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I megatrend dell’Africa che verrà

Crescita demografica e rapida urbanizzazione dettano i tempi dello sviluppo economico, politico e sociale del continente

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Se l’Africa di oggi è poco conosciuta o lo è solo superficialmente e per alcuni suoi aspetti, l’Africa che verrà, quella dei prossimi 30/50 anni, viene a fatica anche solo immaginata. D’altronde nell’immaginario collettivo l’Africa è un continente sempre uguale a se stesso e da sempre, sin da quel ‘hic sunt leones’ delle cartografie romane, sconosciuto. Diventa difficile quindi pensare, per esempio, a un’Africa urbanizzata. Un’Africa che nei prossimi anni (nel 2020 secondo alcune stime Onu) conterà nelle sue città più abitanti di quanti ne contino le città dell’Europa o dell’America Latina. Secondo queste stime, nel 2020 circa 560 milioni di africani vivranno in una città, contro i 553 dell’Europa e i 533 dell’America Latina e dei Caraibi.

“L’Africa potrà essere un continente di grandi cambiamenti e di nuove opportunità economiche, sociali e politiche”. Dice la nuova Vice Ministra degli Esteri nell’intervista rilasciata ad Umberto De Giovannangeli.

Ma quello sulle città è solo uno dei dati che saltano agli occhi se si considerano i cosiddetti megatrend, ovvero le grandi tendenze ormai assodate e ampiamente in corso nel continente. Un altro elemento fondamentale e che, a cascata, guiderà i sentieri futuri del continente, è lo sviluppo demografico.

Secondo l’ultima revisione (2017) del World Population Prospects dell’Onu, il continente africano contava 1,2 miliardi di abitanti nel 2017, passerà a 1,7 nel 2030, a 2,5 nel 2050 e, guardando ancora più avanti, a 4,4 miliardi nel 2100. Prendiamo come riferimento il 2050: stando alle previsioni, in quell’anno la popolazione mondiale ammonterà a 9,7 miliardi di persone, più della metà delle quali vivranno in Asia; nel 2100, avremo 11 miliardi di persone nel pianeta concentrate (circa 9 miliardi) in Africa e Asia. Nello stesso periodo di tempo sarà l’Europa a registrare i tassi negativi più consistenti.

 

 

Traducendo in maniera diversa questi dati, entro il 2050 un abitante su quattro del pianeta (25%) sarà africano, entro il 2100 gli africani saranno il 39% della popolazione della terra. La popolazione urbana africana triplicherà nei prossimi 50 anni. E la crescita non sarà solo numerica ma anche qualitativa, dal momento che anche l’aspettativa di vita – in Africa, 60,2 anni – continuerà a salire.

Anche se, come ci ricorda Emanuele Bompan, non va assolutamente sottovalutato l’incognita del clima che rischia di portare nel Continente Nero un picco di epidemie con una drammatica conseguenza sulla popolazione.

Si tratta, è vero di stime fatte su calcoli in cui anche una variazione minima può determinare grandi cambiamenti, ma di fatto questa è la tendenza fotografata in tempo reale.

La crescita della popolazione sarà particolarmente elevata nel gruppo dei 47 Paesi che l’Onu ha inserito nella lista delle nazioni meno sviluppate e che include 33 Paesi africani. Tra questi ci sono nazioni che potrebbero quintuplicare l’attuale popolazione da qui al 2050: Angola, Burundi, Niger, Somalia, Tanzania e Zambia.

“La concentrazione della crescita demografica nei Paesi più poveri – si legge nel rapporto dell’Onu – renderà più difficoltoso il lavoro dei governi e più ardui gli sforzi per sradicare la povertà, ridurre le ineguaglianze, combattere la fame e la malnutrizione, espandere e migliorare i sistemi sanitari ed educativi, migliorare la fornitura dei servizi di base”.

