Raccontare l’umanitario: esserci, prima di tutto
Il giornalismo, le persone e l’etica. E poi le storie, una per una: da Yassin dei monti Nuba alla notte del Burundi, dove qualcuno chiede: “Il mondo sa di noi?”
Lo stop a un posto di blocco, poi chissà, forse anche un messaggio di troppo sul telefono cellulare. Yassin, fotografo e amico, conosciuto sui Monti Nuba e risucchiato dalla guerra in Sudan, è stato ucciso.
Una storia tra tante: dolore, ma non solo dolore. Perché il giornalismo è contesto, connessioni, responsabilità. Quell’incontro con Yassin riaffiora a Roma, durante un appuntamento curato dall’organizzazione Intersos nel quadro di un percorso di formazione dell’Ordine dei giornalisti: il tentativo è capire, tracciare una direzione tra volti e racconti, interrogandosi e provando risposte. Ecco allora le domande: è possibile un giornalismo umanitario, che metta le persone, le loro vite e bisogni al centro della narrazione, in particolare in contesti di guerra e di crisi? E come può svilupparsi questo impegno nel concreto, nell’incontro tra operatori di cooperazione, attori umanitari e cronisti?
“Oggi siamo in piena guerra cognitiva”, il monito di Laura Silvia Battaglia, freelance, autrice per Radio 3 Mondo, in partenza per il Medio Oriente. “L’umanitario può interessare al pubblico, ma il punto è che non interessa alla politica e alla finanza: quello che importa sono i mercati delle armi, le dichiarazioni forti, magari anche sul fatto che il diritto umanitario vale fino a un certo punto, perché ci sono comunque sempre i buoni e i cattivi”. Battaglia è uno dei reporter ad animare il dibattito in video-collegamento. Con lei, online sullo sfondo di una piantagione bruciata dal sole africano, c’è Valerio Cataldi. Corrispondente della Rai, è responsabile della copertura dell’attualità nella regione subsahariana. Adesso si trova nella regione di Bamenda, in Camerun, una delle tappe del viaggio apostolico di papa Leone XIV in Africa. La zona è stata dal 2017 epicentro di un conflitto che ha avuto anche una dimensione linguistica, eredità velenosa del dominio coloniale, con separatisti radicati in aree anglofone contrapposti a un governo centrale con sede a Yaoundé, in una zona invece perlopiù francofona. Cataldi si sofferma su un conflitto per alcuni aspetti paradossale, perché ha le sue radici in un’oppressione che è europea.
Un altro tema sono le opportunità di collaborazione con le organizzazioni della società civile. “Il contatto con queste realtà è continuo, spesso cruciale per riuscire a superare le barriere che nei singoli contesti le istituzioni non ti consentono di superare”, sottolinea Cataldi. “E oltre all’opportunità di raggiungere i luoghi c’è l’accesso alle persone, che sono il cuore del nostro lavoro: sta poi ai cronisti saper andare oltre il racconto del dolore in sé, che emoziona ma si esaurisce nel tempo di cambiare il canale e poi non lascia nulla”. C’è una questione etica, anche per i giornalisti.

Crediti: OCHA
“Raccontiamo fatti con al centro bambini, donne, esseri umani in carne e ossa che vivono in condizioni drammatiche”, sottolinea Annamaria Graziano, componente del Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti del Lazio. “Rispetto a queste persone bisogna avere la massima attenzione, per il rispetto della loro dignità e dei loro diritti fondamentali”. Ritornano parole pronunciate durante la Via Crucis, presieduta da papa Leone XIV al Colosseo. “È stato detto”, sottolinea Graziano, che l’umiliazione e lo spogliare dell’umana dignità avvengono anche quando ‘il mondo dell’informazione denuda le persone davanti all’opinione pubblica’”.
Un’altra citazione è tratta da Zygmunt Bauman, il sociologo della “modernità liquida”. “Il flusso delle notizie è continuo, al punto da farci perdere coscienza dello spazio e di sentire questo fluire come altro da noi”, sottolinea Graziano. “Tutto è un reel pubblicato sui social e questo è allarmante”. Tanto più che in agguato ci sono i pericoli della misinformazione e della disinformazione, in tempi di post-verità, dove a contare non sono tanto i fatti quanto l’interpretazione dei fatti.
Dai fatti riparte invece Maurizio Di Schino, inviato di Tv 2000, nella regione dei Grandi Laghi dopo il genocidio in Ruanda. “La prima cosa è esserci”, la premessa. “E poi vedere, domandare, capire le situazioni dopo aver stabilito relazioni di fiducia con le persone”. Nell’incontro di Intersos, dopo quello con Yassin, il fotografo dei Monti Nuba, riaffiora allora un altro incontro. “Accadde nelle colline attorno a Bujumbura, dove l’esercito bombardava”, ricorda Di Schino. “Ci guidava un missionario saveriano e fu lui a tradurre una domanda che mi fu rivolta da una delle persone che si nascondevano nei bananeti: ‘Ma il mondo sa di noi?’” Il religioso aiutò anche nella traduzione. “Io rimasi un po’ interdetto”, ricorda Di Schino, “ma risposi: ‘Io sono qua’”. Tre parole che sono un fatto.
Vincenzo Giardina
Laureato in storia contemporanea, è giornalista professionista. Coordina il notiziario Esteri dell’agenzia di stampa Dire e firma per quotidiani e settimanali, tra cui Il Venerdì di Repubblica, Internazionale, L’Espresso, Huffington Post, L’Osservatore Romano e altri media vaticani. Dopo aver lavorato per l’agenzia di stampa missionaria Misna si è specializzato su Africa, diritti umani, cooperazione internazionale e lotta contro le disuguaglianze. Ha viaggiato molto: dalla Bolivia al Nepal passando per Ucraina, Sahel e Corno d’Africa, anche in contesti segnati da conflitti, fragilità o svantaggio sociale. Collabora con AICS scrivendo sul magazine Oltremare ed è ospite di Radio Rai ed altre emittenti, italiane e vaticane. Coordina corsi di formazione del Parlamento europeo rivolti a giornalisti, è relatore e moderatore di conferenze, e parla anche russo.
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