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Bell Tower, Cathedral Park, Chișinău, Moldova.

Viaggio in Moldavia, terra di speranza ai confini d’Europa

Incontriamo Rima, Anastasia, Andrej e Ljudmila nel centro di Speranta Terrei. Un’associazione locale supportata dal Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria. Partner della Cooperazione italiana, al fianco dei rifugiati ucraini

Rima Vasilevna siede nella stanza accanto, di fronte a una credenza affollata di peluche. Ha 86 anni e un fazzoletto da babushka che le copre i capelli. “I miei nipoti sono rimasti ma io avevo paura e alla fine sono andata via sola” ricorda della fuga dalla regione di Kirovohrad, nell’Ucraina centrale. “Ho impiegato tre giorni per raggiungere il confine: dovevamo scendere dal pullman di continuo perché bombardavano e bisognava mettersi al riparo”.

È una storia simile e allo stesso diversa da tante altre, quella di Rima. A non potere o a non voler lasciare l’Ucraina in guerra sono spesso le persone più anziane, con i ricordi di tutta una vita nelle loro case. Forse Rima ha solo trovato le energie e poi ha avuto fortuna: è scampata ai bombardamenti e ha trovato quel riparo, a Balti, una cittadina del nord della Moldavia incrocio di lingue e culture, romena, russa ed ebraica. “Mi ha accolto una persona amica, una donna buona” dice ora Rima della sua nuova casa. Ne parliamo accanto ai peluche, nel centro dell’associazione Speranta Terrei. Queste due parole, in romeno, la lingua ufficiale della Moldavia, vogliono dire “speranza del mondo”: nel concreto significano supporto sociale e diritto alla salute anche per le comunità più vulnerabili.

Persone aspettano alla fermata dell’autobus, Chisinau, Moldavia. © Vincent Becker/Global Fund

C’è una premessa da fare. La Moldavia, una ex repubblica sovietica di due milioni e 600mila abitanti, stretta tra la Romania che è territorio dell’Unione europea a ovest e l’Ucraina a est dilaniata dalla guerra, non è un Paese qualunque: per rapporto tra numero di abitanti e arrivi di rifugiati ha il record d’Europa. Dall’inizio dei bombardamenti russi del 24 febbraio 2022 le persone che hanno attraversato il confine sono state più di 900mila. Molte di loro sono passate da Palanca, un valico frontaliero che dista appena 60 chilometri da Odessa, la città principale dell’Ucraina in riva al mar Nero.

Nel centro di Speranta Terrei chi ha bisogno può avere gratuitamente pasta, riso, lenticchie, olio e tutto ciò che serve per una buona alimentazione. “Grazie ad assistenti e psicologi sono garantite anche consulenze in rete con il Servizio sanitario nazionale” sottolinea Feodora Rodiucova, la presidente dell’associazione, una specialista in tisio-pneumologia che per quasi dieci anni a Balti ha diretto il dipartimento comunale per la Salute pubblica. “Uno degli impegni riguarda le radiografie toraciche: sono necessarie per rilevare i casi di tubercolosi, una malattia infettiva che in condizioni di stress, abbassamento delle difese immunitarie, marginalità e povertà colpisce spesso chi ha dovuto lasciare le proprie case e la propria vita”.

Area giochi per bambini nella sede di Speranta Terrei, Balti, Moldavia. © Vincent Becker/Global Fund

Le attività di monitoraggio e consulenza di Speranta Terrei sono sostenute dal Fondo globale, un meccanismo multilaterale che supporta i sistemi sanitari dei Paesi più vulnerabili. La Moldavia è uno di questi, per la crisi economico-sociale che si è accompagnata alle liberalizzazioni post-sovietiche degli anni Novanta e ora per la guerra in Ucraina. L’8 novembre la Commissione Ue ha raccomandato al Consiglio europeo che si riunirà a metà dicembre di approvare l’avvio di negoziati con Chisinau perché il Paese possa diventare membro dell’Unione. Una prospettiva, questa, vista con favore da una buona parte della popolazione: e che, secondo Janis Mazeiks, ambasciatore a Chisinau, potrebbe concretizzarsi entro il 2030.

