Le donne quasi dimenticate del Sahara Occidentale

“Le donne hanno paura di fallire perché se falliscono vengono additate, mentre gli uomini falliscono ogni giorno e nessuno se ne cura”. Sono le parole di una delle donne a capo dei campi profughi che da circa 47 anni ospitano nel territorio desertico del sud dell’Algeria la popolazione saharawi, in fuga dal conflitto in corso nel Sahara Occidentale – zona contesa fra il Marocco e il Fronte Polisario. Quasi totalmente ignorata dai media e dalla cooperazione per lo sviluppo, quella dei saharawi è da anni nella lista delle crisi dimenticate stilata dall’Unione Europea.

Qui, le donne – nel rispetto dell’impianto tribale saharawi – hanno un ruolo fondamentale per il coordinamento delle attività dei campi profughi e rappresentano il cuore del sistema scolastico e sociale, riuscendo nello sforzo di mantenere un ambiente pacifico e prevenire la violenza e il radicalismo, nonostante la condizione di grande sofferenza in cui vive la popolazione, inclusi i giovani. Ma anche qui – come altrove – le donne faticano a sfondare i soffitti di cristallo, un po' per il carico sproporzionato relativo alla cura di bambini e delle persone con disabilità che ricade su di loro, un po' per quell’assenza di autostima legata a ruoli sociali prestabiliti e alle aspettative di una società che dalle donne si aspetta la perfezione.

La Cooperazione italiana non ha mai dimenticato queste donne, e da anni sostiene i programmi delle Nazioni Unite realizzati nei campi. Così, per il tramite del Programma alimentare mondiale (Pam) e di Unicef le donne in gravidanza e allattamento possono beneficiare di aiuti in cash per acquistare alimenti fondamentali per la lotta alla malnutrizione, le insegnanti ricevono piccoli incentivi per combattere la loro povertà e rendere il loro lavoro meno gravoso, le scuole vengono potenziate contribuendo ad alleviare il peso della cura dei figli a partire dai 3 anni, i centri di salute vedranno la realizzazione di child friendly spaces per meglio accogliere le mamme ed i loro figli.

Ma la sicurezza alimentare e il rafforzamento dell’autostima passano anche attraverso la promozione di modelli positivi, come la chef Haha, rifugiata saharawi che grazie al supporto del Cisp e del Pam conduce un “Masterchef Saharawi”, finanziato anche con fondi della Cooperazione italiana. Le sue lezioni di cucina sono di ispirazione per tante donne e uomini dei campi, sia per la sua capacità di creare piatti nutrienti e variegati con i pochi alimenti reperibili in loco, sia per la sua grande forza ed il suo carisma, che nonostante le difficoltà incontrate ogni giorno – non solo in cucina – hanno reso famosa la trasmissione Tv e la cucina saharawi anche al di fuori dei campi.

La vincitrice dell’edizione Masterchef nei campi Saharawi, progetto finanziato anche con fondi della Cooperazione italiana e realizzato in collaborazione con il Cisp
Distribuzione di aiuti alimentare nei campi profughi Saharawi

Tavola verde 2: uno zoom di immagini e parole sulla produzione sostenibile e la sicurezza alimentare in Tunisia

L'ambasciata d'Italia in Tunisia e l'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) - sede di Tunisi hanno organizzato lo scorso 27 ottobre l'evento "La tavola verde 2. Produrre diversamente per #FameZero".

Trasmesso anche in diretta Facebook sulla pagina di Aics Tunisi, “La tavola verde 2” ha invitato decisori politici, organizzazioni internazionali, società civile, settore privato e i cittadini a riflettere sull'urgenza e i benefici di una produzione alimentare responsabile che soddisfi i bisogni della comunità umana e preservi le risorse naturali in vista di un legame più sostenibile e rispettoso tra persone e territorio. Ad aprire il dibattito c’erano l’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Fabrizio Saggio, il ministro dell’Agricoltura, Mahmoud Elyes Hamza, e la sindaca di Tunisi, Souad Abderrahim.

Quest’appuntamento tunisino si è inserito nel calendario della sesta edizione del Festival dello Sviluppo sostenibile, l’evento pubblico italiano, esteso alle rappresentanze diplomatiche all'estero, per sensibilizzare e mobilitare cittadini, giovani, imprese, associazioni e istituzioni sui temi legati allo sviluppo sostenibile, nonché per valutare i risultati raggiunti dalla comunità internazionale nell'attuazione dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite. In continuità con La tavola verde organizzata nel 2021, ma con un occhio più teso all'attualità, quest'anno la Cooperazione italiana in Tunisia ha voluto scegliere un tema che si impone nell'agenda di ogni cittadino e legato all'obiettivo di sviluppo sostenibile 2 - sradicare la fame, garantire la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un'agricoltura sostenibile.

