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Burkina Faso ©) Wfp Brunel Ouangraoua

Impegni da Nobel, da Brindisi ai campi del Sahel (dove non tutto è perduto)

Non c’è pace senza diritto al cibo. E ora, con la pandemia, bisogna fare ancora di più. David Beasley, il direttore del World Food Programme, spiega a Oltremare perché. Guardando al G20

“Il Summit del G20 ospitato dall’Italia è un’occasione importante per mettere la sicurezza alimentare in cima all’agenda” scandisce David Beasley, il direttore esecutivo del World Food Programme (Wfp). Con Oltremare parla dell’appuntamento del prossimo anno, ricollegandolo subito alla cronaca di questi mesi e a una storia che arriva da lontano. Cita il Nobel per la pace 2020, del quale la sua organizzazione è stata insignita per l’impegno profuso in decine di Paesi rilanciando in tempi di pandemia l’impegno per l’obiettivo Fame zero. Ma anche un rapporto speciale con l’Italia, ben al di là del fatto che Roma ospiti la sede centrale del Wfp. Per capirne il significato si può tornare un po’ indietro nel tempo, a un mattino di 20 anni fa, a un volo in partenza per Asmara. Era il 20 giugno 2000 e l’aereo era carico di aiuti alimentari destinati al Corno d’Africa, una regione dilaniata da un nuovo conflitto tra Eritrea ed Etiopia. La pista era quella di Brindisi, dove si trova la Base di pronto intervento umanitario delle Nazioni Unite, parte del Wfp e finanziata dalla Cooperazione italiana: oggi è un modello per un network globale che serve 94 partner tra agenzie dell’Onu, governi e ong.


Secondo Beasley, 63 anni, americano e cittadino del mondo, all’attivo missioni in 30 Paesi dallo Yemen al Sud Sudan, “il World Food Programme condivide con l’Italia una profonda preoccupazione per i 690 milioni di persone nel mondo che non sanno se mangeranno domani e che vedono la loro vita e i loro mezzi di sostentamento minacciati da una combinazione letale di conflitti, cambiamenti climatici e shock economici, ai quali si aggiunge la pandemia di Covid-19”. Il direttore ricorda un incontro di settembre, nella sede del Wfp a Roma, con la viceministra degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Emanuela Claudia Del Re. L’occasione per ringraziare un Paese partner e donatore e per rilanciare un’agenda comune anche rispetto alla presidenza italiana del G20. “Se non vengono prese subito azioni appropriate il mondo potrebbe essere presto testimone di una catastrofe umanitaria” avverte Beasley: “Fino a 270 milioni di persone vivono il rischio reale della fame acuta”.

A confermarlo le storie condivise ogni giorno dagli operatori del World Food Programme. Nelle quali torna in modo costante il nesso tra il diritto al cibo e la pace. Anzitutto in Africa.
“Abbiamo il nostro sorgo, il miglio e altri cereali; per la prima volta sentiamo che non tutto è perduto”. Parole pronunciate a Louda, un villaggio che da qualche mese è anche un campo di sfollati. Siamo in Burkina Faso, non lontano da Kaya, il capoluogo della regione di Centre-nord, una delle aree più colpite da incursioni di gruppi armati e ribelli. “Le abbiamo ascoltate un paio di giorni prima che fosse assegnato il Nobel per la pace” ricorda George Fominyen, origini camerunensi, uno che l’Africa l’ha girata e la conosce bene. “A parlare era una donna che era stata costretta a fuggire dal suo villaggio in fiamme e che poi, con la sua famiglia, era stata accolta a Louda ed era potuta tornare al lavoro nei campi”.

© Wfb/Marwa Awad

Dopo anni in Sud Sudan, Fominyen è divenuto responsabile regionale per la comunicazione del World Food Programme. Con Oltremare parla dal suo ufficio nella capitale senegalese Dakar, dopo una missione che l’ha portato nel cuore del Sahel, prima in Niger e poi in Burkina Faso. Paesi dove la multidimensionalità delle crisi è più evidente che altrove. Il 9 ottobre, con un messaggio pubblicato sui social network pochi minuti dopo l’annuncio del conferimento del Nobel, il World Food Programme ha definito la scelta del Comitato di Oslo “un monito al mondo che pace e #FameZero vanno insieme”.

