Fermare l’innalzamento dei laghi della Rift Valley
Si legge spesso di laghi “sotto il livello minino”, “scomparsi”, “senz’acqua”. Siccità, eccessivi prelievi, nuovi sbarramenti, trasformazione dei regimi idrologici. Secondo UN-Water ben 364 bacini lacustri hanno visto riduzioni significative negli ultimi anni. Non è però questo il caso della Rift Valley, dove dal lago Turkana al Lago Vittoria, al confine tra Kenya, Tanzania e Uganda, il livello di molti laghi si sta alzando. Rapidamente, peraltro. Con impatti significativi su terreni e infrastrutture, creando danni significativi all’economia locale e tensioni tra clan e tribù, che si vedono ridurre gli spazi agropastorali.
Lo scorso anno circa 5.000 persone sono state sfollate dall’innalzamento del livello del lago Naivasha, a 50 chilometri da Nairobi. Situazione simile anche sui laghi Nakuro e Baringo, situati più a nord, dove sono stati sommersi alcuni lodge turistici, abitazioni, scuole. Anche in questo caso migliaia di persone hanno dovuto rilocalizzarsi.
Il solo lago Baringo, uno dei più colpiti dal fenomeno di innalzamento, si è espanso dai 160 chilometri quadrati che era dieci 15 anni fa ai 250 di adesso, quindi con un incremento del 50%. Oltre che essere un problema sociale ed economico ha gravi impatti ambientali. «L’innalzamento mette in pericolo la biodiversità: Baringo era un lago che ospitava migliaia di fenicotteri che oggi non vengono più‚», spiega Dario Cipolla, responsabile Agricoltura, sviluppo rurale e ambiente della sede AICS di Nairobi, «e sconvolge anche gli habitat, creando conflitti uomo-fauna, come nel caso degli ippopotami che oggi arrivano troppo vicino ad una scuola sul lago».
Che cosa sta causando però questo innalzamento? Ci sono due teorie concorrenti: la prima vuole che sia una conseguenza degli spostamenti tettonici delle placche in un’area molto dinamica geologicamente come la Rift Valley. «La seconda è legata all’erosione in tutto il bacino, causata da eccessivo pascolamento, agricoltura insostenibile e deforestazione. La perdita di copertura vegetale infatti causa un’impermeabilizzazione dei suoli, questa, congiunta ad una intensificazione delle precipitazioni – i millimetri di pioggia negli ultimi dieci anni sono aumentati e si sono concentrati in periodi di tempo più brevi, determinano un ridotto assorbimento di acqua piovana dei suoli e conseguente aumento gli afflussi d’acqua piovana e sedimenti nel lago», illustra Cipolla.
L’intensificazione delle precipitazioni e la ridotta capacità di assorbimento del suolo, la cosiddetta riduzione dell’effetto spugna, porta al paradosso: l’eccesso di pioggia, invece di stimolare la fertilità, genera desertificazione. Un quadro desolante, secondo il tecnico AICS. «Infatti, le piogge non solo aumentano il livello dei laghi ma dilavano il top soil. Il ruscellamento toglie via la parte fertile del suolo, cinque, dieci, venti centimetri, un uno strato impermeabile. Infine, i detriti vanno a riempire gli invasi dei laghi, contribuendo ulteriormente all’innalzamento dei livelli». Nei laghi come il Baringo dove ci sono pendii particolarmente ripidi si può arrivare a 200 tonnellate a ettaro anno di sedimenti asportati. Con un’altra conseguenza negativa: questa montagna di sedimenti che vanno a riempire i laghi della Rift Valley contribuiscono anche sigillare i fondali, impedendo la ricarica delle falde sotterranee.
Per lago Baringo c’è poi un rischio ulteriore. Con l’innalzamento dei livelli dei laghi la distanza tra Baringo e il vicino Bogoria, un lago salino e alcalino contenuto in un bacino semi-granitico, è passata da 22 a 13 chilometri. La differenza di altitudine, poco più di una ventina di metri e l’adiacenza li mette direttamente in potenziale collegamento. Con gravissimi rischi. «Qualora tracimassero le acque del lago Bogoria – i cui livelli sono in rapido aumento – si scatenerebbe una catastrofe ambientale ed economica per il pescoso lago Baringo, dato che le acque del Bogoria sono fortemente alcaline, con una conduttività di ben 33mila microsiemens, e salate. Impatterebbe sulla pesca e sulla biodiversità, in particolare ippopotami, coccodrilli e altri mammiferi».
