Ultimi articoli

  /  Articoli   /  Pace   /  Colmare il divario, scegliere la pace
Market, Kinshasa.

Colmare il divario, scegliere la pace

Schiacciate da un debito record, nel mondo almeno tre miliardi e 300 milioni di persone vivono un’emergenza paradossale. Che è un’ipoteca sul futuro di tutti, sottolinea lo studio Bridging the North-South Divide: A Shared Responsibility for Economic and Ecological Justice

“Il divario tra Nord e Sud del mondo non è solo una distanza economica: è il segno di quanto fatichiamo ancora a riconoscerci parte di un’unica famiglia umana”. Suor Alessandra Smerilli è segretaria del dicastero della Santa Sede per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La sua riflessione prende spunto da uno studio intitolato Bridging the North-South Divide: A Shared Responsibility for Economic and Ecological Justice. È un lavoro realizzato da Catholic Agency for Overseas Development (Cafod) e Justice and Ecology Network (Jena), con il contributo scientifico della società di consulenza Deloitte. Pagina dopo pagina ci sono numeri, dinamiche, tendenze. I nodi sono quelli del debito, della giustizia e delle disuguaglianze globali.

In una riflessione condivisa con Oltremare, suor Smerilli non elenca cifre: preferisce chiarire significati, cruciali come non mai nei giorni dell’offensiva militare di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in un Medio Oriente senza pace che preoccupa e interroga il mondo. “Le guerre che attraversano questo nostro tempo ci ricordano quanto siano fragili le fondamenta della convivenza”, sottolinea la segretaria del dicastero vaticano. “Colmare questo divario significa scegliere la pace ogni giorno, promuovendo giustizia e inclusione nel modo in cui organizziamo le nostre economie e le nostre società; è una responsabilità condivisa, e insieme possiamo trasformarla in speranza concreta”.

Bridging the North-South Divide, dunque. Nel rapporto si evidenzia come l’elevato livello di indebitamento dei Paesi più vulnerabili al mondo non sia solo una questione macroeconomica, ma anche e soprattutto un fattore che incide sulla vita quotidiana delle persone. Spesso la priorità data al servizio del debito riduce drasticamente le risorse disponibili per sanità, istruzione, accesso ai servizi essenziali e protezione sociale. Un rischio e un dato di fatto per quasi la metà della popolazione globale: sono infatti tre miliardi e 300 milioni, si calcola nello studio, le persone che vivono in Paesi dove si spende di più per il servizio del debito che per la sanità. L’analisi si sviluppa lungo due direttrici, nella prospettiva della giustizia: quella economica e quella ecologica. Lo sguardo è ampio, perché sia possibile cogliere le tendenze di fondo. “Dal 2010”, si calcola nel rapporto, “il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo è aumentato del 133 per cento, superando i 15mila miliardi di dollari nel 2024”. Le conseguenze sono profonde. “Vincolati da obblighi di debito a breve termine sempre più pesanti e con margini di manovra molto ridotti”, rilevano gli esperti, “molti Paesi in via di sviluppo ricorrono allo sfruttamento intensivo delle proprie risorse naturali e delle materie prime”.

È a questo punto che l’ingiustizia economica diventa anche ecologica. “La dipendenza”, si sottolinea nello studio, “accelera il degrado ambientale, rafforza la subordinazione alle esportazioni di commodities e ostacola la diversificazione economica necessaria per uno sviluppo realmente sostenibile”. Sullo sfondo, le conseguenze dei cambiamenti climatici. Nello studio si ricorda che “nel solo 2023 si sono verificate oltre 20 milioni di migrazioni indotte da eventi climatici, di cui più del 70 per cento ha interessato Paesi in via di sviluppo”. Se entro il 2050 il numero di migranti climatici può raggiungere quota 216 milioni, a crescere rischiano di essere anche le ingiustizie. I Paesi ad alto reddito hanno rappresentato da soli quasi la metà delle emissioni cumulative di CO2 nel periodo compreso tra il 1850 e il 2023. E oggi, si sottolinea in Bridging the North-South Divide, “l’impatto fortemente asimmetrico di queste emissioni è evidenziato dal fatto che tutti i 20 Paesi più vulnerabili alle crisi climatiche sono classificati come Paesi in via di sviluppo”. L’ennesima conferma, se ce ne fosse bisogno, dell’urgenza di fare di più per la giustizia anche sul piano climatico.

A illuminare ciò che sta accadendo è anche un altro studio, pubblicato dalla Banca mondiale. Dal rapporto emerge che i “Paesi meno sviluppati del mondo”, “Least Developed Countries”, africani ma non solo, sono schiacciati dal debito come mai da 50 anni. Secondo lo studio, il divario tra pagamento del debito e interessi sul debito, da una parte, e nuovi finanziamenti, da un’altra, ha raggiunto per gli Stati più vulnerabili del pianeta quota 741 miliardi di dollari. E i nuovi crediti costano sempre più caro: i tassi di interesse sono al 10 per cento, il doppio rispetto al periodo pre-Covid. Secondo Indermit Gill, capo economista alla Banca mondiale, i Paesi in via di sviluppo “non devono illudersi” perché “non sono fuori pericolo”. Per dire: il debito del Mozambico, eldorado del gas dove investe anche l’Italia, peraltro uno dei Paesi prioritari del Piano Mattei, è pari al 343 per cento del suo Prodotto interno lordo. Il Senegal, una delle liberal-democrazie di riferimento in Africa, è invece al 151 per cento. E attenzione: la responsabilità ricade anche sul sistema finanziario globale, sulle banche e i fondi speculativi; dunque, anche su di noi. Nella regione subsahariana, il debito di 901 miliardi di dollari accumulato al 2024 (+4,3% rispetto al 2023) è stato contratto al 40% con creditori privati, al 41% con istituzioni multilaterali e al 19% con creditori bilaterali, a partire da Cina, Francia e Arabia Saudita.

Biografia
Vincenzo Giardina
Laureato in storia contemporanea, è giornalista professionista. Coordina il notiziario Esteri dell’agenzia di stampa Dire e firma per quotidiani e settimanali, tra cui Il Venerdì di Repubblica, Internazionale, L’Espresso, Huffington Post, L’Osservatore Romano e altri media vaticani. Dopo aver lavorato per l’agenzia di stampa missionaria Misna si è specializzato su Africa, diritti umani, cooperazione internazionale e lotta contro le disuguaglianze. Ha viaggiato molto: dalla Bolivia al Nepal passando per Ucraina, Sahel e Corno d’Africa, anche in contesti segnati da conflitti, fragilità o svantaggio sociale. Collabora con AICS scrivendo sul magazine Oltremare ed è ospite di Radio Rai ed altre emittenti, italiane e vaticane. Coordina corsi di formazione del Parlamento europeo rivolti a giornalisti, è relatore e moderatore di conferenze, e parla anche russo.
www.vincenzogiardina.org
You don't have permission to register