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Verso la cooperazione del futuro: dalla teoria alla pratica, dalla pratica alla teoria

Nel luglio 2016 mi laureavo in Relazioni Internazionali. Tra i ricordi più vivi di quegli anni ce n’è uno apparentemente banale: sulla prima pagina del manuale dello studente compariva una frase dello psicologo tedesco Kurt Lewin: “Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria.” Per molto tempo quella frase ha rappresentato il mio modo di intendere le relazioni e la cooperazione internazionale. L’università mi aveva fornito gli strumenti per leggere il mondo: istituzioni fragili, conflitti, governance, aiuti allo sviluppo, costruzione dello Stato. La teoria era la bussola, la pratica il terreno su cui applicarla.

Poi è arrivato il Sudan. Tra il 2019 e il 2022 ho vissuto da vicino la rivoluzione che ha deposto il regime trentennale di Omar al-Bashir, la difficile transizione politica e infine la guerra civile. Come molti studiosi, interpretavo quegli eventi attraverso categorie consolidate: Stato fragile, autoritarismo, state-building, transizione democratica, partecipazione civica, elezioni, riforme. Erano categorie utili. Ma a un certo punto hanno iniziato a spiegare troppo poco.

La domanda è cambiata. Non cercavo più di capire perché quei contesti fossero un’eccezione, dei  ‘casi devianti’ rispetto alle teorie di sviluppo esistenti. Mi chiedevo se fossero quelle teorie a non cogliere i meccanismi fondamentali che regolano la vita sociale fuori dall’Europa e dall’Occidente. Perché alcune comunità continuavano a cooperare senza uno Stato funzionante? Perché reti informali, autorità tradizionali, diaspora e agricoltura di sussistenza riuscivano a produrre resilienza dove programmi di sviluppo molto più sofisticati fallivano? Come si organizzano le persone quando le istituzioni non funzionano? Come nasce la fiducia in contesti di scarsità, conflitto e cambiamento climatico?

Fu allora che la prospettiva si ribaltò. Invece di partire dalle teorie per interpretare la realtà, iniziai a partire dalla realtà per spiegare fenomeni più ampi. Le pratiche quotidiane di cittadini, amministrazioni, cooperative e imprese smisero di sembrarmi semplici strategie di sopravvivenza. Diventarono un laboratorio attraverso cui osservare come emergono meccanismi comunitari, forme di cooperazione, istituzioni sociali e politiche. Questo cambiò anche il mio modo di intendere la professione. Smisi di vedere il lavoro nella cooperazione internazionale come il luogo in cui applicare conoscenze prodotte altrove. Cominciai a considerarlo un laboratorio permanente di ricerca.

Da questa intuizione nasce, almeno per me, la figura dell’embedded scholar: un professionista che esercita il proprio lavoro all’interno dei processi che intende comprendere, trasformando la pratica in uno strumento di produzione della conoscenza. La pratica non è soltanto il luogo in cui applicare una teoria. È il luogo in cui una teoria può nascere. Naturalmente questo richiede rigore: riflessività, triangolazione delle fonti, trasparenza metodologica e consapevolezza dei propri bias cognitivi. Essere coinvolti non significa rinunciare alla distanza critica ma osservare processi che dall’esterno resterebbero invisibili.

A dieci anni dalla laurea continuo a pensare che Lewin avesse ragione. Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria. Ma oggi aggiungerei una seconda frase: Non esiste teoria migliore di quella che nasce dall’osservazione rigorosa della pratica. È questa la sfida della cooperazione internazionale del futuro: smettere di considerare i contesti fragili soltanto come luoghi in cui applicare modelli elaborati altrove e iniziare a riconoscerli come luoghi in cui si produce conoscenza.

Perché le pratiche locali sono indizi, non anomalie da correggere. Raccontano come le persone costruiscono istituzioni, cooperazione, solidarietà e resilienza quando le risorse sono scarse e la necessità è la norma, aguzza l’ingegno e diventa virtù. Forse il compito dell’embedded scholar è proprio questo: non esportare teorie nei contesti cosiddetti “fragili”, ma lasciare che siano quei contesti, spesso molto solidi, a insegnarci qualcosa di nuovo su come funziona e può prosperare l’umanità.

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