un lusso borghese&#8230;Ma Indira Gandhi, primo ministro indiano, in un suo discorso dichiar\u00f2 che il peggiore inquinamento \u00e8 la povert\u00e0. Questo avvi\u00f2 una riflessione che port\u00f2 alcuni ad anticipare negli anni Ottanta il fatto che un ambiente disfunzionale avrebbe esercitato delle pressioni sulla disponibilit\u00e0 di risorse. Ma questo era solo il primo punto. Comunque, entrava cos\u00ec la questione dell\u2019ambiente nella questione della pace. Piano piano il pensiero si \u00e8 raffinato e abbiamo capito qual \u00e8 il vero problema che viene con il degrado ambientale.<\/p>\n<p>Non \u00e8 tanto una questione di maggiori o minori risorse disponibili, c\u2019\u00e8 anche quello, e non \u00e8 neanche il fatto che un clima mutato da noi, pi\u00f9 energetico, porta o dei danni alle infrastrutture, neanche tanto il triste fatto che un clima pi\u00f9 caldo impatta sulla fisiologia delle persone&#8230;Il vero problema \u00e8 che siccome noi introitiamo energia e ne introitiamo molta, l\u2019equivalente dell\u2019esplosione di 410mila bombe atomiche al giorno, e questa energia solare non \u00e8 incanalata nelle strutture su cui si \u00e8 modellato il pianeta, essa si trasforma in disordine.<\/p>\n<p>Quindi il famoso grado di aumento della temperatura media di cui si parla, con una scelta di comunicazione a mio avviso un po\u2019 scellerata perch\u00e9 nessuno si spaventa con questo numero, in realt\u00e0 corrisponde a una quantit\u00e0 enorme di energia che si mette a vagare libera nel sistema e lo rende imprevedibile. In altri termini, il vero problema \u00e8 che con il cambiamento climatico, che \u00e8 l\u2019orologio della natura, tutti i servizi che fornisce la natura diventano imprevedibili&#8230;<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>E quindi&#8230;<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>Non si sa pi\u00f9 con certezza quando arriva la primavera, non si sa pi\u00f9 con certezza se piove o quando piove etc&#8230;E in queste condizioni qui, soprattutto i Paesi pi\u00f9 fragili si destabilizzano. Attenzione, per\u00f2: l\u2019agricoltura che \u00e8 certo alla base di queste economie ma lo \u00e8 anche delle nostre, perch\u00e9 non bisogna pensare che sia solo un problema rurale, anche il gestore dell\u2019acquedotto di Milano non pu\u00f2 fare bene il proprio lavoro se non ha la minima idea dell\u2019innevamento delle Alpi.<\/p>\n<p>Noi continuiamo a dipendere strettamente dai servizi della natura e riusciamo ad organizzarci solo se riusciamo a prevederli, se rispondono ai cicli ordinari. Il cambiamento climatico, risuonando con tutte le altre forme di degrado ambientale, rende del tutto imprevedibili quei servizi su cui dobbiamo ancora contare. Un esempio che ci fa capire bene cosa sta succedendo \u00e8 la comparazione tra deserto e fasce della desertificazione. Nell\u2019Africa settentrionale ci sono prevalentemente deserti e ci sono persone che si sono adattate a questo ecosistema avaro. Solo che ora c\u2019\u00e8 anche una fascia attiva che \u00e8 di desertificazione, dovuta non solo ma anche prepotentemente ai cambiamenti climatici.<\/p>\n<p>Se noi mettiamo sui classici piatti della bilancia, in termini assoluti, la generosit\u00e0 dell\u2019ecosistema del deserto, la generosit\u00e0 dell\u2019ecosistema della fascia della desertificazione, quest\u2019ultima \u00e8 ancora obiettivamente pi\u00f9 generosa, per\u00f2 l\u00ec si sono persi riferimenti temporali. E questa fascia si sovrappone perfettamente alla fascia di concentrazione della fame, la fascia di concentrazione dei conflitti, la fascia di concentrazione dei traffici, quella delle dinamiche terroristiche e potrei andare avanti citando circa 90 overlapping: una fascia di risorgenza dell\u2019epidemia di meningite, perfino con una fascia di intensificazione di stupri. Il clima d\u00e0 il ritmo della regolarit\u00e0.<\/p>\n<p>La regolarit\u00e0 a sua volta \u00e8 governata dalla legalit\u00e0. Quando la regolarit\u00e0 viene meno anche l\u2019ambito della legalit\u00e0 si restringe e lascia spazio al caos, alla illegalit\u00e0. In questo modo ci siamo resi conto che non \u00e8 un \u201clusso borghese\u201d, ma mantenere la stabilit\u00e0 del sistema ecologico \u00e8 una questione fondamentale per la pace. E in questo senso rientra nei compiti delle Nazioni Unite.