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Yemen, l’apocalisse umanitaria e una guerra “dimenticata”

8,5 milioni di persone già vivono in insicurezza alimentare, un numero destinato ad aumentare di 3,5 milioni, compresi 1,8 milioni di bambini. Le testimonianze angoscianti e gli appelli accorati di Unicef, Oxfam e Save the Children

“Milioni di bambini e famiglie disperati in Yemen potrebbero presto rimanere senza cibo, acqua pulita o servizi igienico sanitari a causa della profonda crisi economica e delle violenze incessanti al porto della città di Hudaydah. La confluenza di questi due fattori è probabile renda la terribile realtà che i bambini e le famiglie stanno affrontando ancora peggiore mentre sempre più persone stanche della guerra si trovano a dover affrontare una prospettiva reale di morte e malattie.

Il prezzo di cibo, carburante e risorse idriche è arrivato alle stelle dato che la valuta della moneta nazionale è precipitata. I servizi idrici e di trattamento delle acque reflue rischiano di collassare per l’elevata crescita del prezzo del carburante – questo significa che molti di quegli stessi bambini e famiglie potrebbero rimanere senza accesso ad acqua sicura e servizi igienico sanitari. A sua volta, tutto questo potrebbe comportare epidemie di malattie e un incremento della malnutrizione – questi due fattori combinati all’insicurezza alimentare fanno crescere il rischio di una carestia.

Si stima che altri 1,2 milioni di persone presto saranno in grave bisogno di assistenza idrica di base e di servizi igienico sanitari. Questo numero probabilmente crescerà nei prossimi giorni.

Le famiglie che non possono più permettersi alimenti di base potrebbero presto aggiungersi ai 18,5 milioni di persone che già vivono in condizioni di insicurezza alimentare – un numero destinato ad aumentare di 3,5 milioni, compresi circa 1,8 milioni di bambini. Queste condizioni, già di per sé devastanti, sono aggravate dalla situazione ad Hudaydah dove le violenze minacciano di uccidere i bambini e interrompere la catena di approvvigionamento di base di carburante e degli aiuti umanitari che sostengono 28 milioni di Yemeniti. Se il porto sarà attaccato, danneggiato o bloccato, si stima che altri 4 milioni di bambini nel Paese vivranno in condizioni di insicurezza alimentare.

L’unico modo per interrompere l’incubo dello Yemen è di ristabilire la pace attraverso esaustive politiche di risoluzione….”. Un possente, disperato grido d’allarme è quello lanciato dall’Unicef, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia. Nessuno può dire: “Non sapevo”.

Oltre cinque milioni di bambini sono a rischio carestia in Yemen dove la guerra in corso ha causato forti aumenti dei prezzi degli alimentari e dei carburanti, avverte l’ong Save the Children.

Le difficoltà di approvvigionare il Paese attraverso il porto sul Mar Rosso di Hodeida, assediato dalla coalizione a guida saudita che combatte contro i ribelli Houthi, potrebbero “causare una crisi alimentare senza precedenti” ha detto l’ong in un nuovo rapporto.

Save the Children ha detto che un altro milione di bambini rischia ora la fame, portando il totale a 5,2 milioni. Qualunque chiusura del porto “metterebbe in pericolo immediato le vite di centinaia di migliaia di bambini, e spingerebbe verso la carestia milioni”. E’ un rapporto, quello di Save, che circola nei social. Chiunque può leggerlo.

Chiunque può avvicinarsi alla storia, terribile, di uno di quei 5 milioni di bambini. In Yemen è da tempo in atto una apocalisse umanitaria. In Yemen si trova il maggior numero di bambini che ha bisogno a livello globale di essere aiutati. “Oltre 11 milioni di bambini, circa l’80%, hanno disperato bisogno di assistenza umanitaria”.

A riferire della drammatica situazione dei minori nel Paese è l’Unicef. “Questi bambini – denuncia Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia – affrontano ogni giorno la minaccia della carenza di cibo, malattie, sfollamenti e grave carenza di accesso a servizi sociali di base. I servizi sociali sono a malapena in funzione e tutto il Paese è sull’orlo del collasso.

