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© Alun Be

SENEGAL
Vi(e)sible – A Dakar una mostra a cielo aperto sul tema dell’inclusione sociale

Realizzata da Aics in collaborazione con il fotografo senegalese, Alun Be, nell'ambito dei progetti finanziati nel settore educazione.

La Sede di Dakar dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), nell’ambito dei progetti finanziati nel settore educazione in Senegal, ha dato il via ad una serie di attività di comunicazione e sensibilizzazione sulla tematica della disabilità. L’8 giugno scorso su uno dei principali assi stradali della città, in corrispondenza di un’area di passeggio e di sport frequentata da molti Dakarois, sono state esposte le fotografie realizzate dal fotografo Alun Be sul tema dell’inclusione sociale delle persone vulnerabili. La mostra è stata curata da Delphine Buysse.

Alun Be ci invita, attraverso le sue foto, a trasformare le nostre percezioni e la relazione che abbiamo con il concetto di normalità.
Aics ha incontrato il fotografo Alun Be che ci racconta il senso che ha voluto dare al progetto.

Puoi presentarti?

Mi chiamo Alun Be, sono un artista senegalese ma preferisco dire di essere un creatore di metafore visive.

Qual è il senso che hai voluto dare al progetto Vi(e)sible?

Per il progetto Vi(e)sible ho voluto lasciare l’essenza degli altri guidare il progetto. Ogni volta che incontravo le persone che fotografavo non arrivavo per forza con un’idea prestabilita, provavo innanzitutto a scoprirle perché potessero mostrarmi la loro particolarità. Il senso che ho voluto dare è “svelare attraverso la loro essenza”.

©Guillame Bassinet

Come è stato approcciarsi alle persone che hai ritratto nelle tue fotografie?

Non è stato semplice. È vero che in Senegal le persone con una disabilità evidente vengono tenute nascoste ma, allo stesso tempo, chi le circonda tende ad essere iperprotettivo nei loro confronti. Ho dovuto innanzitutto approcciarmi ai loro cari e mostrare, anche attraverso delle immagini, le intenzioni del progetto. Una volta capita la serietà del processo e la finalità che vi stava dietro, ho potuto instaurare quel rapporto di fiducia che mi ha permesso di avvicinarmi alle persone che ho fotografato e con cui ho co-costruito il progetto Vi(e)sible.

Quali sono stati gli aspetti più difficili e quali quelli più stimolanti vissuti in questo progetto?

La parte più difficile è stata entrare in unisono con i soggetti fotografati. Nel momento in cui capiamo la loro realtà, rimettiamo in questione la nostra e capiamo il peso dello sguardo degli altri. Il progetto mi ha però trasportato alla mia umanità, permettendomi di vedere la mia di sensibilità. È stato questo l’aspetto più stimolante. Chi dice sensibilità, dice apertura dell’immaginario ed era esattamente questo il fine del progetto: allargare i confini del nostro immaginario.

© Guillame Bassinet

Qual è secondo te il valore aggiunto della fotografia nel comunicare su tematiche sociali così importanti ma allo stesso tempo così complesse, in un contesto come quello senegalese ?

Io credo che la forza della fotografia stia nel suo grado di realismo. La sua fedeltà, nel restituire questa astrazione che facciamo della realtà, è talmente forte che è molto più facile identificarsi, viaggiare in questo universo senza essere nella fantasia, restando ancorati alla percezione che abbiamo della vita. E quindi per me, approcciare il soggetto con così tanto realismo, permette di avere un contatto sincero con l’immaginario e le persone che proviamo a raggiungere con la fotografia.

Se dovessi scegliere un momento particolare che hai vissuto durante la fase di ricerca artistica che hai sperimentato per realizzare il progetto, quale sceglieresti?

Quello in cui ho incontrato la piccola Fatou. Fatou ha una disabilità visiva totale e frequenta la scuola in una aula con il tetto in paglia. Quando l’ho vista per la prima volta era come se ballasse con i raggi di sole che penetravano il tetto e le arrivavano sulla pelle. In quanto fotografo il mio rapporto con luce è molto importante e vedere Fatou danzare e giocare con la luce è stato emozionante. Ho chiesto alla sua insegnante cosa stesse facendo e lei mi disse che Fatou adora la sensazione della luce sulla pelle. Questo è il suo modo di vedere la luce, attraverso la sua pelle. Questo mi ha molto toccato.

Quale pensi sia il messaggio che giunge attraverso le tue foto, in particolare le foto del progetto Vi(e)sible?

Penso che il messaggio più importante, almeno per me, sia questo: dal momento che vediamo meglio gli altri, vediamo meglio noi stessi. Non è solo un processo esteriore ma anche e soprattutto interiore. Le cose che neghiamo o rifiutiamo di noi stessi sono spesso cose che proiettiamo anche all’esterno. Poter dunque identificare queste cose fuori di noi, ci permette di fare la pace con quello che rifiutiamo di noi stessi.

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