<\/p>\n<p>In questo senso quello che andavano a fare i miei poveri colleghi e amici deceduti nel disastro aereo in Etiopia, era di grande importanza. Poco noto al pubblico, ma forse in assoluto la questione geostrategica pi\u00f9 rilevante negli anni a venire. Noi parliamo molto dell\u2019Africa ma ci sono dei potenziali di destabilizzazione che sono veramente drammatici&#8230;<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>Quali in particolare?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>\u00c8 previsto che i ghiacciai della fascia dell\u2019Himalaya-Hindu Kush e Palmir a un certo punto collassino. Non \u00e8 che continueranno a fondere in proporzione all\u2019aumento del calore: ci sono meccanismi di soglia che oltre un certo punto collassano. La reazione che l\u2019uomo europeo pu\u00f2 avere a questa notizia \u00e8, forse, un sentimento di perdita estetica, ma poi considera che sia qualcosa di molto lontano da noi.<\/p>\n<p>Se non che visto che l\u00ec c\u2019\u00e8 un clima monsonico, che i ghiacciai accumulano eccesso di umidit\u00e0 dalla stagione delle piogge e poi lo rilasciano gradualmente durante la stagione secca attraverso un sistema di fiumi che irriga piani dove sono stanziate 1,4 miliardi di persone: se i ghiacciai collassano, quelle piane diventano caratterizzate da una ingestibile alternanza di siccit\u00e0 e alluvioni. E se noi pensiamo che il famoso crollo dell\u2019Impero romano \u00e8 molto legato ad una piccola fluttuazione del clima che ha portato un clima pi\u00f9 freddo in Asia centrale, che poi ha portato a movimenti di popolazioni che hanno fatto pressione sui nostri confini, capiamo come tutto questo possa riguardarci ora, in un\u2019epoca in cui non ci si muove a cavallo e in cui, magari, ci si porta dietro una testata atomica.<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>Queste considerazioni sono, secondo Lei, un patrimonio consolidato a livello di leadership mondiali?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>Adesso s\u00ec. Ci abbiamo impiegato molto, va detto, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 stata una fase di scetticismo, era un concetto nuovo, ma ormai non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 dubbio. E\u2019 cos\u00ec. E la cosa interessante \u00e8 che questo tipo di preoccupazioni non sono espressi dai consueti circoli ambientalisti, ma sono soprattutto espressi da ambienti conservatori che culturalmente non avrebbero molto a che fare con l\u2019ambientalismo. I primi a dare un allarme istituzionale sono stati quelli del Pentagono, che non sono proprio Greenpeace&#8230;<\/p>\n<p>Se Lei va vedere il sito della Nato o del Centro studi della Cia, trova almeno 8-9 pubblicazioni riferite all\u2019impatto dei cambiamenti climatici sulla sicurezza al 2030. Ormai tali preoccupazioni, e acquisizioni, sono state incorporate, anche il G7 ha creato un gruppo di cui sono stato co-presidente durante il nostro periodo, e a sua volta questo ha prodotto una pubblicazione adottata dai ministri degli Esteri, dove tutto questo \u00e8 chiaramente affermato. Questa prima fase, cio\u00e8 rendersi conto del problema, \u00e8 stata superata. Adesso siamo nella fase dell\u2019elaborazione delle strategie per farvi fronte.<\/p>\n<p>E\u2019 un po\u2019 pi\u00f9 complesso ma non \u00e8 mission impossible. E tra l\u2019altro la cosa pi\u00f9 straordinaria \u00e8 che tutte le strategie efficaci per far fronte a questo tipo di situazione sono anche strategie di crescita economica. In realt\u00e0 non ci sarebbe un prezzo da pagare, si tratta solo di orientare le nostre economie pi\u00f9 verso un co-sviluppo che verso una competizione completamente prive di regole.<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>Ma allora perch\u00e9 l\u2019impressione che si ha \u00e8 che gli interessi nazionali, sovranisti verrebbe da dire oggi, facciano da ostacolo alla definizione di un \u201cPatto globale\u201d per la salvaguardia del pianeta?