magazine n. 2/17 – Emma Bonino: “I diritti non sono per sempre, mettiamoci in gioco per difenderli”

di Gianmarco Volpe

• Non ha certo bisogno di presentazioni Emma Bonino: ex ministro degli Esteri, già Commissario europeo per gli aiuti umanitari e la tutela dei consumatori, storica leader radicale, fondatrice dell’associazione “Non c’è pace senza giustizia”, instancabile attivista per i diritti delle donne. La Giornata internazionale della donna è un’occasione per tracciare insieme un bilancio della costante battaglia per l’eguaglianza di genere in tutto il mondo.

Partiamo da qualche numero a livello globale: le donne guadagnano circa il 40 per cento in meno degli uomini; 62 milioni di ragazze non vanno a scuola; una su tre si sposa prima dei 18 anni; 220 milioni di donne non hanno accesso a metodi contraccettivi; 330 mila donne l’anno muoiono per complicazioni in gravidanza; il 35 per cento delle donne subiscono violenze; solo 23 parlamentari su cento sono donne. Sono un po’ di anni che si batte per la tutela dei diritti delle donne: quanta strada ha fatto il mondo nel frattempo? E quanta ne resta da fare?

Intanto chiariamo un dato banale ma vero: i diritti non sono per sempre. Un diritto acquisito, anche se previsto e tutelato dalla legge, non è detto resista agli attacchi dei conservatorismi se coloro che ne beneficiano non sono disposti a mettersi in gioco per difenderlo ogni volta che è minacciato. È importante non dimenticare che quando si parla di spazi di libertà, non esistono conquiste permanenti. Un sistema aperto e democratico può evolvere e perfezionarsi, consolidarsi, oppure regredire verso l’autoritarismo. È un’eventualità sempre presente, occorre restare vigili. Questo per dire che sulla questione di genere ci sono stati passi avanti e battute d’arresto nel corso degli ultimi decenni, ma il vero elemento da valorizzare ovunque nel mondo è l’attivismo delle donne e la loro formidabile determinazione e capacità di mobilitazione. In generale nel mondo siamo ancora molto lontani dal raggiungimento di un’autentica parità di genere e questo è vero in tutti i campi, dalla parità retributiva alle forme di costrizione più gravi che si verificano all’interno di gruppi sociali con una forte impronta patriarcale. Certamente esistono situazioni molto diversificate e per avere un’idea più precisa delle difficoltà esistenti e delle lacune da colmare, basta consultare il più recente rapporto sullo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo o altre autorevoli compilazioni specializzate sul tema. Sono letture utili anche perché ci dicono che il problema dei diritti delle donne, della disuguaglianza e della loro piena partecipazione alla vita economica, politica e sociale, non è limitato “ai soliti noti”, cioè a quei paesi dove tradizionalmente le donne non hanno mai avuto un ruolo nella società se non subalterno e in chiave domestica. Il problema è molto più ampio e va ricercato e combattuto anche a casa nostra.

La tutela e il potenziamento del ruolo delle donne, tuttavia, non sono solo una questione di diritti: come ribadito anche dalla recente Agenda 2030 delle Nazioni Unite (a proposito, è stata abbastanza coraggiosa sul tema?), la partecipazione attiva delle donne è essenziale per lo sviluppo dei paesi del sud del pianeta. Crede che il mondo ne sia davvero consapevole?