Ripristino ecosistemico
Gli interventi, dunque, devono intervenire su una molteplicità di fattori. Se non si può certo controllare la pioggia, si può lavorare sulla desertificazione, sull’erosione, sulla lotta alla deforestazione, sul controllo del regime idrico e sulla messa in sicurezza delle infrastrutture.
«Aics Nairobi ha iniziato a pianificare numerose attività insieme a GIZ, con un progetto di cooperazione delegata finanziato dall’Unione Europea da oltre 14 milioni di euro che partirà il 1° marzo 2026: check dam, terrazzamenti per cercare di ridurre l’afflusso d’acqua dentro il lago, ripristino della vegetazione dei pascoli, restauro della permeabilità dei suoli in modo che si ricarichi la falda. Nei prossimi quattro anni implementeremo molte azioni su questa linea».
Si tratta di un lavoro sul paesaggio agricolo, con sistemi di solchi e pozzi per trattenere l’acqua in aree delimitate da impiegare per le colture agricole della zona, come mais, fagioli, manioca, sorgo, piselli caiani e miglio. «Cerchiamo di lavorare con le comunità di pastori nomadici, facendo formazione per insegnare loro come sfruttare queste infrastrutture idriche per l’agricoltura stanziale”.
Si realizzeranno poi delle check dam, ovvero delle briglie in pietra e legno o cemento per arginare i calanchi, i profondi solchi che ci creano nel terreno a causa dell’erosione: “in questo modo siamo in grado sia di ridurre l’erosione sia di recuperare l’acqua, ad esempio, per creare degli abbeveratoi per gli animali”. Con una rete di sensori e di dati raccolti sul campo si creerà poi una piattaforma idrogeologica per capire quali sono le soluzioni più efficaci in modo da poter replicare le iniziative in altre aree.
“AICS con GIZ cercherà di collegare il miglioramento e la protezione ambientale con l’incremento dei redditi degli agricoltori attraverso nature based solutions: per esempio produzione di miele, produzione legale e regolamentata di carbone, pascolo rotativo e semina di foraggi tra tante altre soluzioni possibili da adottare di concerto con le comunità agricole e pastorali”, commenta Cipolla.
Per trovare forme addizionali di ricavi per i pastori il progetto proverà anche a seguire l’esempio di Northen Rangeland Trust, una ONG keniana che tutela rangeland e comunità locali con conservazione partecipata, per creare carbon credits da terreni pastorali, con il doppio effetto di rafforzare economicamente la pastorizia e tutelare il lavoro di ripristino della biodiversità. Si conteggerà l’aumento del carbonio nel suolo (rotazione del pascolo, riposo, riforestazione). Un ente misura e certifica l’assorbimento extra di CO₂ e a quel punto possono essere generati dei crediti che possono essere venduti sul mercato finanziario per compensare le emissioni di attività ad alta intensità di emissioni di gas serra, generando risorse per gli allevatori.
La sfida del progetto è in conclusione coniugare protezione ambientale, resilienza idrica e sviluppo economico delle aree pastorali. Un progetto simbolo nell’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori.
Emanuele Bompan
Giornalista ambientale e geografo. Si occupa di economia circolare, cambiamenti climatici, green-economy, politica americana. È Direttore della rivista Materia Rinnovabile, collabora con testate come La Stampa, Nuova Ecologia e Oltremare. Ha scritto l’Atlante geopolitico dell’Acqua (2019), Water Grabbing – le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo (2018), Che cosa è l’economia circolare (2017). Ha vinto per quattro volte l’European Journalism Center IDR Grant, una volta la Middlebury Environmental Journalism Fellowship, una volta la Google DNI Initiative ed è stato nominato Giornalista per la Terra nel 2015.

