Verso COP31. Conversazione con Francesco Corvaro, inviato speciale del governo italiano per il cambiamento climatico
Francesco Corvaro ingegnere meccanico e professore ordinario di fisica tecnica industriale all'Università Politecnica delle Marche, nominato inviato speciale per il clima dai ministri Antonio Tajani e Gilberto Pichetto Fratin nell'agosto 2023. Da allora ha partecipato alle COP di Dubai e Belém, alle ministeriali di Copenaghen e Bonn, all'Arctic Circle Rome Forum al CNR, a una missione alle isole Svalbard e a incontri bilaterali a Washington, Montreal e Ottawa. Lo abbiamo intervistato a ridosso del negoziato preparatorio di Bonn e in vista della COP31 e dell'EuroMediterranean Water Forum.
Ha partecipato alla conferenza di Santa Marta, il primo summit internazionale esplicitamente dedicato alla transizione dai combustibili fossili, tenutosi il 28 e 29 aprile a Santa Marta, in Colombia. Qual è la sua valutazione? Le impressioni sono articolate. C’è sicuramente un lato positivo importante: per la prima volta si sono ritrovati attorno allo stesso tavolo, dalla stessa parte, Paesi del Sud globale e del Nord, a discutere insieme di una possibile roadmap per l’uscita dal consumo di fonti fossili. Questo non è scontato, e non bisogna sottovalutarlo. Ma è emerso qualcosa di paradossale — o forse no, se si conoscono bene i dossier. I Paesi in via di sviluppo si sono mostrati molto preoccupati di questa roadmap.
Perché? Perché molti di loro hanno economie basate sull’esportazione di combustibili fossili. Per la Nigeria, per l’Algeria, per decine di altri Paesi, un’accelerazione repentina da parte dell’Europa — che è il principale importatore mondiale di fossili — genererebbe contraccolpi sul PIL assolutamente non trascurabili. Parallelamente a queste discussioni si sono aperti tavoli sul come supportarli nella diversificazione delle loro economie. Non è semplice: diversificare un’economia che ha per l’80% la base sull’export di fossili non lo si supera col turismo. Serve un ripensamento sistemico profondo. Quindi il problema non è solo per chi importa: è anche, e forse soprattutto, per chi esporta.
Come Nigeria, come i Paesi del Golfo…Esatto. I grandi produttori non erano nemmeno alla conferenza — ma c’è tutta quella fascia intermedia di Paesi in transizione che subirebbe comunque un bel contraccolpo. Questo è emerso in maniera molto forte.
Quale messaggio ha portato come inviato speciale per il clima? Ho spinto su un punto che nessuno voleva toccare. Va benissimo lo spirito di cooperazione che c’era a Santa Marta — e c’era davvero un bello spirito. Ma soprattutto in questo percorso, che nasce per certi aspetti a supporto del processo ONU ma non è dentro l’ONU, bisogna tenere la porta aperta ai grandi assenti: la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, l’India. Perché se ce la raccontiamo tra noi possiamo anche fare una bellissima transizione, ma se lo scopo è l’1,5°C, questi devono essere della partita. Altrimenti, scientificamente, il risultato non si raggiunge mai.
Che reazioni ha suscitato? Ho detto chiaramente: qui bisogna essere onesti sullo scopo. Se l’obiettivo è fare più rinnovabili, più biofuel, più transizione in sé, allora il percorso può anche tenere fuori questi attori. Ma se l’obiettivo è incidere sul clima del mondo, il tavolo deve essere inclusivo e deve superare le divisioni che esistono su altri tavoli. Il ministro olandese e la ministra della Colombia sono venuti a ringraziarmi personalmente dicendo: è la prima volta che qualcuno si espone così su questa tematica. Anche Rachel Kyte, la rappresentante speciale britannica per il clima, ha poi dichiarato pubblicamente che la Cina dovrebbe sentirsi benvenuta. È una posizione che coincide, punto per punto, con quella italiana.
Lei chiede dunque che il percorso di Santa Marta confluisca con il processo ONU formale? Sì, e Ana Toni, presidente di COP30 è venuta a ringraziarmi su questo specificamente. Ho richiamato la necessità che tutti gli sforzi fatti nel processo di Santa Marta — e il prossimo appuntamento è già in agenda, in Irlanda e Tuvalu — trovino la via per confluire dentro i negoziati veri e propri. Altrimenti rimane una cosa
Siamo a pochi mesi dalla COP31 di Antalya, 9-20 novembre 2026, sotto la presidenza congiunta turca e australiana. Come vede il negoziato? Sarà una COP molto centrata sull’implementazione. La presidenza turca ha scelto l’elettrificazione come asse portante. A Bonn, il 9 giugno, hanno lanciato un obiettivo globale: portare la quota di energia elettrica sul consumo finale dall’attuale 20% al 35% entro il 2035 — la cosiddetta iniziativa 35×35. Rientra nell’Action Agenda, quindi non richiede il consenso dei quasi 200 Paesi del processo UNFCCC. Ma punta a costruire una coalizione di adesioni.