Che le donne siano un motore per la crescita economica e lo sviluppo umano è un’evidenza che da ormai vent’anni, con Non c’è Pace Senza Giustizia, aiutiamo le amiche arabe e africane ad affermare, il che dimostra che almeno presso le dirette interessate questa consapevolezza esiste ed è molto forte. Altra cosa è convincere e appassionare i media, i governi e la comunità internazionale ai suoi più alti livelli. Prendiamo ad esempio la lotta alle mutilazioni genitali femminili. Tutti sanno che si tratta di una pratica tradizionale fisicamente e psicologicamente molto dolorosa e con conseguenze permanenti sulla vita di chi l’ha subita. Il fatto che venga praticata su bambine, spesso neonate, contribuisce a stimolare la sensibilità delle persone e la loro avversione verso questa pratica. Eppure ci sono voluti anni di campagna e tanto impegno perché finalmente l’organo rappresentativo degli Stati in seno alle Nazioni Unite le mettesse al bando come una violazione dei diritti umani da vietare in tutto il mondo. Va detto inoltre che senza il prezioso contributo della diplomazia italiana e della Cooperazione allo sviluppo questo risultato sarebbe stato impensabile. Il linguaggio che si sceglie di usare per affrontare un problema è dunque cruciale per sgombrare il campo da possibili equivoci. Parlare delle mutilazioni genitali come di una « pratica culturale » è estremamente pericoloso, perché in nome di una supposta « diversità culturale » si rischia di cadere in un relativismo che arriva al punto di giustificare comportamenti che integrano precise fattispecie di reato. Chiamare le cose con il loro nome è doveroso e per tornare all’Agenda 2030, se posso evidenziare una lacuna dell’obiettivo 5, direi che manca qualsiasi riferimento esplicito a due presupposti cruciali per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere: la lotta agli stereotipi e l’affermazione della libertà di scelta della persona.

Nel mondo sono circa 200 milioni le donne e le ragazze ad aver subito la mutilazione dei loro organi genitali. Come si fa a tenere la luce accesa su questo dramma in un momento in cui altre emergenze saturano l’attenzione dei nostri media?

Bisogna riconoscere che uno dei meriti della campagna BanFGM condotta dal Comitato Inter-Africano sulle pratiche tradizionali nefaste assieme a Non c’è Pace Senza Giustizia e ai loro partner africani è stato quello di riuscire a imporre il problema all’attenzione internazionale, dei governi come dell’opinione pubblica. Ad oggi siamo infatti all’adozione della terza Risoluzione ad hoc da parte dell’Assemblea generale dell’Onu e alla menzione delle mutilazioni genitali femminili nell’Agenda 2030 tra le pratiche da eliminare. Quando si parla però di comportamenti che violano la dignità e le libertà fondamentali, il problema va ben oltre le mutilazioni genitali femminili e la lista si allunga non di poco. Esistono pratiche tra loro diverse ma con un comune denominatore tutt’altro che secondario: la violazione dell’autodeterminazione della persona, la negazione della possibilità di condurre la propria vita secondo le proprie preferenze e attitudini. Ne sono esempi i matrimoni precoci e forzati, lo stupro coniugale, i test di verginità o le mutilazioni intersex, di cui poco si sente parlare, ma che pure costituiscono una violazione della libertà di scelta dell’individuo. Vengono praticate su bambini i cui organi genitali esterni sono considerati “ambigui”, ragion per cui gli viene assegnato un genere attraverso un’operazione chirurgica. In sostanza, altri scelgono al loro posto in un ambito tanto privato quanto delicato: la sessualità. L’ambizione è dunque quella di ampliare la lotta oltre le mutilazioni genitali femminili per perseguire il più ambizioso obiettivo dell’affermazione della libertà di scelta.

Qualche giorno fa lei è stata in visita al campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove la Cooperazione italiana ha finanziato progetti destinati alle donne. Ha affrontato temi delicati come la legalizzazione dell’aborto: quale reazione ha ricevuto?

Le donne arabe non sono diverse da noi occidentali, hanno le stesse aspirazioni, le stesse esigenze, ma qualche problema in più. Fatta eccezione per la Tunisia e la Turchia, nel resto della regione mediterranea l’interruzione di gravidanza è consentita solo se necessaria a salvare la vita della donna o a preservarne la salute fisica e mentale. Il punto è che gli aborti clandestini - quindi a rischio - sono una realtà importante e di cui poco si parla e, stando ai dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, le gravidanze non intenzionali lo sono altrettanto. Trattandosi di un problema che vivono sulla loro pelle, non è sorprendente che ci sia apertura su questo tema da parte delle donne arabe perché, come dicevo prima, la libertà di scelta è fondamentale. In questo caso, la libertà di scegliere quando, come e quante volte essere madre. La pianificazione familiare è un bisogno ugualmente sentito. Uno dei problemi che avrà questa regione è l’esplosione demografica. L’unico modo di rallentare questo processo è attraverso l’emancipazione femminile.