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Palestina. Gaza, la speranza si chiama ricostruzione

L’impegno sul campo dell’Aics e della Cooperazione italiana per migliorare le condizioni di vita, disastrose, nei Territori palestinesi. La “Scuola di gomme”: un simbolo cancellato dalle ruspe.

La speranza si chiama ricostruzione. La ricostruzione di Gaza. Un impegno, una sfida alle quali l’Italia non si è sottratta. A testimoniarlo è il lavoro svolto negli anni dell’assedio da Ong e agenzie Onu con le quali il “sistema-Italia”, l’Aics, il ministero degli Esteri, si sono relazionati finanziando progetti e promuovendo accordi sia bilaterali che multilaterali.

A confermarlo, è lo stanziamento ulteriore di 15 milioni di euro, con delibera del Consiglio dei Ministri n°52/2018, “riallocazione del finanziamento a credito aiuto per la Palestina, contributo al ‘Piano di ricostruzione di Gaza’. Una riallocazione così ripartita: Ricostruzione edifici distrutti, costo stimato/speso Euro 4.228,935; Riabilitazione edifici parzialmente danneggiati: 489.450; Moderatamente danneggiati: 1.103.868; Costruzione nuove abitazioni: 4.183 342; Riqualificazione urbanistica: 1.195.840; ricostruzione Palazzo Italia: 3.722.500.

Il conflitto nella Striscia di Gaza del luglio-agosto 2014 ha determinato il più elevato numero di sfollati dal 1967: ad oggi sono ancora circa 10 mila (al culmine del conflitto il numero degli sfollati era di 485 mila persone, ovvero il 28 per cento della popolazione), mentre il numero delle abitazioni distrutte totalmente o parzialmente è pari a 19.075. Circa 150 mila edifici hanno subito danni importanti o minori. Inoltre, sono stati distrutti o danneggiati 46,8 chilometri di condotte idriche di approvvigionamento, 26 pozzi, 16 serbatoi di rilancio, 17,5 chilometri di condotte fognarie, 12 stazioni di pompaggio e impianti di trattamento per le acque reflue di Gaza, Rafah e Bait Lahia, oltre che 50 chilometri di strada asfaltata.

 

 

I danni alla centrale elettrica di Gaza e la mancanza di pezzi di ricambio e di carburante hanno fatto sì che il 20 per cento della popolazione non disponesse di corrente elettrica e la restante parte ne disponesse solo per alcune ore al giorno. Il conflitto ha quindi drasticamente peggiorato la situazione già critica della popolazione Gazawi, sottoposta da anni al blocco delle importazione di materiali cosiddetti “dual use”, ovvero che potrebbero essere utilizzati anche per la costruzione di tunnel illegali. Sono da costruire almeno 20 mila abitazioni, non considerando la fisiologica crescita della popolazione di Gaza, pari al tre per cento annuo.

La ricostruzione non è solo urbanistico/abitativa.
La Cooperazione Italiana ha anche un ruolo di rilievo tra i donatori del settore sanitario in Palestina. Un impegno che, dopo un rallentamento nel corso dell’ultimo decennio, è stato di recente riattivato su richiesta della comunità palestinese.
L’Italia è attualmente “lead donor” per la sanità tra i paesi membri dell’Unione europea. Svolge un ruolo propositivo nel Gruppo di lavoro nel settore sanitario per l’efficacia dell’aiuto e attività di coordinamento tra i donatori, come avvenuto per lo sviluppo del nuovo Piano nazionale strategico 2014- 2016, e ulteriormente implementato per il biennio successivo.

Dal novembre 2013, l’Unità tecnica locale di Gerusalemme, in collaborazione con il ministero della Salute palestinese, porta avanti il progetto Posit (Potenziamento dei servizi di salute di I livello in Palestina), del valore di 5,45 milioni di euro, che ha come obiettivo il rafforzamento del sistema di cure primarie nel quadro della riforma della medicina di famiglia. In particolare, viene data attenzione ai servizi per l’emergenza, alla salute delle donne, alla prevenzione e controllo delle malattie non trasmissibili, ai servizi di salute mentale, alla disabilità, all’efficacia dell’aiuto e al coordinamento tra i donatori.
Nell’ambito del programma, si è svolto un ciclo di conferenze sulla medicina di famiglia per la riorganizzazione del sistema di cure primarie per meglio rispondere ai bisogni delle famiglie palestinesi.