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>Il \u201cPatto globale\u201d, che \u00e8 uno strumento giuridico, ha delle sue problematiche, in particolare va ad incidere in una maniera abbastanza profonda su delle prerogative di sovranit\u00e0, per cui ci possono essere delle resistenze ma questo non vuol dire che non si possa trovare una cooperazione. Ci sono obiettivamente degli ostacoli a riconoscere che l\u2019ambiente, ovunque si trovi, \u00e8 un patrimonio comune, riconoscendo, solo per fare un esempio, che certe foreste tropicali non appartengono solo al Paese che le ospita ma appartengono a tutta l\u2019umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Questi ostacoli ci sono, vanno messi nel conto, ma ci\u00f2 non vuol dire che non si possa partire in maniera pragmatica verso le soluzioni. Poi in particolare dal punto di vista dell\u2019Italia c\u2019\u00e8 una perfetta coincidenza tra l\u2019interesse nazionale, anche quello inteso nella maniera pi\u00f9 classica, e l\u2019interesse a disinnescare tutto questo e a creare quelle strutture socioeconomiche che mentre recuperano l\u2019ambiente creano anche stabilit\u00e0 sociale.<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>L\u2019Italia, per l\u2019appunto. Visto dal suo osservatorio privilegiato, interno e internazionale. Il nostro Paese, inteso come sistema-Italia, sta facendo davvero tutto il possibile per andare nella direzione da Lei auspicata?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>Tutto il possibile \u00e8 un\u2019affermazione grossa, non c\u2019\u00e8 nessun sistema-Paese al mondo che si sia attrezzato per fare tutto il possibile, perch\u00e9 richiede una transizione che investa il sistema intero, e non un suo comparto, ma tutto sta succedendo abbastanza rapidamente. Tutto sommato s\u00ec, stiamo facendo molto, siamo anche gli antesignani di alcune delle tecnologie e degli approcci che sono in assoluto pi\u00f9 efficaci, che hanno un rapporto costo-risultati tra i migliori. Non \u00e8 scienza missilistica.<\/p>\n<p>Noi non possiamo lasciare l\u2019Africa a se stessa. Non \u00e8 solo questione di dare una generica assistenza. Bisogna aiutarli a creare reddito a partire da un ecosistema rivitalizzato. Ci\u00f2 vuol dire agricoltura, soprattutto quella piccola, familiare, crearci sopra delle filiere che oltre a dare uno sbocco sul mercato locale, diano anche una redditivit\u00e0. Significa su questa agricoltura rivitalizzata aiutare a creare un mercato, un artigianato, un\u2019industria&#8230;Riattivare un ettaro di terreno desertificato nel Sahel costa pochissimo, si tratta solo di fare delle pozzette di decantazione.<\/p>\n<p>Quando si fanno queste pozze di decantazione riparte la vegetazione con un ritmo tale che assorbe carbonio al punto che per ottenere lo stesso risultato, investendo in alte tecnologie, bisogna spendere 1000-1500 dollari. Prima cosa. Seconda cosa, si ottiene la ripartenza della biodiversit\u00e0, che vuol dire fertilit\u00e0. Assieme alla ripartenza della vegetazione si autorisolve il problema idrico, perch\u00e9 la vegetazione ritrattiene l\u2019acqua, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 bisogno di fare pozzette in via infinita. E si risolve un altro problema di cui nessuno parla&#8230;<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>Vale a dire?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>La mitigazione locale delle temperature. Immagini che domani uno dei grandi colossi multinazionali nel campo decida improvvisamente di non inquinare pi\u00f9. Sarebbe una gran cosa per l\u2019umanit\u00e0 ma i vantaggi verrebbero distribuiti in maniera indiscriminata. C\u2019\u00e8 un unico modo per far calare le temperature l\u00ec dove serve, che \u00e8 con la copertura vegetale.<\/p>\n<p>Pochi mesi fa ero in Etiopia, ho parlato con la comunit\u00e0 che mi diceva: prima qui stavamo bene, poi dopo la desertificazione abbiamo chiesto di essere rilocati, non solo perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 da mangiare ma perch\u00e9 questa terra qui, con il sole a picco sopra, riflesso dalle pietre senza vegetazione sotto, diventava un fuoco: 50-51 gradi. Noi abbiamo applicato queste tecniche: \u00e8 ricresciuta la vegetazione e non \u00e8 che \u00e8 la temperatura \u00e8 diminuita di 2 gradi, \u00e8 passata da 50 a 34. L\u00ec ce n\u2019era bisogno. E fin qui abbiamo l\u2019effetto ecosistemico: mentre assorbiamo carbonio, quindi aiutiamo a risolvere in generale il problema dei cambiamenti climatici, facciamo ripartire le altre attivit\u00e0: dalla fertilit\u00e0 riparte l\u2019agricoltura, dall\u2019agricoltura ripartono i mercati locali, c\u2019\u00e8 una funzione di empowerment delle donne, c\u2019\u00e8 una funzione di mobilitazione delle culture tradizionali.