storie di emergenza • Mariam, Libano

Pensato per essere un centro commerciale, il Waha Center è rimasto immobile nel tempo dal 2011, quando le prime famiglie rifugiate dalla Siria hanno iniziato ad abitarlo abusivamente mentre era ancora in fase di costruzione. Oggi 673 siriani pagano tra i 100 e i 300 dollari al mese per vivere in 117 unità abitative, studiate per essere negozi e quindi spesso provviste di servizi igienici.

Mariam, 39 anni, vive al secondo di quattro piani, appena sotto la stanza dei contatori. Quando c’è un cortocircuito, è da lì che partono le fiamme. Nonostante le difficoltà, Mariam e i suoi quattro figli possono ritenersi fortunati ad essere scampati a un guerra che ha fatto già più di 320.000 vittime.

“Sono venuta per mettere al sicuro i miei figli,” dice Mariam, rimasta vedova con un solo figlio maschio ancora troppo piccolo per andare a cercare lavoro – illegale per i rifugiati –  lontano dall’isolato centro commerciale. Donne come lei non hanno altra scelta che affidarsi agli aiuti, che spesso non sono sufficienti ad arrivare alla fine del mese.

Il Programma Alimentare Mondiale (PAM), l’agenzia delle Nazione Unite che si occupa di assistenza alimentare, deve rispondere ai bisogni di oltre 4 milioni di rifugiati nei paesi confinanti con la Siria, vittime di una delle crisi umanitarie più drammatiche dei nostri tempi.

A fronte di una riduzione dei fondi disponibili di circa il 10% rispetto al 2014, il contributo mensile dato a ciascun rifugiato in Libano è stato tagliato da 27 dollari a 19, e ancora da 19 a 13.5. Proprio in questi giorni, grazie soprattutto ai contributi dell’Unione Europea tale importo è stato alzato a 21 dollari al mese. Questa somma, equivalente a poco meno di 25 euro, viene oggi caricata su una carta di credito distribuita ad ogni rifugiato registrato con le Nazioni Unite. Tale soluzione ha permesso al PAM di tagliare i costi di distribuzione diretta delle provviste, dare dignità e libertà nella scelta del cibo ad ogni famiglia e, al tempo stesso, sostenere l’economia locale libanese.

Dal 2013, la Cooperazione Italiana ha sostenuto le attività del PAM con un contributo di 9 milioni di euro, e quelle delle ONG italiane con oltre 15 milioni. Sebbene i tagli agli aiuti abbiano reso palese la necessità di un maggiore impegno nei confronti della popolazione siriana, i fondi versati mensilmente sulle carte attivate dalle Nazioni Unite permettono la sopravvivenza di oltre 1.3 milioni di rifugiati in Libano e nei paesi limitrofi e di 4 milioni di siriani ancora residenti in Siria.

Sono 18 le ONG italiane che stanno lavorando per assistere i rifugiati siriani in Libano e le comunità ospitanti. All’interno del Waha Center, le ONG italiane CISP e COOPI hanno assistito le famiglie siriane e garantito condizioni igieniche minime. Coopi in collaborazione con il Politecnico di Milano ha anche messo a punto un progetto per la conservazione del cibo tramite frigoriferi alimentati ad energia solare ed eolica. In precedenza le famiglie rifugiate, distanti chilometri dal primo supermercato e impossibilitate a pagare il trasporto più volte al mese, erano obbligate ad acquistare tutte le provviste mensili per poi vederle deperire o esaurirsi prima della fine del mese. L’installazione di frigoriferi ha così permesso la conservazione del cibo disponibile e la possibilità di gestirlo più efficacemente.

“In Siria avevo una casa, una cucina con tanti fornelli dove cucinavo insieme pranzo e cena,” dice Mariam mentre frigge delle patate su uno dei due fornelli a gas disponibili nel negozio trasformato in abitazione, “adesso il cibo basta appena per il pranzo.” Il protrarsi della guerra in Siria sta mettendo alla prova la comunità internazionale, chiamata ad assumersi ulteriori responsabilità nei confronti di persone che, come la famiglia di Mariam, non hanno altri mezzi di sopravvivenza.

 

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