 

 

L’Italia sulla ricostruzione di Gaza c’è. E non da oggi. Con un impegno di 426 milioni di euro a partire dal 1985, la Cooperazione italiana è tra i principali donatori della Palestina. Con il Joint Ministerial Committee del 29 giugno 2015, il nostro Paese ha ulteriormente consolidato il proprio impegno finanziario per un totale di 170 milioni di cui 84.4 a dono e 45 a credito di aiuto, per il periodo 2013 – 2016, comprensivi dei pledge annunciati alla Conferenza del Cairo dell’ottobre 2014 (ivi inclusi i 16.450 per il programma di ricostruzione del quartiere Al Nada nella Striscia di Gaza).
L’intervento della Cooperazione italiana è volto a sostenere gli impegni assunti dalla Palestina in ambito politico, è in linea con Piano di Sviluppo nazionale, con i principi del Codice di Condotta in materia di divisione dei compiti nell’ambito della politica di sviluppo dell’UE e si sta progressivamente allineando alla Programmazione Congiunta (Joint Programming) degli SM UE prevista per il 2017.

Il Programma della Cooperazione italiana in corso si focalizza in 3 settori principali: a) Genere e Protezione Sociale (Lead Donor UE); b) Salute (Lead Donor UE); c) Sviluppo Economico (Active Donor UE) ed è il frutto del dialogo e del lavoro congiunto con Ministeri dell’ANP competenti, la società civile palestinese, la Delegazione dell’Unione Europea e Stati Membri, con le principali Agenzie delle Nazioni Unite e Banca Mondiale.
A tali settori di sviluppo si affiancano le Iniziative di Emergenza pari a 9.6 milioni di euro nella Striscia di Gaza, Area C e Gerusalemme Est, per il triennio 2014-16, nei settori Acqua, Salute e Protezione dei rifugiati e degli sfollati, realizzati soprattutto con il concorso delle ONG italiane presenti in Palestina. Sono in corso di realizzazione 15 progetti promossi da ONG per un totale di 15.5 milioni. A questi si aggiunge un finanziamento , sul canale multilaterale, dello Humanitarian Fund gestito da UN OCHA per rispondere a emergenze e crisi improvvise (500Meuro nel 2017 e altrettanti nel 2018, che saranno a breve deliberati).

 

 

Le iniziative promosse sono realizzate in tutta la Palestina (West Bank, Area C e Striscia di Gaza), con particolare attenzione nei settori Diversamente Abili, Istruzione, Protezione e Sviluppo Economico (agricoltura). I finanziamenti, infine, sul multilaterale si concentrano su 4 agenzie: UNRWA, UNDP, WHO e WFP per un totale, nell’ultimo triennio, di 28,490 milioni di euro.
Le politiche e l’uguaglianza di genere rivestono carattere di trasversalità nell’ambito di tutte le iniziative programmate dalla Cooperazione italiana. Per il quadriennio 2017 – 2020 l’Italia parteciperà al Joint Programming europeo, con un bilancio indicativo di 66 milioni di euro non comprensivo di Contributi volontari a UN e ONG, e con la guida di due settori importanti per la National Policy Agenda palestinese 2017-2022. Dall’emergenza, oltre l’emergenza.
E’ la visione italiana (che si unisce alla trasparenza nella rendicontazione pubblica sui singoli capitoli di spesa) che sottende i tanti progetti sviluppati in questi anni a Gaza e nei Territori palestinesi occupati. Progetti a 360 gradi, che tengono assieme l’emergenza più stretta e interventi di “institution building”: dall’”Iniziativa di emergenza a protezione della popolazione palestinese più vulnerabile di Area C-Gerusalemme Est – Striscia di Gaza, all’”Abbracciare la diversità.