Come giudica la scelta? A Bonn stiamo facendo notare: sì, elettrificazione, ma bisogna scendere nel dettaglio. Che tipo di elettrificazione? Con quali fonti? Con quali caratteristiche? Parlarne così è un po’ campato per aria. L’obiezione non è tecnicista per il gusto di esserlo: il rischio è che un’agenda attraente resti lettera morta perché troppo generica.
Sul piano negoziale formale com’è la situazione? Gli australiani stanno facendo il lavoro più sporco e difficile, perché portano avanti un negoziato che per certi aspetti è un po’ fine a sé stesso: non ci sono grandi temi da concludere quest’anno. C’è da prepararsi al secondo Global Stocktake, c’è il tema del NCQG. Ma di fatto il sentiment a Bonn è che la questione più viva sia l’Action Agenda della presidenza turca. Il segretario esecutivo dell’UNFCCC Peter Stiell ha chiuso i lavori con una frase che non lascia molto spazio all’ottimismo: «Persistono profonde divisioni e ci attende un lavoro considerevole»
Per l’Italia qual è il filo conduttore verso Antalya? L’adattamento. Dal G7 del 2024, quando lo abbiamo introdotto come priorità, ci è stata riconosciuta una leadership oggettiva a livello mondiale con l’Adaptation Accelerator Hub annunciato alla ministeriale G7 Climate, Energy and Environment tenuta sotto presidenza italiana a Venaria Reale nell’aprile 2024, e formalmente lanciato alla COP29 di Baku. C’è una spinta forte italiana per dare peso a questa realtà, anche perché noi di problematiche legate all’adattamento ne abbiamo tante internamente: dissesti idrogeologici, siccità, eventi estremi.
Gli Usa non ci saranno in Turchia…Ma una parte di America rimane legata ai negoziati. Sa, negli incontri a Washington DC con deputati e congressmen — sia repubblicani che democratici — ho toccato con mano un problema enorme che non ha colore politico: le compagnie assicurative si stanno ritirando da intere aree degli Stati Uniti, rifiutando di coprire abitazioni e imprese esposte al rischio di incendi, alluvioni, uragani. In un paese come gli Stati Uniti, se non conti sulla parte assicurativa non vai da nessuna parte. Per loro l’adattamento — senza nemmeno chiamarlo così, evitando con opportuna diplomazia le parole che scatenano reazioni ideologiche — potrebbe essere uno di quei temi su cui si trova un consenso abbastanza ampio. Lavori su tematiche puntuali: resilienza delle infrastrutture, gestione dell’acqua, sistemi di allerta precoce. Non si nomina il cambiamento climatico. Ma ci si lavora sopra lo stesso.
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A Roma dal 29 settembre al 2 ottobre 2026 si terrà il Forum Euromediterraneo dell’Acqua, poche settimane prima di Antalya. Che ruolo può giocare? Quest’anno il Ministero degli Esteri sta puntando tantissimo sulla diplomazia dell’acqua. Il Forum di Roma è un’occasione straordinaria: per la prima volta allarga il perimetro mediterraneo a tutti i Paesi europei e balcanici. I problemi che abbiamo nel sud Italia — siccità, perdite di rete, gestione delle alluvioni — sono gli stessi che esistono in Nord Africa. È uno di quei temi che unisce realtà politicamente molto distanti.
Ma come si trasforma un bel convegno in qualcosa di operativo? Questa è esattamente la domanda giusta, e ci penso molto. Il confronto che faccio è con Dubai 2023, quando l’ambasciatore Gatti ha portato a casa un accordo concreto sulla food security. Se non si sfrutta il fatto di avere una presidenza COP mediterranea — Antalya si affaccia sul Mediterraneo — per far confluire l’iniziativa idrica in un flag della presidenza turca, il Forum diventerà uno dei tanti eventi e non cambierà nulla. Bisogna arrivare a firmare qualcosa di importante da lanciare a tutte le nazioni. Una piccola roadmap, un accordo ministeriale sull’acqua nel bacino del Mediterraneo.
C’è anche una questione culturale sul valore dell’acqua, giusto? Noi in Italia non siamo abituati a valorizzare questo bene — scusa il gioco di parole. Il costo è talmente basso che la gente non si rende conto di quanto sia precaria la situazione. L’acqua deve essere pubblica e accessibile a tutti: su questo sono d’accordissimo. Ma bisogna darle un valore che noi non riusciamo a darle, e questo è un problema serio.
Emanuele Bompan
Giornalista ambientale e geografo. Si occupa di economia circolare, cambiamenti climatici, green-economy, politica americana. È Direttore della rivista Materia Rinnovabile, collabora con testate come La Stampa, Nuova Ecologia e Oltremare. Ha scritto l’Atlante geopolitico dell’Acqua (2019), Water Grabbing – le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo (2018), Che cosa è l’economia circolare (2017). Ha vinto per quattro volte l’European Journalism Center IDR Grant, una volta la Middlebury Environmental Journalism Fellowship, una volta la Google DNI Initiative ed è stato nominato Giornalista per la Terra nel 2015.

