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Progetto Integrato Keita: l’eredità di una visione che continua a ispirare la Cooperazione italiana in Niger

Oggi resilienza climatica, ripristino delle terre degradate e agricoltura sostenibile sono al centro delle grandi sfide che interessano il Sahel. Eppure, in Niger, una parte di questa storia è iniziata oltre quarant’anni fa.

Nel 1984 prendeva avvio il Progetto Integrato Keita (PIK), un’iniziativa promossa dalla Cooperazione italiana insieme alle istituzioni nigerine che avrebbe segnato profondamente il modo di concepire lo sviluppo rurale nelle aree più vulnerabili del Paese. Nato per contrastare gli effetti della desertificazione nella regione di Tahoua, il progetto è diventato negli anni un modello di riferimento per la gestione sostenibile delle risorse naturali, la sicurezza alimentare e la resilienza delle comunità rurali.

Il territorio in crisi

Tra gli anni Settanta e Ottanta, il Niger fu colpito da una delle più gravi crisi ambientali della sua storia. Lunghi periodi di siccità, la progressiva avanzata della desertificazione e il degrado dei suoli mettevano a rischio la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza di migliaia di famiglie.

Nel dipartimento di Keita, nella regione di Tahoua, la diminuzione delle precipitazioni e l’erosione del terreno compromettevano sempre più la produttività agricola, favorendo povertà, insicurezza alimentare ed esodo rurale. Era evidente che non bastavano interventi settoriali: serviva una risposta capace di affrontare contemporaneamente le sfide ambientali, economiche e sociali.

Una visione innovativa

Fu in questo contesto che nacque il Progetto Integrato Keita.

Fin dall’inizio, il programma si distinse per un approccio innovativo. L’obiettivo non era semplicemente riforestare le aree degradate, ma ricostruire un equilibrio tra ambiente e sviluppo, mettendo al centro le comunità locali.

Attraverso opere di conservazione del suolo e dell’acqua, il recupero dei bacini idrografici, la riforestazione, il sostegno all’agricoltura e all’allevamento e la realizzazione di infrastrutture rurali, il progetto contribuì a trasformare territori considerati ormai improduttivi in aree nuovamente fertili e produttive.

Parallelamente agli interventi ambientali, il programma promosse la costruzione di piste rurali, pozzi, scuole e strutture sanitarie, il rafforzamento delle organizzazioni comunitarie, l’accesso al microcredito e il sostegno alle attività economiche locali, riconoscendo fin da allora il ruolo fondamentale delle donne nello sviluppo rurale.

Dietro il Progetto Integrato Keita non c’era soltanto un programma di cooperazione, ma anche la visione di tecnici, agronomi e istituzioni che decisero di affrontare la desertificazione con un approccio innovativo. Tra questi, l’agronomo italiano Venanzio Vallerani, coinvolto fin dalle prime fasi del progetto come consulente della FAO, contribuì allo sviluppo di soluzioni destinate a segnare un punto di svolta nella gestione sostenibile delle terre aride. Negli anni successivi mise a punto il Vallerani System, basato sulla creazione meccanizzata di microbacini capaci di raccogliere e trattenere l’acqua piovana, favorendo il recupero dei suoli degradati e la rigenerazione naturale della vegetazione. Una tecnologia che, nata anche dall’esperienza maturata in Niger, è stata successivamente adottata in numerosi Paesi per contrastare la desertificazione e promuovere la resilienza degli ecosistemi aridi.

Risultati che continuano a fare la differenza

Nel corso degli anni, il Progetto Integrato Keita ha prodotto risultati significativi che continuano ancora oggi a rappresentare un punto di riferimento per gli interventi di sviluppo nel Sahel.

Tra i risultati più rilevanti figurano oltre 20 milioni di alberi piantati, il recupero di circa 37.000 ettari di terre agricole e pastorali, la realizzazione di 708 pozzi e 313 chilometri di piste rurali, oltre a un significativo incremento della produzione cerealicola, passata da 39.000 a oltre 55.000 tonnellate. Il progetto ha inoltre promosso la nascita di 214 associazioni femminili, rafforzando il ruolo economico e sociale delle donne nelle comunità rurali.

Sono risultati che raccontano non soltanto il recupero dell’ambiente, ma anche il miglioramento delle condizioni di vita di migliaia di persone, grazie a un approccio integrato capace di coniugare tutela del territorio, sviluppo economico e partecipazione comunitaria.

L’eredità di una visione

Oggi il Niger e l’intera regione del Sahel si trovano ad affrontare sfide sempre più complesse. Gli effetti del cambiamento climatico aggravano la pressione sulle risorse naturali, compromettono i mezzi di sussistenza delle comunità rurali e rendono ancora più urgente investire nella resilienza dei territori.

In questo scenario, i principi che hanno guidato il Progetto Integrato Keita conservano intatta la loro attualità. L’approccio integrato, la gestione sostenibile delle risorse naturali, il coinvolgimento delle comunità locali e il rafforzamento della resilienza continuano infatti a orientare l’impegno della Cooperazione italiana attraverso programmi come PAMIRTA, ZARESE II, SOSIAL, AGROPEC e ANPER, che promuovono la restaurazione degli ecosistemi, un’agricoltura resiliente al clima, lo sviluppo delle infrastrutture rurali, l’accesso all’energia, la sicurezza alimentare e l’inclusione economica delle popolazioni rurali.

Pur rispondendo a sfide nuove, questi programmi raccolgono e sviluppano l’eredità di un’esperienza che ha dimostrato come investire nella terra significhi, prima di tutto, investire nelle persone.

Keita continua

A oltre quarant’anni dal suo avvio, il Progetto Integrato Keita non rappresenta soltanto una delle esperienze più significative in Niger, ma rappresenta una visione dello sviluppo che continua a ispirare l’azione della Cooperazione italiana: un approccio fondato sulla tutela delle risorse naturali, sulla partecipazione delle comunità e sulla costruzione di opportunità durature per le generazioni presenti e future.

In un’epoca in cui la lotta al cambiamento climatico è diventata una priorità globale, l’esperienza di Keita ricorda che la resilienza nasce dall’incontro tra conoscenze, innovazione e collaborazione. Più che un’eredità, una visione che continua ancora oggi a ispirare l’impegno della Cooperazione italiana per uno sviluppo sostenibile del Niger.

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