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Il 2019 è tutto da scrivere, senza paura: cominciando dai diritti

Dei 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani abbiamo parlato con Vanessa Redgrave. E siamo andati in giro a vedere, anche a Eswatini, l’ultimo Paese del mondo.

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A Oltremare le parole di Eleanor Roosvelt, pronunciate quel 10 dicembre di 70 anni fa, le ha ricordate Vanessa Redgrave. Lo ha fatto dopo una pausa che sembrava non finire mai, una come mille altre, istinto e arte in 81 anni straordinari, sei candidature agli Oscar e poi questo settembre il Leone d’oro alla carriera a Venezia. Abbiamo parlato di cinema, del suo documentario Sea Sorrow, ma soprattutto di persone. Partendo da quella Dichiarazione universale dei diritti umani approvata dall’Assemblea generale dell’Onu il 10 dicembre 1948. A presentarla, con esperte del Pakistan, della Danimarca o dell’Est Europa, la commissione guidata dalla vedova del presidente americano Franklin Delano Roosvelt.

Un preambolo più trenta articoli tradotti in 513 lingue, un record mondiale. Il cuore sta nelle prime righe: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Dell’eredità della Dichiarazione ha parlato in occasione del 70° anniversario Michelle Bachelet, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani. Da “trattato dei desideri” sarebbe diventato metro di riferimento “che ha permeato di fatto ogni area del diritto internazionale”.

Ma con Oltremare Redgrave parla di altro: di un’Europa che rischia di dimenticare se stessa, la sua storia, quella capacità di accogliere ed essere solidale nata dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale. “Non ci può essere speranza di democrazia se si lasciano morire le persone in mare, nel deserto, sotto i missili, le bombe o i colpi dei cecchini” denuncia l’attrice. Sea Sorrow, il suo documentario, racconta il dramma dei migranti e delle loro traversate nel Mediterraneo. Il cuore, anche qui, sono i diritti e l’uguaglianza. Che in questo 2018 che si chiude sono stati riferimento costante per Oltremare. Lo sguardo rivolto a Sud, spesso all’Africa e alle Afriche, alle tante anime di un continente che cambia, cresce e si rinnova. Siamo anche stati in Swaziland, un piccolo regno che sulla carta non c’è più: oggi, in omaggio alla lingua dei padri, si chiama Eswatini.

 

 

Attorno al villaggio di Siteki le colline degradano verso il Mozambico e i campi di granturco seccano al sole. E’ una terra di orfani: l’aids ha ucciso migliaia di persone e oggi il tasso di diffusione dell’hiv resta il più elevato al mondo. Likhwa Mkhabela, 16 anni, ci accoglie davanti alla porta di casa, legno azzurro che risalta sulla maglietta scolorita. Appese a un muro, due fotografie. Ritraggono la madre di Likhwa, sorridente, e la nonna: si chiama Ndombi, ha 71 anni e da dieci si prende cura dei quattro nipoti. I loro genitori se ne sono andati uno dopo l’altro, uccisi dall’aids.

Oggi, però, a Siteki si torna a sperare. L’accesso gratuito ai farmaci è il cuore della strategia di Eswatini contro la degenerazione della sindrome da immunodeficienza acquisita. E c’è stata un’inversione di tendenza. “Tra il 2011 e il 2016 l’incidenza si è ridotta del 45 per cento” sottolinea Simon Zwane, dirigente del ministero della Sanità. “Stiamo puntando sulla prevenzione, l’educazione sessuale e la salute riproduttiva, concentrandoci sulle adolescenti e le giovani nelle aree più colpite”. C’è poi un progetto nuovo, che dovrebbe partire nei prossimi mesi.

Il termine tecnico è “mobile unit”, vale a dire ambulatorio itinerante. “E’ stato sperimentato in altre regioni del Paese ma non qui” spiega Nokhutula Dube, la responsabile del presidio medico di Siteki: “Permetterà di portare farmaci anti-retrovirali, test e monitoraggio sanitario anche nei villaggi più lontani”. Di cambiamenti che alimentano speranza ne abbiamo visti ancora.

In Senegal ad esempio, in Casamance, una regione per oltre 30 anni ostaggio di un conflitto tra esercito e separatisti. A ottobre, nella cittadina di Sédhiou, hanno organizzato una festa per una bottega dai muri scrostati appena dipinta d’arancione. Sembra un negozietto di telefonia ma l’insegna in alto spiega che non è così: è la Boutique de droit, la bottega dei diritti, ora aperta a tutti. Per l’inaugurazione sono arrivati il governatore del distretto, i dirigenti del ministero della Donna e i rappresentanti dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), che sostiene e finanzia il progetto.

 

 

Al microfono hanno spiegato che, dopo Koalack, Kolda, Pikine e Thies, anche Sedhiou potrà contare su un servizio di aiuto per chi ha meno difese. “La Boutique de droit offrirà consulenze psicologiche, mediche e legali gratis” spiega Josephine Ndao, dell’Association des juristes senegalaises (Ajs). “Vogliamo sostenere anzitutto le donne e le ragazze vittime di discriminazioni e di violenze: quasi sempre non hanno né i mezzi né le informazioni necessarie per rivolgersi a un tribunale”. A promettere un’Africa nuova, orgogliosa di se stessa, è in questi giorni anche la nigeriana Oby Ezekwesili.

Tra le fondatrici dell’ong Transparency International, candidata al Nobel per la pace per l’impegno contro la corruzione, è nota in patria e all’estero come animatrice di Bring Back Our Girls, il movimento che nel 2014 scosse il mondo conquistando anche il cuore di Michelle Obama. Molto passa da lì, da Chibok, la cittadina del nord-est della Nigeria dove un commando di Boko Haram portò via 276 liceali la notte prima degli esami. Era il 25 aprile 2014: alcune di loro riuscirono a scappare saltando giù dai pick-up degli islamisti, altre furono rilasciate in circostanze tutte da chiarire. Di altre ancora, più di cento, non si è saputo più nulla. Il movimento e l’hashtag #BringBackOurGirls nacquero quella notte.

In poche settimane, prima e dopo l’adesione della first lady americana alla campagna, hanno portato all’attenzione del mondo il dramma dei diritti negati, anzitutto alle ragazze: quello allo studio, alle libere scelte, alla vita stessa. Oggi Ezekwesili è candidata alla presidenza della Nigeria. Le elezioni si terranno a febbraio: difficile ce la faccia, ma le sue parole sono un segnale. Come quelle di un vignettista sudanese, che a Oltremare ha parlato di libertà. Si chiama Khalid Albaih e vive a Copenaghen, dove è arrivato dal Qatar ospite della rete di protezione International Cities of Refuge Network (Icorn). I suoi disegni, con i fumetti e le caricature, sono stati riprodotti sui muri del Cairo e di Beirut, ispirando giovani e rivoluzionari dallo Yemen alla Tunisia.

“Il pubblico delle vignette in Africa è già cresciuto, a partire dalla Primavera araba del 2011” dice Albaih. “Ci sono tanti africani che realizzano software all’avanguardia e fanno innovazione. E c’è un boom artistico, sotto il segno della creatività. Le vignette su Hosni Mubarak e Muammar Gheddafi comparvero sui muri per dire: ‘La paura è finita’. Presto ci sarà una novità anche a Khartoum: grazie a un progetto finanziato con il crowdfunding, inaugurerò la prima biblioteca di fumetti del Sudan”. Come sarà il 2019? Tutto da scrivere, senza paura.

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