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I diritti per le donne pastore, pilastro della sicurezza alimentare

Dawa è una pastora nepalese, con pochi yak con cui mantiene la sua famiglia nelle valli del Dolpo, Nepal occidentale. Raccoglie il latte di yak e ne vende una piccola parte per arrotondare. È una delle milioni di pastore che costituiscono una componente essenziale delle comunità pastorali e agro-pastorali in tutto il mondo, soprattutto in aree aride e semi-aride dove il pastoralismo rappresenta un pilastro della sopravvivenza e della sicurezza alimentare.

Le stime disponibili indicano che le donne possono rappresentare tra il 40% e il 60% della forza lavoro pastorale, assumendo ruoli fondamentali nella cura e gestione del bestiame, nella trasformazione e conservazione dei prodotti lattiero-caseari e alimentari, nonché nella sicurezza alimentare delle famiglie e delle comunità.

Crediti: Robert Stansfield/DFID con licenza CC BY-NC-SA 2.0

Nell’Anno internazionale ONU dei Pascoli e dei Pastori, riportare l’attenzione su queste figure chiave della sicurezza alimentare di tante comunità, è di fondamentale importanza. «Sono custodi di conoscenze tradizionali e di pratiche di gestione sostenibile delle risorse naturali, che rappresentano un patrimonio cruciale per la resilienza dei sistemi pastorali. Il loro contributo risulta spesso invisibile nelle statistiche e nelle politiche, ma è determinante per la sopravvivenza economica, sociale e ambientale delle comunità pastorali», spiega Marta Collu, focal point per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione di donne, ragazze e bambine dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

Questa invisibilità si manifesta innanzitutto a livello dei dati: il lavoro delle pastore è raramente registrato nelle statistiche ufficiali, che tendono ad analizzare solo le attività riconosciute come “produttive”, escludendo invece una parte fondamentale delle funzioni legate alla cura del bestiame in ambito domestico, alla trasformazione dei prodotti e alla gestione delle risorse.

Crediti: Swathi Sridharan (ICRISAT) con licenza CC BY-NC-SA 2.0

Ma il mancato riconoscimento non è solo statistico. «A livello locale, le donne sono ancora poco presenti — o del tutto assenti — nei sistemi di governance che regolano l’accesso alla terra, l’uso dei pascoli e la gestione delle risorse naturali. I processi decisionali, inclusi quelli legati alle politiche agricole e pastorali, continuano a essere dominati da attori maschili, con il risultato che i bisogni, le priorità e le competenze delle donne restano ai margini», spiega Collu.

Dawa, infatti, lamenta che il suo latte è meno retribuito rispetto a quello prodotto dai colleghi maschi, non trova facilmente agevolazioni, dato che le ripetono sempre “che è il dovere di una donna contribuire al lavoro domestico”. In molti contesti il lavoro femminile nell’allevamento è marginalizzato sia economicamente che dalle politiche pubbliche, che continuano a essere costruite attorno a un modello implicito maschile, proprietario di risorse e formalmente inserito nei mercati.

Questo divario ha conseguenze dirette sulle politiche di sviluppo. «Quando il contributo delle donne non è riconosciuto, gli interventi rischiano di essere parziali o inefficaci, perché non intercettano uno degli attori chiave dei sistemi produttivi. Allo stesso modo, la sostenibilità delle filiere agro-pastorali risulta indebolita, poiché non si valorizzano competenze essenziali legate alla gestione delle risorse, alla diversificazione produttiva e alla trasmissione del sapere locale».

Sostenere il pastoralismo femminile ha conseguenze positive non solo sociali ed economiche, ma anche ambientali. Le pastore, oltre ad essere tra le più esposte agli impatti climatici, contribuiscono direttamente all’adattamento e indirettamente alla mitigazione: gestiscono bestiame, diversificano le attività economiche, trasmettono conoscenze tradizionali sulla gestione sostenibile dei pascoli e delle risorse naturali, e promuovono filiere locali a basso impatto ambientale, lavorando anche per la conservazione della biodiversità.

Soluzioni concrete, il pastoralismo nei negoziati sulla natura

Il ruolo delle pastore, nel 2026, avrà grande centralità nella discussione politica internazionale durante COP17–biodiversità di Yerevan (Armenia) e COP17-desertificazione dell’UNCDD a Ulan-Bataar (Mongolia, 17-28 agosto) a fine agosto, oltre che all’interno dell’evento clou, The Global Gathering of Pastoralist Women (Mera +16), che si terrà a Katmandu (Nepal) dal 26 al 29 maggio e riunirà pastore e allevatrici provenienti da tutto il mondo per celebrare e sostenere le loro iniziative, rafforzare la solidarietà e le reti tra le diverse regioni.

Crediti: Climate Change, Agriculture and Food Security con licenza CC BY-NC-SA 2.0

Al centro delle varie agende politiche ci sono numerosi temi di azione. In primo luogo, l’accesso alla terra e alle risorse naturali rappresenta una criticità strutturale. «In molti contesti pastorali, i sistemi di gestione della terra tendono a escludere le donne dalla titolarità e dal controllo diretto delle risorse. Anche quando partecipano attivamente alla gestione del bestiame e dei pascoli, raramente dispongono di diritti formali, il che limita la loro capacità di prendere decisioni, accedere a finanziamenti o investire in pratiche più sostenibili».