 

 

Come ha sottolineato in un’intervista al mensile Africa e Affari Mario Pezzini, direttore del Centro di sviluppo dell’Ocse, questo fenomeno porta con sé delle sfide ma anche delle grandi opportunità: “L’urbanizzazione dell’Africa – dice infatti Pezzini – ha l’immenso potenziale di accelerare la trasformazione strutturale”. In altre parole, le città possono “anche creare le condizioni per abilitare lo sviluppo industriale e promuovere l’innovazione sociale”.

È opinione condivisa che le grandi sfide collegate alla crescita della popolazione saranno vinte o anche perse sulla base dello sviluppo economico e sociale che i Paesi africani saranno in grado di esprimere, di conseguenza sulla base delle governance e della capacità di risolvere le questioni di sicurezza (fame, conflitti, disastri naturali, condizioni climatiche) che assillano il continente.

Sulla governance, nei Paesi africani uno dei punti di riferimento è l’Ibrahim Index of Africa Governance (Iiag) che ogni anno stila una classifica generale che tiene conto di elezioni, cambi di governo, leggi e rispetto dei diritti umani fondamentali. Nel suo rapporto più recente, lo Iiag sottolinea che negli ultimi dieci anni la maggior parte dei 54 Paesi del continente (40) ha migliorato le proprie posizioni. Allo stesso tempo sottolinea però una tendenza regressiva in atto che ha rallentato il miglioramento medio del continente. Nella sua ultima edizione, le prime tre posizioni di questa speciale classifica sono occupate nell’ordine da Mauritius, Seychelles e Botswana. Paesi con un peso demografico ed economico di maggiore rilievo sono però relegati ancora indietro, con la Nigeria che per esempio occupa la posizione numero 35. Tra le prime dieci posizioni rientrano tuttavia Paesi come Ghana, Sudafrica, Zambia e Senegal. Più in generale, ai primi posti in classifica corrispondono economie maggiormente diversificate e standard di vita più elevati della media.

 

 

Più complesso (e forse più conosciuto) il quadro dei conflitti e delle insicurezze che pesano su varie zone del continente. Chiusa la parentesi delle lotte per l’indipendenza e dei conflitti direttamente o indirettamente collegati alla Guerra fredda, una parte dell’Africa è purtroppo entrata in un tunnel di violenze con connotati che richiamano a disagi sociali, posizioni religiose, contrapposizioni politiche e comunitarie. Il conflitto in Libia ha avviato una nuova fase di instabilità nel Sahel con ricadute pesanti in termini di sicurezza in Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e la persistente presenza di Boko Haram in Nigeria. Conflitti ancora in atto o situazioni di conflittualità permanente si sono avuti in Centrafrica e in Sud Sudan; più di recente sono state le regioni anglofone in Camerun ad aprire un nuovo fronte di insicurezza in questa parte del continente. Restano poi ancora da risolvere le violenze nell’est della Repubblica democratica del Congo e nel Burundi, e preoccupano alcuni casi di attacchi terroristici nel nord del Mozambico. Tuttavia, si riscontrano anche segnali positivi. Il primo su tutti viene dalla storica svolta impressa alle relazioni tra Etiopia ed Eritrea grazie alla nuova politica del primo ministro etiopico Abiy Ahmed. Quest’ultimo ha accettato una sentenza sulla regione contesa di Badme che aveva dato ragione all’Eritrea e ha avviato immediati colloqui con Asmara giungendo a un accordo di pace che ha messo fine a 20 anni di ostilità. L’accordo, formalmente firmato a settembre in Arabia Saudita, ha già portato ad estendere a Somalia (Paese diviso e ancora teatro di conflitti interni) e Gibuti i potenziali frutti della pace con una serie di riunioni e storiche strette di mano che potrebbero cambiare volto al Corno d’Africa.

C’è, infine, chi, attraverso delle vignette satiriche, ride dei potenti. È la storia di Khalid Albaih, raccontanta sapientemente da Vincenzo Giardina, e sue caricature che sono finite sui muri della rivoluzione, da Tunisi al Cairo, divenendo simbolo di una “primavera araba”.

 


 

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