Le sfide però non possono aspettare. Più di centomila rifugiati ucraini sono rimasti in Moldavia: nonostante le garanzie di protezione temporanea fornite nei Paesi dell’Unione Europea, hanno scelto di non continuare il viaggio nella speranza di poter tornare presto a casa. A sostenerli è anche l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) attraverso un progetto al via quest’anno, focalizzato sulla fornitura di beni essenziali e l’assistenza finanziaria in un’ottica di “resilienza”.

Prendete Ljudmila Fedoruk. Ha lasciato Odessa con due gatti nella borsa. Il taxi per la frontiera l’aveva prenotato il figlio che vive in Canada, dall’altra parte del mondo. Lei è salita a bordo di fronte al Museo di belle arti, che hanno bombardato ancora il 6 novembre, ed è arrivata fino a Palanca. “Non ero mai stata prima in Moldavia” dice, fermandosi un attimo e poi scandendo le parole: “Grazie di cuore a chi mi ha accolto e mi ha ridato speranza”.

Ludmila, rifugiata di Odessa, Ucraina, riceve sostegno presso Speranta Terrei, Balti, Moldavia. © Vincent Becker/Global Fund

La ascolta Andrej, che di cognome fa Plentev, pure originario di Odessa. Ora vive in un ostello studentesco e continua a sognare la sua città. “È ad appena 60 chilometri dal confine, volendo potrei tornarci a piedi” sorride amaro, mentre muove le dita come a immaginare il percorso su una mappa. “La situazione però non sta affatto migliorando: nel centro e nel porto di Odessa continuano a cadere missili; non appena mi sarò sistemato al meglio a Balti andrò a prendere mia madre, che ha 82 anni e finora non è voluta venire via”.

Secondo Andrej, che ha dovuto lasciare anche un lavoro da tecnico marittimo, i bombardamenti sono divenuti più frequenti dopo la chiusura del cosiddetto “corridoio del grano”, la rotta per l’export dei cereali concordata da Russia e da Ucraina grazie a una mediazione dell’Onu. Il 6 novembre è stato colpito anche il Museo di Belle arti, nel centro storico: fotografie pubblicate dai giornali mostrano un cratere davanti alle colonne neoclassiche dell’edificio, finestre in frantumi e muri crepati. Le circa 12mila opere della collezione sono state trasferite all’estero già nel febbraio 2022 ma, sottolinea Andrej, il raid conferma che i rischi per la popolazione non sono diminuiti.

Vorrebbe tornare a casa anche Anastasia Netrebskaja. Tiene stretto il braccio del marito Nikolaj mentre racconta della fuga da Kiev l’anno scorso. “Siamo andati via senza nulla” ricorda. “Qui siamo stati accolti e abbiamo ricevuto aiuti alimentari e assistenza medica: Nikolaj è stato operato per un tumore e adesso sta bene, pazienza se ha dovuto lasciare il lavoro da ingegnere”.

Anche oggi Andrej, Rima, Anastasia, Nikolaj e Ljudmila si ritrovano insieme a bere il tè. Sul display di un telefono intanto scorrono foto di gatti. A mostrarle è Ljudmila: “Ci siamo fermati qui”, conferma, “perché non volevamo allontanarci troppo da casa”.

Biografia
Vincenzo Giardina
Nato a Padova, laureato in Storia contemporanea, è un giornalista professionista. Coordina il notiziario internazionale dell’agenzia di stampa Dire. Tra le sue collaborazioni Il Venerdì di Repubblica, Internazionale, l’Espresso e Nigrizia. Già redattore dell’agenzia di stampa missionaria Misna, si è specializzato sull’Africa e sui temi dei diritti umani e della lotta contro le disuguaglianze. Scrive su Oltremare, magazine dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, e interviene come esperto o inviato su Radio Rai, Radio Vaticana e altre emittenti. Suoi articoli e reportage sono pubblicati anche da La Stampa e Vanity Fair. Parla più lingue, tra le quali il russo.
www.vincenzogiardina.org
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