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MOZAMBIGO e climate change: un 2019 devastante

Il Mozambico è uno dei paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico: per questo è fondamentale proseguire l’impegno nella valorizzazione delle capacità di adattamento delle comunità locali.

Il 2019 è stato un anno difficile per il Mozambico. I due cicloni tropicali che lo hanno devastato, a distanza di poco più di un mese l’uno dall’altro, hanno messo a dura prova le già precarie strutture sociali ed economiche; peraltro, nei giorni in cui questo articolo viene scritto, le autorità e gli osservatori delle agenzie delle Nazioni Unite sono in allerta per il possibile arrivo di un terzo ciclone nella regione settentrionale di Cabo Delgado. Le conseguenze di Idai e Kenneth, oltre ad aver provocato più di seicento vittime, hanno scatenato l’indignazione della comunità internazionale: è sembrato, infatti, che i cicloni colpissero in maniera più violenta proprio quell’angolo di mondo che molto poco ha contribuito all’intensificarsi degli effetti del cambiamento climatico. L’intero continente africano sarebbe responsabile per appena il 4% delle emissioni di gas serra di tutto il pianeta. L’attività principale in Mozambico è l’agricoltura di sussistenza, ed il tessuto industriale è scarsamente sviluppato, se non con alcune rare eccezioni.

 

I cicloni hanno portato oltre 2 milioni di persone sull’orlo della carestia, aumentando il rischio di diffusione di malattie, come tifo e colera, e causato danni per 3,2 miliardi di dollari, pari a oltre un quinto del PIL del Paese. E purtroppo, sono proprio i Paesi con alti livello di debito pubblico, come il Mozambico, che accusano più intensamente l’impatto dei cambiamenti climatici: le risorse a disposizione per l’adattamento e per la riduzione dei livelli di CO2 sono già scarse, ed in più, il quadro macro-economico risulta essere in deterioramento dal 2016, anno in cui è scoppiato lo scandalo dei debiti occulti. A fronte dei bisogni di carattere umanitario scoperchiati dai cicloni, il Governo nei prossimi anni dovrà dare priorità alla riabilitazione delle infrastrutture pubbliche e la riconnessione del tessuto sociale oltre che economico.
Oltre a cicloni ed esondazioni, il Mozambico e i paesi confinanti sono stati colpiti, negli anni passati, da una severa siccità, che a sua volta provoca danni all’agricoltura e di conseguenza aggrava i livelli di insicurezza alimentare.
L’AICS è sempre stata attiva per far fronte alle rinnovate ed urgenti necessità della popolazione, adottando e realizzando vasti programmi regionali in risposta alle conseguenze del cambiamento climatico. Nel 2016, in seguito all’appello della Southern African Development Community (SADC), l’Italia, insieme all’Unione Europea e ad alcuni Stati membri, ha partecipato al coordinamento e all’implementazione di interventi umanitari, di post-emergenza e di rafforzamento della resilienza per garantire la migliore e più rapida risposta alle necessità ed ai bisogni delle popolazioni nel breve, medio e lungo periodo. Ciò è avvenuto a livello regionale in alcuni Paesi particolarmente fragili come Mozambico, Malawi, Zimbabwe ed eSwatini.

 

La Cooperazione Italiana nel 2019 ha deciso di continuare ad investire sulle potenzialità della società civile e sulla creazione di comunità resilienti ai possibili futuri shock climatici: per fare questo, abbiamo formulato e realizzato iniziative di cooperazione che scommettono sulle capacità delle comunità più vulnerabili di reagire agli shock esterni, rafforzando la componente di sviluppo agricolo, ancora centrale per l’economia del Paese. Nei prossimi anni saremo inoltre attivi nelle province più gravemente colpite dai cicloni, in costante coordinamento con le istituzioni locali ed insieme ad Agenzie specializzate delle Nazioni Unite, ad organismi della società civile e ad altri partner internazionali, per intervenire nei settori individuati come prioritari dal Governo del Mozambico per la ricostruzione. In questo video abbiamo raccontato la risposta italiana ai cicloni Idai e Kenneth.

 

 

Se è vero che gli eventi naturali estremi non possono essere prevenuti direttamente, è altrettanto vero che i Paesi possono ridurre il rischio di catastrofi, ma soprattutto limitarne le conseguenze. Nel 2019 ci siamo stati, e promettiamo di continuare ad esserci, anche per questo.

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