Programma di educazione inclusiva volto al superamento delle logiche speciali nelle scuole palestinesi”, da “Giovani in Palestina. Nuove opportunità di integrazione e impiego per i giovani vulnerabili, a “Dall’acqua ai mercati: una grande sfida per i piccoli allevatori e i gruppi di donne produttrici di latticini della Cisgiordania”.
Sono solo alcuni dei progetti realizzati nei Territori dalla cooperazione italiana con il contributo dell’Aics. Ma il deterioramento delle condizioni di vita nella Striscia viaggia a velocità superiore a quella, ancora troppo lenta, degli aiuti internazionali per la ricostruzione: l’Italia, in questo senso, è un esempio virtuoso quanto raro.

A dar conto dei ritardi della comunità internazionale nel suo complesso, è il nuovo rapporto, “Gaza-10 anni dopo”, elaborato dal Il team paese delle Nazioni Unite nei Territori Palestinesi occupati. Il rapporto parte da alcuni indicatori chiave identificati nel 2012 in un report precedente delle Nazioni Unite, che aveva predetto che Gaza sarebbe diventata invivibile nel 2020 a meno che i trend analizzati si fossero invertiti.
Il rapporto sottolinea che la maggior parte delle proiezioni per il 2020, hanno visto un deterioramento più profondo ed uno sviluppo più rapido di quello previsto nel 2012. Il PIL reale pro capite è diminuito, la fornitura di servizi medici ha continuato a peggiorare, e la domanda di ulteriori cliniche, dottori e letti ospedalieri non ha avuto risposta.

 

 

Per larga parte grazie ai servizi forniti dall’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine), Gaza ha mantenuto degli alti standard educativi, ma la media delle lezioni scolastiche rimane bassa, ovvero di quattro ore giornaliere.
Mentre una proiezione iniziale aveva previsto che le falde acquifere costiere sarebbero state inutilizzabili a partire dal 2016, un aggiornamento prevede che lo saranno dalla fine del 2017; l’unica fonte di acqua è previsto che sarà irreversibilmente esaurita nel 2020, a meno che immediate azioni mitigatrici vengano intraprese.

Esiste ancora un alto bisogno di ricostruzioni, conseguente alle distruzioni provocate dal conflitto del 2014 che ha innescato un aumento delle importazioni di materiali, soprattutto grazie al Meccanismo di Ricostruzione di Gaza (GRM), ma ad ogni modo l’accesso del materiale necessario all’economia, alle infrastrutture e ai servizi di base di Gaza, rimane fortemente ristretto.

Con una fornitura di corrente elettrica che negli ultimi giorni non supera i 90MW (rispetto ad una domanda di oltre 450MW), l’energia è il segno più visibile del deterioramento delle condizioni di vita a Gaza, ma questo si aggiunge ad una serie di problemi acuti e cronici, che sono diventati parte della “normale” vita di Gaza. “Gaza continua nel suo percorso di de-sviluppo, in molti casi anche più velocemente di quanto avessimo previsto” rimarca Robert Piper, il Coordinatore dell’Onu per l’Aiuto umanitario e le Azioni di sviluppo. “L’attuale assistenza umanitaria, fornita principalmente dai servizi dell’UNRWA, sta aiutando a rallentare questo crollo, ma la discesa verso il basso rimane evidente”, avverte Piper.

 

 

SCUOLA DI GOMME

Una discesa che investe anche la “Scuola della speranza”. Una scuola realizzata con l’impegno generoso di donne e uomini delle Ong italiane impegnate in Palestina e con il contributo della Farnesina e della nostra cooperazione internazionale.
In quell’esperienza c’è tanto d’Italia. C’è il pionierismo dell’Ong Vento di Terra, da cui ha preso il via il progetto della “scuola di gomme” di Khan al Ahmar per i piccoli beduini della comunità Jahalin, realizzato grazie al contributo della Cooperazione italiana, con l’aiuto della rete dei comuni di sud Milano, della Conferenza Episcopale italiana e di numerose altre associazioni.