Per capirlo basta scorrere i dati del rapporto Cost of a Plate of Food 2020, pubblicato proprio dal Wfp qualche giorno fa. In cima alla classifica dei Paesi dove il cibo vale più dell’oro c’è il Sud Sudan, travolto da un conflitto civile che dal 2013 ha provocato migliaia di vittime e milioni di profughi. Oggi un pasto a Juba costa l’equivalente del 186 per cento del reddito giornaliero medio: come se a New York bistecca e patatine costassero 393 dollari. E scorrendo la classifica si scopre che tra i 20 Paesi dove la crisi è più acuta 17 sono africani. Brutte notizie arrivano soprattutto dal Sahel. Prendete il Burkina Faso: il numero delle persone che soffrono a causa di livelli critici di malnutrizione è triplicato, toccando quota tre milioni e 400mila. “È la crisi peggiore al mondo se si considera la velocità dell’aumento del numero degli sfollati” calcola Fominyen: “In un solo anno si è passati da 200mila a oltre un milione di persone”.

Sono anche vittime come queste a beneficiare dei programmi del Wfp. A Louda sono fuggite dalle violenze dei ribelli e, allo stesso tempo, dall’aggravarsi dell’irregolarità dei cicli climatici. Nel Sahel a far saltare gli equilibri sono siccità più prolungate o inondazioni improvvise, come quelle che a settembre hanno seguito mesi senza acqua. La conseguenza immediata è una competizione serrata per le (poche) risorse disponibili, che finisce per mettere l’una contro l’altra comunità che hanno sempre convissuto. “A Louda, sia agli abitanti del posto che ai nuovi arrivati, distribuiamo aiuti alimentari di emergenza, sementi e supporto per i macchinari” dice Fominyen. “Abitanti locali e sfollati ora lavorano insieme per il ripristino dei suoli degradati, utilizzando tecniche rudimentali ma efficienti per raggiungere le falde”.

NIger ©Wfp Simon Pierre Diouf

Lo schema è simile a quello impiegato in Niger, ad esempio nel distretto di Tillaberi, dove la missione del Wfp ha fatto tappa dopo il Burkina Faso. “Una donna, si chiama Biba, mi ha mostrato una piccola distesa erbosa” ricorda il responsabile regionale: “Ne era orgogliosa, anche se a guardarlo così quel campo non si riusciva subito a capire perché per lei fosse così importante”.
Il punto è che a Tillaberi sicurezza alimentare vuol dire pace. Un problema chiave è il ripristino dei suoli, degradati da siccità e alluvioni. Per questo, per ridurre tensioni e creare fiducia reciproca, nel 2014 il World Food Programme ha deciso di coinvolgere tre villaggi: “Abbiamo organizzato incontri e poi avviato interventi per rilanciare la produzione di erba e fieno” spiega Fominyen. “Così i contadini possono vendere il foraggio o metterlo a disposizione dei pastori o di altri agricoltori che hanno capi di bestiame”.

Quella macchia di verde mostrata da Babi, allora, racconta di un lavoro condotto insieme. Creando partecipazione, con le comunità, non solo in una prospettiva di aiuto immediato ma anche per costruire un futuro. Un futuro, davvero, che sia di pace.

 

Biografia
Vincenzo Giardina
Nato a Padova, laureato in storia contemporanea, è un giornalista professionista. Coordina il notiziario internazionale dell’agenzia di stampa Dire. Tra le sue collaborazioni Il Venerdì di Repubblica, Internazionale, l’Espresso e Nigrizia. Già redattore dell’agenzia di stampa missionaria Misna, si è specializzato sull’Africa e sui temi dei diritti umani e della lotta contro le disuguaglianze. Scrive su Oltremare, magazine dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, e interviene come esperto o inviato su Radio Vaticana, Radio In Blu e altre emittenti. Suoi articoli e reportage sono pubblicati anche da La Stampa e Vanity Fair. Parla più lingue, tra le quali il russo.
www.vincenzogiardina.org
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