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Khalid Albaih: cresce l’Africa delle vignette, e ride dei potenti

Le sue caricature sono finite sui muri della rivoluzione, da Tunisi al Cairo, divenendo simbolo di una “primavera araba”. Parla Khalid Albaih, sudanese e cittadino del mondo.

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“Quando la gente oserà guardare le caricature dei potenti sui muri delle strade i dittatori avranno i giorni contati” scandisce Khalid Albaih, vignettista sudanese in esilio, già nella classifica delle cento personalità più influenti dell’Africa. È nato in Romania ma parla da Copenaghen, dove è arrivato dal Qatar ospite della rete di protezione International Cities of Refuge Network (Icorn).

I suoi disegni, con i fumetti e le caricature, sono stati pubblicati su quotidiani come il Guardian, riviste come The Atlantic, emittenti come Al Jazeera e Bbc. Al suo lavoro sono state dedicate mostre dalla Germania all’India, dall’Inghilterra al Canada. E le sue vignette sono state riprodotte sui muri del Cairo e di Beirut, ispirando giovani e rivoluzionari dallo Yemen alla Tunisia.

Albaih ripercorre la storia di famiglia, con la madre attivista per i diritti umani e il padre diplomatico licenziato dopo l’arrivo al potere nel 1989 di Omar Hassan Al-Bashir. Accenna anche a uno dei suoi primi supereroi, Supernamusa, zanzara in missione per liberare il Sudan dalla malaria. E poi ci sono le fonti di ispirazione, come Naji Al-Ali, il vignettista palestinese assassinato a Londra nel 1987, dopo aver denunciato l’occupazione israeliana ma anche le colpe dei governanti arabi.

 

 

Albaih, cominciamo dall’Africa. Ci sono state le cause milionarie per diffamazione contro Jonathan Shapiro, in arte Zapiro, in Sudafrica; poi Godfrey “Gado” Mwampembwa è stato licenziato dal principale quotidiano del Kenya per le pressioni di politici e imprenditori: non è un continente per vignettisti?

“Rispondere non è così facile. Dipende dai Paesi. In Sudan certo le cose vanno male, anche per la libertà di stampa. Il governo ha il potere assoluto di confiscare giornali e riviste. E se la censura non colpisce prima, c’è il sequestro dopo la pubblicazione: un colpo ancora più duro per gli editori, che perdono anche i soldi spesi per stampare. È una tecnica per fare ancora più male ed esercitare pressioni ancora più forti. Il contesto, per i vignettisti sudanesi, è questo. Affrontano temi di attualità, come i blackout elettrici o i rubinetti a secco, ma non possono denunciare la corruzione di politici e funzionari. Poi ci sono artisti coraggiosi, che cercano di diffondere i loro disegni online. Ma se non sei all’estero non puoi farlo. Anzi, in realtà, possono inseguirti anche lì. In Africa spesso la satira è vissuta come una minaccia. Se ridi significa che non hai paura e i governanti hanno bisogno della paura. Per loro la paura significa rispetto e allora credono che sia indispensabile. Parlo per molti Paesi africani e arabi che conosco. Ma non dappertutto è uguale. In Sudafrica Zapiro è stato denunciato per diffamazione dal presidente Jacob Zuma, ma non è finito in carcere”.

Lei non ha un editore…

“Non l’ho mai avuto e ne sono orgoglioso. Lavoro online e i miei fumetti possono essere utilizzati liberamente. Una volta ho fatto un disegno su un alto responsabile della Difesa, che ha poi assunto la carica di sindaco di Khartoum. Suo cognato mi ha chiamato al telefono e mi ha minacciato. È stata l’ultima conferma: per loro non critico la politica ma la persona”.

Rispetto al suo lavoro, in passato, ha detto di voler unire e non dividere, far riflettere e costruire ponti. Ma la satira non è per sua natura atto d’accusa?

“Voglio costruire ponti, è vero, ma questo non vuol dire che non dica la mia. Penso sia necessario offrire prospettive differenti, ma anche che non è necessario offendere. Mi interessa parlare di questioni concrete. Lo faccio con i disegni, che sono come un articolo breve, che affronta i problemi, pone domande, magari utili ad avviare un dialogo. Ecco: cerco di far parlare le persone, di creare una piattaforma di dialogo”.

Il pubblico delle vignette in Africa sta crescendo?

“Sì, è già cresciuto, a partire dalla Primavera araba del 2011. Ci sono tanti africani che realizzano software all’avanguardia e fanno innovazione. E c’è un boom artistico, sotto il segno della creatività. Le vignette su Hosni Mubarak e Muammar Gheddafi comparvero sui muri per dire: ‘La paura è finita’. Oggi il mio lavoro è online e dallo Yemen all’Egitto gli attivisti ne traggono ispirazione e lo riutilizzano: è questo il bello di internet. Credo nell’‘open source’ e i miei disegni possono essere riprodotti liberamente a condizione che poi non siano venduti per realizzare un profitto”.

Ci racconta di un nuovo progetto?

“Sono stato blogger e ho lavorato su internet per anni. Ho sentito allora l’esigenza di uscire dal web e di tornare, diciamo così, nel mondo di fuori. L’ultima idea è stata un film sui rifugiati che fosse girato dai soccorritori o dai migranti stessi. Ho raccolto clip e realizzato una video-installazione: si chiama “Bahar”, che in arabo vuol dire ‘mare’. È stata già vista negli Stati Uniti, ad Harvard, in Giappone, Svezia e Danimarca”.

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