A ben vedere, c’è qualcosa di profondo, e tragico, che unisce le sanguinose vicende di Gaza alla storia di Khan al Ahmar.
Ciò che colpisce di più, a Betlemme come a Hebron, è la sofferenza dei più deboli e indifesi: i bambini. Privati di tutto. Anche della loro scuola. E’ quello che accade nel deserto d’Israele, nella “Scuola di gomme” – realizzato con muri rafforzati da 2200 pneumatici – nella quale studiano e si divertono 174 bambini.
“I nostri bambini – racconta Abu Khamis, rappresentante del villaggio beduino di Khan al Ahmar – non andavano a scuola, non potevano farlo, perché la scuola più vicina era a 3-4 chilometri di distanza. Alcuni sono morti uccisi dalle auto attraversando la strada. Abbiamo chiesto un bus per i nostri bambini. Ci è stato negato. Da Israele e dall’Autorità palestinese”.

Gli abitanti di Khan al Ahmar non si sono dati per vinti. Abbiamo costruito questa scuola – racconta ancora Abu Kharmis – e l’abbiamo finita anche dopo che le autorità israeliani ci avevano ingiunto di non procedere. Sono venuti i soldati, ma noi abbiamo continuato. Per permettere ai bambini di studiare”. Fresca d’estate, calda d’inverno, la scuola è un esempio di come abbinare il riciclaggio al confort e alla riduzione dei costi.
La “Scuola di gomme”, ufficialmente sotto l’egida del Ministero dell’Educazione palestinese, è supportata da una Ong italiana, “Vento di Terra”, grazie anche al finanziamento della Cooperazione italiana, della Cei e dell’Unione Europea. Ho visitato la “Scuola di gomme” nella seconda metà di settembre. Pochi giorni dopo quella visita, la Corte suprema israeliana era chiamata ad emettere la sentenza definitiva che avrebbe potuto dare, come poi è avvenuto, il via libera alle ruspe: quel terreno serve per farci passare una strada che unisce due insediamenti ebraici realizzati nell’area.

 

 

“Ci hanno proposto di abbattere la scuola e rimontarla vicino a una discarica di Gerusalemme – racconta Abu Khamis – ma qui è la nostra vita, non facciamo del male a nessuno, perché devono farlo ai nostri bambini?”. Abu Khamis non si fa illusione sulla sentenza ma, abbracciando una bambina dai grandi occhi scuri, dice salutandoci: “Noi resisteremo a questa ingiustizia. E un nostro diritto”. Ma diritto e giustizia sono beni sempre più introvabili in Terrasanta. Il 30 di maggio è arrivato il sigillo ufficiale. Oggi, quando a Corte suprema israeliana ha dato il via libera alla demolizione del villaggio beduino di Khan al-Ahmar in Cisgiordania, nonostante la campagna di pressione dei governi europei per evitarlo.

Vari governi europei hanno espresso preoccupazione e chiesto a Israele di non procedere alla demolizione del centro abitato da 180 persone, che si trova a nordest di Gerusalemme vicino a varie colonie israeliane. “Questa sentenza toglie la minima protezione accordata sinora da questo tribunale alla comunità dei beduini”, ha affermato in una nota Shlomo Lecker, avvocato degli abitanti del villaggio, definendo il verdetto “una approvazione di crimini contro l’umanità”.
Il tribunale nella sua decisione ha affermato di non aver trovato “motivi validi per intervenire nella decisione del ministro della Difesa, che aveva ordinato la demolizione delle strutture illegali a Khan al-Ahmar”. I giudici hanno ritenuto che il villaggio sia stato creato senza permesso di costruzione, autorizzazioni praticamente impossibili da ottenere dai palestinesi nei settori controllati da Israele nella Cisgiordania occupata. Secondo Haaretz, le operazioni di demolizione potranno avere inizio in qualsiasi momento dal mese prossimo. Il giornale sostiene che la sentenza desta preoccupazione fra altre comunità beduine della Cisgiordania – come quella di Susya – che temono di essere pure costrette a trasferirsi nelle località indicate loro dalle autorità israeliane. L’Ong italiana aveva anche lanciato una petizione su Change.org per chiedere di non abbattere la struttura.