A questo si lega il tema più ampio dei diritti, inclusi quelli economici e sociali. Le pastore hanno spesso un accesso ridotto a servizi essenziali come credito, formazione tecnica, assistenza veterinaria e mercati. Questa esclusione le mantiene in una posizione di marginalità economica, nonostante il loro contributo sia centrale per la sopravvivenza e la resilienza delle famiglie e delle comunità rurali.

Un’altra sfida urgente riguarda la sicurezza. «Nei contesti segnati da fragilità, conflitti o competizione per le risorse naturali, le donne sono esposte in modo sproporzionato a rischi di violenza, inclusa la violenza di genere e sessuale.» Le dinamiche di mobilità tipiche del pastoralismo — come la transumanza o gli spostamenti verso nuove aree di pascolo — possono accentuare questi rischi, soprattutto quando le donne si trovano in aree isolate o prive di protezione istituzionale.

Il carico di lavoro di cura non retribuito rappresenta poi una delle barriere più pervasive. Oltre alle attività pastorali, le donne sono responsabili della gestione della casa, della cura dei figli e delle figlie, oltre che delle persone anziane, e spesso anche della raccolta di acqua e combustibile. Questo carico limita fortemente il tempo e le energie che possono dedicare ad attività produttive, alla formazione o alla partecipazione ai processi decisionali, perpetuando un ciclo di disuguaglianza.

La cooperazione italiana e le buone pratiche sulle pastore.

L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo da anni sta lavorando ad un approccio che va oltre l’integrazione formale della dimensione di genere, puntando a una trasformazione più profonda. Ciò significa, da un lato, integrare sistematicamente la prospettiva di genere nei programmi rurali e pastorali, dall’altro rafforzare concretamente la partecipazione delle donne nei processi decisionali — dalle strutture comunitarie fino ai livelli istituzionali. Solo attraverso questo cambio di prospettiva è possibile costruire interventi più efficaci, equi e sostenibili, capaci di rispondere davvero alla complessità dei sistemi pastorali contemporanei.

«AICS sostiene diversi interventi significativi che mirano a rafforzare il ruolo e la resilienza delle pastore. Tra questi, due progetti distinti, uno in Etiopia e uno in Tanzania, rappresentano esempi concreti di empowerment femminile in contesti pastorali», illustra Livia Canepa, Consulente AICS, Unità Aiuto Umanitario e Fragilità.

«Nella regione Afar, è stata finanziata l’iniziativa “Intervento multisettoriale per il miglioramento delle condizioni sanitarie nelle woreda di Chifra e Hamer nelle regioni Afar e SNNP” che si concentra sul sostegno ai mezzi di sussistenza e sull’empowerment economico delle donne in comunità agropastorali vulnerabili. Le attività principali comprendono la fornitura di piccoli capi di bestiame, come capre e pollame, per generare reddito e rafforzare la resilienza familiare», continua la consulente.

Crediti: Climate Change, Agriculture and Food Security con licenza CC BY-NC-SA 2.0

Il programma promuove inoltre la partecipazione delle donne e dei giovani ai processi decisionali locali, facilita l’accesso a tecnologie e servizi per affrontare i cambiamenti ambientali e incentiva la diversificazione dei mezzi di sostentamento. L’intervento intende migliorare l’accesso a risorse idriche per le comunità pastorali e per il bestiame ed assicurare l’accesso equo alle risorse naturali per pastori e agro-pastori.

In Tanzania, il progetto RESTORE interviene nelle comunità pastorali Maasai per aumentare la resilienza ai cambiamenti climatici, promuovendo la gestione sostenibile dei pascoli e la partecipazione femminile nei processi di adattamento. Le donne guidano le campagne di rimozione delle specie invasive e il ripristino dei pascoli, supportate da gruppi di giovani che monitorano la salute ambientale. Queste attività migliorano non solo la sostenibilità dei sistemi pastorali, ma anche l’autonomia economica e il riconoscimento sociale delle donne. La produzione di foraggio dai pascoli ripristinati rafforza la sicurezza alimentare, mentre le campagne di educazione ambientale nelle scuole e nei villaggi valorizzano ulteriormente il ruolo femminile.

Il progetto affronta criticità significative: nelle comunità Maasai di Longido, le donne si occupano di gran parte del lavoro quotidiano senza avere potere decisionale o accesso al credito. RESTORE mira a rafforzare il loro ruolo nella gestione ambientale, nell’acqua e nelle fonti energetiche, aumentando così il loro potere decisionale e la visibilità del loro contributo.

Biografia
Emanuele Bompan
Giornalista ambientale e geografo. Si occupa di economia circolare, cambiamenti climatici, green-economy, politica americana. È Direttore della rivista Materia Rinnovabile, collabora con testate come La Stampa, Nuova Ecologia e Oltremare. Ha scritto l’Atlante geopolitico dell’Acqua (2019), Water Grabbing – le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo (2018), Che cosa è l’economia circolare (2017). Ha vinto per quattro volte l’European Journalism Center IDR Grant, una volta la Middlebury Environmental Journalism Fellowship, una volta la Google DNI Initiative ed è stato nominato Giornalista per la Terra nel 2015.
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