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L’impegno contro il lavoro minorile: cosa possono fare le imprese nel quadro degli Obiettivi di sviluppo sostenibile e del Global compact.

Secondo l’Ilo, l’Africa è la prima regione del mondo per numero di minori costretti a lavorare. Una situazione preoccupante rispetto alla quale un impegno coordinato di comunità internazionale, governi, società civile e imprese può dare però risposte decisive.

Visto dall’alto il Camerun, almeno quella parte di Camerun che si estende attorno alla sua capitale Yaoundé, è uno di quei posti che riporta con immediatezza all’Africa tropicale e alle sue foreste. Un tappeto verde in cui le capanne sbucano come funghi, appena visibili. Così come appena visibili a un primo sguardo sono i bambini che danno una mano, che lavorano, che sudano come adulti per aiutare le famiglie o semplicemente perché non hanno altra scelta.

Nelle zone agricole, è usuale imbattersi in bambini che lavorano nei campi. Nell’est del Paese, dove si assiste da tempo a una vera e propria corsa all’oro, bambini di 6 o 7 anni sono costretti a lasciare scuola per dedicarsi all’estrazione dell’oro, considerata un’attività più redditizia che mandare un figlio a scuola. L’esempio del Camerun non è isolato e prescinde da quelle che possono essere le norme contro il lavoro minorile. In generale, sulla base di stime fornite dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo), è l’agricoltura ad assorbire la maggior parte del lavoro minorile (71%), seguita dai servizi (17%) e dal settore industriale, che comprende anche il minerario (12%). Nel mondo, secondo l’Ilo, sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni di età vittime di lavoro minorile, di cui 73 milioni impiegati in condizioni estreme.

 

 

La geografia di questo fenomeno vede l’Africa al primo posto con oltre 72 milioni di minori, seguita dall’Asia (62,1 milioni). In pratica, riferisce sempre l’Ilo, in Africa il 19,6% dei bambini, cioè un minore su cinque, è costretto ad attività lavorative, un tasso di gran lunga superiore a quello delle altre zone del mondo dove l’incidenza varia fra il 3% e il 7% al massimo.
La necessità di affrontare le sfide poste da tali numeri ha spinto la riflessione anche verso il settore del profit e in più occasioni la comunità internazionale ha espressamente riportato l’attenzione sul ruolo che questo può svolgere nell’eradicazione del problema.

L’abolizione del lavoro minorile è infatti uno dei principi che costituiscono la base fondante del Global Compact, l’iniziativa delle Nazioni Unite avviata nel 2000 per spingere le imprese di tutto il mondo ad adottare politiche di sostenibilità e di responsabilità sociale. Dei dieci principi che ispirano questo documento fondamentale, quattro (dal tre al sei) sono espressamente dedicati al mondo del lavoro contemplando la libertà di associazione sindacale, l’eliminazione di ogni forma di lavoro forzato, l’effettiva eliminazione del lavoro minorile e, infine, l’eliminazione di ogni discriminazione. Una cornice ampia, quella del Global Compact, nata perché le imprese stesse diventassero protagoniste nella risoluzione di alcune questioni di respiro globale, quale appunto quella dei bambini obbligati al lavoro. Proprio il cambio di mentalità, secondo Kofi Annan, l’allora segretario generale dell’Onu che si fece promotore dell’iniziativa, è forse la sfida più grande da vincere. “C’è oggi un’apertura da parte dei governi ad accettare il fatto di non poter fare tutto da soli e ciò ha rafforzato lo sviluppo di partnership pubblico-private”, ha sottolineato Annan.
Il coinvolgimento dei privati nel rispetto dei criteri di sostenibilità e inclusività – fondamentali per l’operato della Cooperazione allo sviluppo – è stato introdotto anche in Italia con l’ultima legge di riforma del settore, la 125 del 2014, che ha rivisto l’assetto di governance della Cooperazione italiana.

L’importanza di coinvolgere il settore privato nelle dinamiche della cooperazione è stata riaffermata anche negli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs), gli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite per il periodo 2015-2030. Uno dei 17 obiettivi elaborati dall’Onu (il numero otto), dedicato proprio al lavoro dignitoso e alla crescita economica, fa riferimento anche alla questione del lavoro minorile e ne auspica la totale eliminazione. Nella pagina del sito internet ufficiale dedicato agli Obiettivi di sviluppo sostenibile, pur rimarcando i risultati positivi ottenuti nel contrasto al lavoro minorile, il fenomeno viene comunque definito “di seria preoccupazione”. E nella consapevolezza che lo sviluppo umano passi da un coinvolgimento di tutti i settori della società, l’Onu offre un posto di primo piano anche all’operato del settore privato, accanto all’impegno dei governi e della società civile. È evidente infatti, come sottolineato dagli stessi promotori del Global Compact e recepito negli Obiettivi di sviluppo sostenibile, che per questioni di interesse globale – quali il contrasto al lavoro minorile o la sfida dei cambiamenti climatici – la capacità di coinvolgimento delle imprese è un elemento che può fare la differenza in termini di ricerca, di investimenti, di adozione di nuove tecnologie, di controllo delle norme, di rispetto dei diritti umani e dei diritti delle fasce più deboli della popolazione.