Le già deboli infrastrutture civili sono sotto attacco. I beni di base sono gravemente insufficienti. Quando mancano i servizi, i bambini sono i primi a soffrire” “L’anno scolastico in è iniziato il 9 settembre nel Paese”, rileva Iacomini. Come per gli altri settori, quello dell’istruzione in Yemen è sull’orlo del collasso a causa del conflitto in corso, delle divisioni politiche tra le parti coinvolte nel conflitto e del sottosviluppo cronico.

“Per quest’anno – afferma Il portavoce di Unicef Italia – stimiamo che 2 milioni di bambini non frequenteranno la scuola. Prima del conflitto, secondo le stime del Ministero dell’Istruzione i bambini fuori dalle scuole erano circa 1,6 milioni. Stimiamo anche che circa altri 4 milioni di studenti della scuola primaria rischino di perdere l’accesso all’istruzione perché il 67% degli insegnanti nelle scuole pubbliche non ricevono stipendio da circa 2 anni. I bambini che non possono andare a scuola in un Paese come lo Yemen affrontano diversi rischi.

“I ragazzi sono i primi obiettivi per i reclutatori militari – spiega Iacomini – ci sono oltre 2.635 bambini reclutati e utilizzati da forze e gruppi armati. Le ragazze sono esposte ad un rischio maggiore di contrarre matrimonio”. Secondo un’indagine del 2016 condotta in 6 governatorati, circa tre quarti delle donne si sono sposate prima di aver compiuto 18 anni e il 44,5% aveva meno di 15 anni.

Sempre secondo i dati dell’Unicef, oltre ai bambini uccisi, 3.652 hanno subito amputazioni, 2.635 bambini soldato (tutti maschi) combattono in entrambi gli schieramenti. Tra i circa 2 milioni di sfollati interni oltre 1 milione sono bambini. 4,1 milioni non possono andare a scuola, 1,8 milioni sono gravemente malnutriti. Tra i 16 milioni di yemeniti che non hanno accesso ad acqua e servizi sanitari almeno 8,6 milioni sono bambini, tra cui 1,8 milioni rischiano patologie gastrointestinali che possono portare alla morte.

In Yemen ben 8,4 milioni di persone su una popolazione totale di 29 milioni non hanno da mangiare e rischiano di morire senza gli aiuti internazionali. Nel distretto di Aslam 400 bambini solo nel mese di gennaio sono stati ricoverati per problemi legati alla malnutrizione, a questi si sono aggiunte altre 1.319 persone nei mesi successivi. Il 15% dei bimbi del distretto è alla fame. Ed è per questo che, come riportato in un recente reportage dell’Associated Press – sono costretti a mangiare l’unica cosa che le bombe non hanno distrutto in Yemen: le foglie.

Ogni pasto, nel distretto di Aslam, è costituito da un impasto di foglie della vite locale, lavate spesso in acqua contaminata dalle feci e fatte bollire. Il risultato è una poltiglia verde dal sapore acido. La gente non ha altro. Questo tipo di cibo causa diarrea e crampi allo stomaco ma l’unica clinica della zona è a molti chilometri di distanza e si può raggiungere solo con l’automobile o la moto. Ogni infezione rischia di essere letale. Non basta? Il World Food Programme (WFP) ha usato parole inequivocabili per descrivere la situazione in Yemen: “Lo Yemen è un disastro e io non vedo la luce alla fine del tunnel in questo momento”, ha dichiarato il direttore esecutivo del WFP, David Beasley, secondo quanto riportato da al Jazeera. “Lo Yemen rappresenta innegabilmente e di gran lunga la peggior crisi umanitaria del mondo” ha aggiunto Beasley. Secondo i dati dal WFP sono circa 18 milioni le persone che in Yemen si trovano in condizione di insicurezza alimentare e il prezzo dei generi alimentari è aumentato del 35% nell’ultimo anno.

