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Muhameda Tulumovic: l’ostinazione di ridare agli altri ciò che si è ricevuto

L'esperta di cooperazione, arrivata in Italia dalla Bosnia in guerra, dopo essersi formata con Aics è ora Country director di Emergency in Sudan

Nella vita professionale di Muhameda Tulumovic, classe 1987, Aics ed Emergency hanno avuto un ruolo fondamentale, a fasi alterne. L’esperta italiana, infatti, fino a due anni fa, era Team leader coordinatrice dei programmi di emergenza per l’ufficio regionale dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo in Burkina Faso. Dal 2019 al 2021 ha gestito vari programmi presso l’ufficio di Aics a Ouagadougou in Burkina Faso e Niger. “Ho avuto la fortuna e il privilegio di lavorare con colleghi estremamente qualificati e professionisti di altissimo livello, grazie ai quali ho potuto imparare e affinare le mie competenze. Ho lavorato con Emergency per poi passare ad Aics per svariati anni e ora sono tornata nuovamente con Emergency” racconta a Oltremare.

Un lato interessante nella traiettoria professionale di Tulumovic: i partner di oggi sono anche le piattaforme dove anni prima ha acquistato la sua esperienza. Da marzo 2022 è Country director in Sudan dell’Osc italiana dove è incaricata di rappresentare l’organizzazione davanti al governo sudanese, alle autorità competenti e ai partner pertinenti e di interloquire con i principali donatori, come l’Unione europea, le agenzie delle Nazioni Unite, Echo e Aics. Ora gestisce anche i rapporti con partner esecutivi locali e le Osc internazionali. Si tratta di un lavoro di coordinamento e di gestione di un budget annuale di quasi 15 milioni di euro in un ufficio di 900 dipendenti, le cui attività si sviluppano in diversi Paesi africani come Sudan, Uganda, Ciad ed Eritrea, tra gli altri. “Con Aics ho avuto l’onore di conoscere il lavoro dei donatori. Mi sono immersa nella complessità delle delicate relazioni internazionali tra Paesi, nella cura con cui vengono definite le strategie degli aiuti, avendo come centro e priorità i Paesi in cui si lavora e le loro esigenze” ricorda.

Chiamatela pure passione perché quella di Tulumovic è una costante ostinazione a restituire al cosidetto “terzo settore” ciò che ha ricevuto da quando, pochi anni dopo la sua nascita, è scoppiata la guerra nell’allora Jugoslavia. Lei, di origine bosniaca, riuscì a scappare dall’assedio di Sarajevo in Croazia con la madre, le zie e le cugine. In quel momento solo donne, bambini, anziani e malati erano autorizzati a lasciare il Paese. Inizialmente accolta da zii lontani, lei e il resto della sua famiglia erano poi approdati in un campo profughi, a Pola, prima di raggiungere l’Italia. Tulumovic ricorda quel momento con emozione: “Era all’inizio degli anni ’90 e gli immigrati non erano numerosi ma tante persone generose e piene d’umanità erano pronte ad accogliere, anche se l’integrazione non è sempre stata facile, neanche per chi, come me, ha la pelle più chiara”.

Oggi, la maturazione del suo percorso professionale sembra il risultato della sua stessa esperienza di vita. Una serie di avvenimenti che l’hanno portata a contatto con il mondo, con gli altri: “La guerra vissuta da piccola, l’adattamento al campo profughi, la ricerca di accettazione da parte del nuovo Paese ospitante, che oggi è casa mia, l’Italia, mi hanno condotto verso questo mestiere” dice. Oggi, ogni giorno, incontra persone come lei. Persone che sono andate via per cercare un futuro migliore, che hanno deciso di provare a cambiare la propria sorte, che hanno avuto paura e coraggio: “Io non ho scelto di avvicinarmi alla cooperazione, fa parte di me da sempre; io ho cercato di scegliere solo in quale settore specializzarmi per poter dare il mio contributo”.

La sua strada a volte è stata in salita. “Spesso mi è capitato di non poter accedere a colloqui di lavoro o concorsi perché il mio nome e la mia cittadinanza non erano quelli giusti” dice. L’accoglienza che ha ricevuto fin da bambina l’ha però spinta a interessarsi di ciò che accade nel mondo: “Credo di non averlo scelto nemmeno in maniera razionale, è la cooperazione che mi ha chiamato. I miei studi in Scienze politiche mi hanno aiutato ad allargare i miei orizzonti, la mia capacità di analisi e la curiosità verso l’altro, ma non mi avevano permesso di acquisire delle competenze pratiche” dice convinta.

Negli anni successivi, e dopo aver lasciato un lavoro a Banca Intesa che le è servito da palestra, ha maturato la consapevolezza che la cooperazione allo sviluppo rappresenta una grande speranza per i nostri tempi. “Contiene in sé la possibilità di creare nuove opportunità e valorizzare ciò che ogni persona e ogni Paese offre alla comunità”. Secondo Tulumovic “la cooperazione dovrebbe essere la sintesi perfetta e il punto di incontro di culture, usanze, bisogni, capacità, crescita e scambi di idee e conoscenze. Insomma, un mondo della condivisione di conoscenze e al loro massimo sviluppo, tenendo sempre come punto cardine l’umanità, l’essere umano e il suo rispetto”. Un concetto, quello della cooperazione che deve permettere di pensare fuori dagli schemi ed elaborare nuove soluzioni, rivalutare quelle già esistenti, o non più efficaci, e non avere paura di guardare al futuro per il bene comune, anche se questo può significare scardinare grossi carrozzoni e vecchie abitudini. “La cooperazione allo sviluppo coinvolge tutti, non è unidirezionale, è reciproca e circolare”, secondo la sua riflessione.

Lei ne è la prova. “Tutti i giorni mi sento ripagata da ogni bambino che esce dall’ospedale guarito; da ogni collega che si sente motivato nello svolgere il proprio lavoro e lo fa con il sorriso e con la massima pazienza, quando altri probabilmente l’avrebbero già persa; dalla ricchezza e dal privilegio di vivere a contatto con altre culture, in cui le persone ti aprono porte, ti accolgono e ripongono fiducia nel tuo lavoro” dice ora. Tulumovic afferma che questa professione, che domanda dedizione, energie e molta passione, alla fine della giornata, restituisce molto più di quanto richiede. “Nel corso della vita in moltissimi non possono scegliere che mestiere intraprendere, chi essere da grandi. Io ho avuto la fortuna di far parte di quella piccola percentuale privilegiata e quando si dispone di questa fortuna, il lavoro diventa anche la vita, la linfa quotidiana. Al centro della cooperazione ci sono gli esseri umani, gli individui, con le loro storie, con i loro trascorsi, le paure e i desideri”.

Secondo lei, la cooperazione ha raggiunto molti risultati e traguardi nel corso degli anni, anche se ritiene che vi siano ancora innumerevoli sfide aperte. “La formazione dovrebbe essere al centro di ogni programma e il tempo a disposizione per l’implementazione dei programmi dovrebbe avere respiro più lungo. Lo sviluppo non avviene in due o tre anni, sono necessari lustri.”, anche perché  “nel futuro della cooperazione vedo sempre maggiore responsabilità e titolarità da parte dei Paesi in cui la cooperazione agisce, con sempre maggiore centralità dell’essere umano”.

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