La scuola, spiegava Vento di Terra nel testo, “è divenuta un simbolo del diritto all’istruzione e di difesa dei diritti delle comunità beduine palestinesi residenti nell’Area C della Palestina occupata militarmente da Israele. Si tratta di una struttura senza fondamenta realizzata con pneumatici usati, progettata dallo studio Arcò di Milano, per fare fronte alla proibizione delle Autorità Israeliane di realizzare costruzioni in muratura nell’area C e alle specifiche esigenze locali”.
Nell’area, sottolineava infine la Ong italiana, “non sono state realizzate strutture a favore della popolazione palestinese, mentre continua a crescere e ad ampliarsi la colonia di Maale Adumin, la cui costruzione ha significato il trasferimento e l’evacuazione della popolazione beduina che viveva su quel terreno. La demolizione della scuola di Khan Al Ahmar creerebbe un pericoloso precedente e un danno notevolissimo alla comunità locale, ponendo le basi per una sua rapida deportazione. Si tratterebbe della seconda demolizione di una struttura realizzata dalla Cooperazione italiana in due anni, dopo lo spianamento del luglio 2014 del Centro per l’infanzia di Um al Nasser, nella Striscia di Gaza, anch’esso realizzato dalla Ong Vento di Terra. Azione perpetrata dall’Esercito israeliano durante l’occupazione dell’area, in piena violazione della Quarta Convenzione di Ginevra”.

La decisione della Corte suprema israeliana è stata condannata anche dalla presidenza palestinese, secondo cui “la politica di pulizia etnica è la forma peggiore di discriminazione razziale, che è divenuta la caratteristica predominante delle pratiche e delle decisioni del governo israeliano”. Accuse e controaccuse vanno messe nel conto. Ma, fuori da ogni strumentalizzazione di parte, vi sono alcune verità che non possono essere taciute. Non vi era una, dicasi una, ragione di sicurezza che può motivare la distruzione di quel villaggio e di quella scuola.

La “Scuola di gomme” non era un luogo di formazione di futuri jihadisti, ma luogo di crescita, non solo culturale, per tanti bambini. Era un simbolo di speranza, la “Scuola di gomme”, ed è proprio questa speranza che si è voluta abbattere assieme a quelle aule, a quel villaggio.

Ma quel simbolo continua a vivere e l’iniziativa per bloccare le ruspe continua. E l’Italia non demorde. Il 5 luglio la “ sottosegretaria Manuela Del Re – recita un comunicato della Farnesina – ha ricevuto i una delegazione dell’Associazione “Vento di Terra” e della piattaforma Change.org, le quali hanno presentato una petizione di circa 400.000 firme contro la demolizione della cosiddetta “Scuola di Gomme” nel villaggio di Khan Al Ahmar in Cisgiordania, finanziata dalla Cooperazione allo Sviluppo italiana e realizzata da Vento di Terra. Nel ricevere la petizione, la Sottosegretaria ha reiterato la forte attenzione e la viva preoccupazione del Governo per tale vicenda, dagli evidenti risvolti umanitari, simbolici e politici. La sottosegretaria ha altresì dato assicurazioni circa il perdurante impegno dell’Italia sul piano politico-diplomatico, in coordinamento con i principali partner europei. La Scuola rappresenta da anni una risposta concreta a impellenti esigenze, in piena coerenza con i dettami del diritto internazionale umanitario. Costituisce inoltre un esempio di corale collaborazione tra la Cooperazione allo Sviluppo italiana e le Ong”. Quei bambini e i loro genitori, la comunità di cui fanno parte, sanno di non essere stati lasciati soli. E tornano a sperare.

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