 

 

Promozione del lavoro unito a responsabilità sociale, quindi un più ampio impegno a favore dello sviluppo sociale: questo, insomma, è l’apporto che possono dare le imprese nel contrasto al lavoro minorile a livello mondiale.

Un simile apporto può essere realmente determinante perché va a incidere in maniera diretta e responsabile su intere filiere, cioè su centinaia di migliaia se non milioni di persone. Quindi anche su quei bambini del Camerun (come di altri Paesi) che sono costretti a lasciare la scuola per lavorare.

Ma questo contributo di contrasto al lavoro minorile può essere anche indiretto e non per questo meno efficace. Può concretizzarsi cioè in attività volte primariamente a un più ampio e generale sviluppo sociale della comunità. In questo senso, un esempio italiano viene dal Progetto Imprenditoriale Michele Ferrero, un’iniziativa – restando all’Africa – avviata proprio in Camerun e Sudafrica dalla Ferrero, noto protagonista dell’agroalimentare Made in Italy. “Il Progetto Imprenditoriale – dice in un’intervista al mensile Africa e Affari il presidente del gruppo, Francesco Paolo Fulci – è stato studiato sin dall’inizio per operare come una vera e propria ‘impresa’, finalizzata quindi all’ottenimento di risultati positivi di bilancio. Tuttavia, è stato sempre permeato da uno spirito ‘sociale’, mirato a creare posti di lavoro nelle aree più disagiate”.

Nel progetto della Ferrero, che richiama molte delle linee guida del Global Compact, non ci sono soltanto posti di lavoro. “Lo spirito che anima il progetto – dice ancora Fulci – si manifesta anche attraverso la realizzazione di opere sociali che mirano alla tutela della salute e all’educazione di bambini e ragazzi”. Questo, in un Paese come il Camerun, quinto produttore mondiale di cacao, significa appunto incidere su un’intera, lunga filiera. L’attività della Ferrero infatti non è circoscritta all’impianto produttivo che il gruppo italiano ha avviato a Yaoundé ma è di fatto estesa ai vari anelli della catena. Sono state avviate collaborazioni dirette con alcune cooperative locali che forniscono fave di cacao certificate. Alle cooperative viene fornita assistenza tecnica finalizzata alla promozione di pratiche agricole migliori e più sostenibili, con particolare attenzione agli aspetti agronomici, fitosanitari e varietali, ma anche al rispetto dei diritti dei minori, dei figli di chi opera all’interno della filiera.

 

 

Nel campo dell’educazione, in un Paese molto diverso per storia, economia ed esigenze come il Sudafrica – il secondo Stato africano destinatario dell’iniziativa – è stato possibile il restauro integrale della scuola primaria e secondaria Japie Greyling, non lontano dallo stabilimento che la Ferrero possiede a Walkerville: un impegno che ha consentito di accogliere 450 alunni e che ha reso la scuola il primo istituto attrezzato per ricevere studenti diversamente abili.

Il nesso tra la scuola, la possibilità quindi di frequentarla e la battaglia per il rispetto dei diritti dei bambini, può sembrare scontato ma è sicuramente fondamentale. Come ha detto il direttore generale dell’Ilo, Guy Ryder, in occasione della Giornata Mondiale contro il lavoro minorile (lo scorso 12 giugno) e facendo riferimento ai 152 milioni minori ogni giorno costretti a un’attività lavorativa spesso pericolosa, “questi bambini lavorano in miniere e campi, fabbriche e case, esposti a pesticidi e altre sostanze tossiche, trasportando carichi pesanti o lavorando per lunghe ore”. Una situazione “inaccettabile” ha detto ancora Ryder, e purtroppo a rischio deterioramento.

Dopo anni di declino, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) il fenomeno del lavoro minorile nei campi è tornato a crescere, spinto in parte da situazioni di conflitto ed emergenze ambientali legate al clima: questa preoccupante tendenza, ha avvertito la Fao, minaccia non solo il benessere di milioni di bambini, ma anche gli sforzi per mettere fine a fame e povertà.

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