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Sudan, alla prova della “fase pericolosa” della pandemia

Il virus continua a diffondersi, il popolo resta calmo e i mesi di quarantena passano in fretta. Con la conferenza di Berlino che si avvicina

Negli ultimi mesi in ufficio si parla solo di quando riaprirà l’aeroporto, di quale volo Unhas o Echo si prevede possa partire, si fanno scommesse sulla durata della quarantena una volta che si arriverà in Italia… il cambiamento negli argomenti di conversazione rende bene il tempo che stiamo vivendo… ci fa notare con un misto di saggezza e rassegnazione, Dino, esperto sanitario oramai da quasi due anni in Sudan.

Come in altri paesi dell’Africa subsahariana, l’emergenza Covid-19 in Sudan è esplosa più tardi ma si e estesa ben presto a tutto il Paese, oggi siamo una fase che è stata definita dal ministro della Salute Akram al-Tom come “fase pericolosa”. Fino a questo momento sono stati eseguiti, su una popolazione di circa 40 milioni di abitanti, circa 13 mila test virologici dei quali oltre il 50% è risultato positivo (circa 8.698 persone) e si sono registrati 533 decessi secondo i dati forniti dal ministero della Salute sudanese. Ovviamente parliamo di dati ufficiali ma difficile conoscere i numeri reali in un paese come il Sudan che non dispone di sistemi di rilevazione che copra un paese in cui l’80% della popolazione vive in aree remote.

 

Un Tuc Tuc a Khartoum

“Dio ci protegge, non succederà nulla” ripetono le Sit Shai, le “Donne del the” circondate da giovani uomini vestiti di bianco con il turbante che ci guardano divertiti dalle nostre mascherine, la “Haboub” (vento del deserto) porterà via la malattia dei kawaja (dei bianchi) aggiungono altri… ma le credenze popolari non sembrano allinearsi con l’andamento della diffusione del virus: si stima un raddoppio dei casi ogni 13 giorni. Ad Al Fasher, capitale del Nord Darfur, nelle ultime settimane si sono registrati oltre 150 decessi di persone anziane causate da quello che e stata chiamata una “patologia misteriosa”.

Il governo ha messo in atto misure restrittive per combattere la diffusione del virus limitando gli spostamenti tra gli stati, imponendo la chiusura alle attività commerciali non essenziali e riducendo gli orari di apertura dei negozi, e imponendo il coprifuoco fino al 28 giugno dalle 15 alle 6 di mattina. Tutte queste misure hanno acuito e stanno esasperando una crisi economica in atto ben prima dello scoppio della pandemia. Se prima della pandemia circa 9.3 milioni di sudanesi risultavano in condizioni di bisogno umanitario, anni di guerre, una rivoluzione, un’economia che si contrarrà, secondo le stime delle Nazioni Unite, di un ulteriore 7.2% nel 2020, inflazione che raggiungere il 100%, la grave sicurezza alimentare (più di 5.8 milioni soffrono di malnutrizione di cui 2.7 sono minori tra i sei e 59 mesi, stando ai dati del World Food Programme (Wfp), la malattia misteriosa renderà sempre più vulnerabili donne e minori, i più colpiti in queste situazioni di crisi protratte.

Il Covid-19 nell’immagine di un’artista di strada

La Cooperazione italiana in linea con l’approccio Europeo (Team Europa), continua a lavorare con le controparti sudanesi per dare sostegno alla popolazione più vulnerabile, quali migranti, rifugiati, sfollati, donne minori persone con disabilita già colpite da crisi umanitarie e conflitti. Il settore sanitario ha risentito enormemente di tale stato di crisi che con il diffondersi del Covid-19 è oramai al collasso. A ciò si aggiunge la mancanza di dispositivi di protezione personale che ha obbligato la chiusura di molte cliniche e ospedali e ha portato molti medici e infermieri a interrompere le proprie funzioni perché timorosi del contagio. Questa riduzione di servizi ha un impatto anche su molte altri pazienti (non Covid-19) che rimangono senza cure.

Ma l’impatto di questa epidemia è molto più esteso – sottolinea il direttore di sede Vincenzo Racalbuto – si pensi ad esempio alle gravi ripercussioni sull’educazione e la malnutrizione. Ce lo ricordano ogni giorno i nostri beneficiari. Fatima, direttrice della scuola Al Yarmouk a Mayo, finanziata dalla Cooperazione italiana e realizzata da Undp, ci conferma questa preoccupazione perché la scuola non è solo un luogo per l’apprendimento ma anche uno spazio sicuro dove essere protetti dalla violenza e dallo sfruttamento. L’incertezza della loro riapertura a agosto, ci confida, espone i giovani studenti a un maggiore rischio di devianza e radicalizzazione. L’educazione e il miglior investimento per garantire un futuro migliore ai nostri figli e contrastare la radicalizzazione e i conflitti violenti, ricordava la vice mi nistro Emanuela Del Re all’inaugurazione dello scorso marzo. Racalbuto aggiunge che con la chiusura delle scuole hanno chiuso anche le mense scolari; il fattour (colazione) di mezzogiorno rappresenta spesso l’unico pasto assicurato a ragazzi e ragazze sudanesi.

Donna Sit Shai ph_ Francesca Nardi © Aics Khartoum

La vita per le strade impolverate e torride di Khartoum continua comunque con i bambini e le donne velate che ti chiedono un aiuto per i bisogni di ogni giorno, nel frattempo si succedono le riunioni tecniche nelle stanze della politica in preparazione della Conferenza il 25 giugno a Berlino. Un appuntamento cruciale per il Sudan e per il destino della sua transizione democratica. Germania, Sudan, Nazioni Unite, Ue e paesi del “Gruppo degli Amici del Sudan” (di cui l’Italia fa parte) discuteranno sulle misure di salvataggio del paese: il fondo Stars della Banca Mondiale che prevede l’erogazione di contributi economici alle famiglie più povere e il fondo del Wfp per la distribuzione di aiuti alimentari per far fronte ai bisogni immediati di alcune fasce di popolazione in aree urbane sia la distribuzione di contributi in denaro mediante cellulare.

Uscendo dall’ufficio, troviamo il nostro vicino sudanese che come tutte le sere ci saluta con l’affabilità e la cortesia di questo popolo che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare particolarmente in questo periodo di difficoltà, capace di gesti di generosità inaspettati. Sarà per questo che i sei mesi di confinamento non ci sono poi pesati così tanto? Non ci resta che aspettare il 28 giugno quando riaprirà (inshallah!!) l’aeroporto internazionale di Khartoum.

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