 

 

Un recente studio della Croce Rossa Internazionale, parla di 15,7 milioni di yemeniti, più id metà della popolazione, che “non hanno accesso ad acqua potabile e servizi sanitari”, cosa che favorisce il diffondersi di epidemie. E un flusso di migranti di proporzioni bibliche che sta causando enormi problemi ai paesi dell’area, primo fra tutti il Libano, ai paesi ospitanti come la Grecia e al mondo intero, con l’impegno per le Nazioni Unite ormai non più in grado di far fronte ai bisogni delle popolazioni in fuga. “In Yemen oggi è il far west.

Tutti indistintamente in ogni momento della giornata possono finire nel mirino del nemico. La sofferenza del popolo yemenita è un affronto al nostro senso di umanità: il fallimento delle potenze mondiali nel riaffermare qui i valori fondanti della civiltà, una vergogna – rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia – Siamo di fronte a un triste capitolo della diplomazia contemporanea fatta di accordi sotto banco, doppiezze, ipocrisia.

Quanti bambini devono ancora morire perché si abbia un’ammissione di complicità da parte delle potenze che alimentano questa guerra da oltre tre anni? Si hanno prove di crimini di guerra perpetrati regolarmente, i responsabili dovranno renderne conto”.

Secondo gli ultimi dati relativi alla guerra (maggio scorso) elaborati da Yemen Data Projec, sul paese si sono abbattuti quasi 17mila attacchi aerei negli ultimi tre anni, con una media di 15 al giorno. Nel solo governatorato di Saada a dicembre si sono registrati 541 raid, con un aumento del 67% rispetto al mese precedente. A preoccupare sono le vittime civili: infatti, almeno una incursione su tre ha centrato siti non militari. Fra questi vi sono infrastrutture pubbliche, mercati, case e veicoli civili. Le strade finiscono con facilità nel mirino delle bombe e l’incessante serie di attacchi ha reso difficile gli spostamenti.

Nel nosocomio di Haydan, che sorge nei pressi del fronte, distrutto da un bombardamento nel 2015 e riaperto nel marzo dello scorso anno, Msf ha curato circa 7mila persone, di cui il 44% bambini con meno di cinque anni e il 41% donne Ogni giorno la struttura accoglie in media 60 persone; i bambini vengono ricoverati per infezioni respiratorie, dissenteria e anemia. Frédéric Bonnot, coordinatore Msf ad Haydan, conferma che i bombardamenti hanno “un impatto sulla nostra capacità di trasferire i pazienti” verso altre strutture più attrezzate.

Questo causa “ritardi” a fronte di “situazioni di vita o di morte”. “In un’area montuosa – aggiunge Roberto Scaini, vicepresidente Msf – e di villaggi remoti, il problema più grande resta come arrivarci. Spesso i feriti di guerra arrivano in condizioni ormai critiche. Per chi soffre di malattie croniche, cardiache o tumori, è difficile garantire trattamenti a lungo termine in tutto lo Yemen”. In questo contesto di guerra e devastazioni emergono continue storie di sofferenze: come quella della piccola Abeer, neonata di tre settimane, arrivata all’ospedale fra le braccia del nonno.

Egli – raccontano gli operatori di Msf – ha dovuto vendere il proprio pugnale (Jambiya) per pagare le spese del viaggio, mentre il padre è rimasto a lavorare nei campi. Ora è sotto antibiotici. O quella della 19enne Qoussor, che ha sempre vissuto sotto la guerra, e oggi ha un figlio di un mese e mezzo di nome Nabil, con difficoltà respiratorie. Hanno aspettato oltre un’ora e mezza ai margini della strada, prima di trovare un’auto che li portasse all’ospedale, dove il bambino è rimasto ricoverato per più di una settimana.

L’anno scorso, rimarca Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, “ l’Arabia Saudita riuscì a convincere la maggioranza degli Stati del Consiglio Onu dei diritti umani a votare contro l’istituzione di una commissione internazionale sui crimini di guerra commessi in Yemen. Venne invece approvata una inutile risoluzione a sostegno della neo-istituita commissione nazionale yemenita sui diritti umani che, da quello che si è visto nel primo anno di attività, non stabilirà la verità né favorirà la giustizia”.

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