<\/p>\n<p>Queste operazioni si possono fare e le stiamo facendo. Per esempio, la Regione Emilia-Romagna si \u00e8 innestata sul recupero di alcune variet\u00e0 di grani tradizionali etiopici e gli ha creato una filiera di valore. Una Ong di Torino, che si chiama Alisei, \u00e8 andata a scoprire che nella minacciata foresta di S\u00e3o Tom\u00e9 si poteva recuperare una coltivazione tradizionale di cacao nella foresta. Era diventata antieconomica nel mercato standardizzato, perch\u00e9 significa nessuna meccanizzazione della foresta, ma ha una qualit\u00e0 tale per si pu\u00f2 vendere a sette volte il prezzo di mercato normale, e quindi abbiamo creato una ragione per&#8230;<\/p>\n<p>Lo applichiamo al turismo, col turismo sostenibile&#8230; Il fatto che lo facciamo noi, con i nostri partner europei, significa che invece di creare delle strutture di dipendenza ci leghiamo reciprocamente a queste terre in un meccanismo di co-sviluppo. Espandiamo anche il Pil, creiamo benessere, stabilizzazione. Non c\u2019\u00e8 nessuna contraddizione tra un impegno per la salvaguardia dell\u2019ambiente e le priorit\u00e0 di politica estera, anzi ormai vanno mano nella mano e io la definirei proprio per l\u2019Italia che si distende come un ponte tra le due sponde del Mediterraneo, forse la priorit\u00e0 di politica estera numero uno. Come mai non emerge cos\u00ec tanto? Perch\u00e9 i media, me lo lasci dire, si occupano soprattutto del contingente.<\/p>\n<p>Questo discorso \u00e8 un po\u2019 pi\u00f9 strutturale. E poi c\u2019\u00e8 anche questa narrativa un po\u2019 strana: da una parte c\u2019\u00e8 il pubblico buono, un po\u2019 vittima, e dall\u2019altra ci sono le imprese e i governi. Le imprese hanno compreso che sostenibile conviene: si stanno riconvertendo il pi\u00f9 velocemente possibile, non solo perch\u00e9 sono state conquistate da una nuova visione della salvezza del mondo, ma semplicemente perch\u00e9 la finanza stessa lo dice: l\u2019impresa sostenibile rende di pi\u00f9 ed \u00e8 pi\u00f9 stabile. Gli investimenti fatti dai grandi fondi in imprese caratterizzate da sostenibilit\u00e0 sono aumentati di 18 volte in 10 anni e oggi son 1\/4 degli asset gestiti. Le imprese ci sono. Le motivazioni ci sono, uno potr\u00e0 sindacarle, ma comunque ci sono&#8230;<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>E i governi?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>I governi fanno quello che possono in una normale ottica di \u201ctocca a me, no tocca a te\u201d, che va messa in conto. Quello che manca un po\u2019 all\u2019appello \u00e8, a mio avviso, la consapevolezza del pubblico. Il pubblico dei compratori, di chi fa la domanda, ma anche di quel pubblico che compra in un\u2019altra maniera, \u201ccompra\u201d col voto. Siccome qui i benefici sono indiretti \u2013 pur essendo in realt\u00e0 direttissimi, tangibili \u2013 e seguono una catena di conseguenze, \u00e8 difficile farli entrare nel ciclo elettorale. E\u2019 questa \u00e8 obiettivamente una difficolt\u00e0. Detto ci\u00f2, anche qui sono ottimista. Stanno cambiando le cose. Ad esempio il movimento lanciato da Greta Thunberg mi d\u00e0 una certa speranza anche se, pur appoggiandolo al 100 per cento \u00e8 un movimento ancora incompleto&#8230;<\/p><\/blockquote>\n<p><strong>Perch\u00e9 incompleto?<\/strong><\/p>\n<blockquote><p>Perch\u00e9 \u00e8 un movimento che dice: governi, fate il vostro dovere. Credo che debbano fare un passo in pi\u00f9: governi fate il vostro dovere, mentre noi cittadini ci diamo da fare per fare il nostro. Perch\u00e9 poi quantitativamente tutti questi scenari terribili che si stagliano all\u2019orizzonte si risolvono con la somma di piccoli cambiamenti individuali nei comportamenti.<\/p><\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Grammenos Mastrojeni a Oltremare: mantenere la stabilit\u00e0 del sistema ecologico \u00e8 una questione fondamentale per la pace. 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