Nel cuore della Medina di Tunisi, presso il Presbiterio della chiesa del Santa Croce, rinnovato grazie ai fondi italiani e simbolo della pacifica coesistenza di culture, si sono ritrovati intorno al tavolo del dibattito l’Aics Tunisi, l’Istituto di Ricerca e dell’Insegnamento Superiore Agricoli (Iresa), la Fao, il Ciheam di Bari, il Cefa, le associazioni tunisine Exploralis e Atuge e un produttore biologico. I due panel – l’uno sulla produzione sostenibile per la transizione ecologica e la sicurezza alimentare, l’altro sul valore aggiunto di una produzione locale e biologica - hanno sollecitato il confronto di idee e la condivisione di informazioni potenzialmente convertibili in nuove politiche, investimenti e cambiamento di comportamento.

A seguire, si è dato spazio alla fase conclusiva del contest fotografico “Il percorso verde” rivolto a fotografi o aspiranti tali con l’obiettivo di raccogliere fotografie che immortalassero le pratiche ecologiche in uso in Tunisia nella produzione e trasformazione di prodotti agro e ittico-alimentari. Dal 14 al 23 ottobre, sono state ricevute 505 candidature con immagini provenienti da tutte le regioni tunisine. Le 16 foto finaliste sono state proiettate, esposte e valutate durante l’evento grazie all’animazione degli influencer Fatma Bououn e The Dreamer, quest’ultimo giudice speciale.

In un mondo in cui una crisi localizzata ha ripercussioni globali, in cui il cambiamento climatico e l'eccessivo sfruttamento delle risorse naturali minacciano il patrimonio naturale, la Cooperazione italiana ha voluto organizzare un evento formativo e ludico per richiamare l’attenzione dei singoli cittadini, delle istituzioni e della società civile sull’urgenza di ripensare le modalità di funzionamento della popolazione in un’ottica di conservazione e rigenerazione degli ecosistemi.

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Libia, l’altra vita di Asma

“Mi sono sposata a 19 anni. Quando ho scoperto di essere incinta per la prima volta ero al settimo cielo”. Inizia così il racconto di Asma (nome fittizio), giovane donna sfollata attualmente residente a Um-Alaranib, nel centro-sud della Libia. È fuggita da Sebha insieme a tutta la sua famiglia alla ricerca di quiete e sicurezza. Scappavano dal conflitto, dalla povertà, dalla paura. “Mi avevano detto che questo era un posto tranquillo dove poter trovare una casa e mandare a scuola i miei figli”, continua. I suoi cinque figli, tanto desiderati e tanto protetti, divenuti proiezione del suo proprio benessere alla sola condizione che la loro fosse, e sia ancora, una bella vita.

Per mesi Asma ha sofferto di deconcentrazione, stress acuto e stanchezza perpetua. Continuava a sognare di terminare gli studi e trovare un lavoro dignitoso per essere soddisfatta come donna e come madre. Sogni, quasi epifanie deliranti, ritmati da ricadute nel pessimismo assoluto. Depressione fu la diagnosi del dottor Suha, medico presso l’unità mobile allestita dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa) grazie al contributo finanziario dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics). Il dottore ha visitato la donna, l’ha ascoltata e l’ha indirizzata verso una pianificazione familiare controllata. Sulla sua scrivania c’era del materiale informativo ed educativo, lo stesso che distribuisce ai pazienti, circa 40 a settimana, durante le visite o le sessioni di sensibilizzazione.

Da allora, la vita di Asma è cambiata. La sua salute psico-fisica è migliorata, ha terminato gli studi in infermieristica e ha intrapreso un percorso professionale in una clinica. “Oggi lavoro come assistente medico e sento di contribuire al benessere della mia famiglia e della comunità”, conclude Asma.

Quella di Asma è una delle tante storie, raccontate ma più spesso taciute, degli sfollati in Libia. Secondo i dati più recenti dell’Oim, sono ancora 143.000 le persone che hanno dovuto lasciare le loro case nonostante il cessate il fuoco dell'ottobre 2020 e i miglioramenti della situazione della sicurezza. Un dato importante per comprendere le conseguenze che anni di conflitto hanno generato sulle condizioni di vita delle popolazioni.

Grazie al contributo italiano e all’impegno sul campo dell’Unfpa e dei suoi partner, molte persone tra cui migranti, sfollati, donne e altre categorie vulnerabili possono accedere gratuitamente a servizi integrati di emergenza in ambito di salute riproduttiva e di protezione in risposta alle violenze di genere, per una vita dignitosa, di sogni e di conquiste.

L’Aics interviene in partnership con Unfpa in Libia per supportare l’accesso a servizi sanitari essenziali relativi alla salute riproduttiva materno-infantile e ai servizi multi-settoriali di risposta alla violenza di genere a beneficio dei gruppi più vulnerabili della popolazione, tra cui ragazze e donne.

Il programma, realizzato nel sud della Libia (Ghat, Zawilah, Um Alaraneb e Tmassah), si declina in diverse attività: il dispiego di unità mobili e di personale sanitario specializzato, la formazione e il rafforzamento delle capacità, la realizzazione di campagne d’informazione e sensibilizzazione. Da settembre 2022, 18.488 persone, di cui 11,005 donne, 871 migranti e 674 sfollati interni hanno ricevuto assistenza medica grazie alle unità mobili e il personale sanitario dei centri ospedalieri.