COP17 sulla desertificazione: pascoli al centro, siccità rimandata, comunità ai margini
È la prima delle tre Conferenze delle Parti legate alle Convenzioni di Rio in programma nella seconda metà del 2026, prima tappa di un percorso che porterà poi alla COP sulla biodiversità e, a novembre, alla COP31 sul clima di Antalya. Ed è anche la tappa meno seguita dai media, e meno partecipata, dato che coinvolge solo i paesi interessati da processi di desertificazione e in parte in conflitto con i lavori di UN Water, che si terranno in dicembre ad Abu Dhabi.
Si è chiusa nella notte del 29 agosto, dopo dodici giorni di negoziati e una sessione plenaria finale prolungata fino alle prime ore del mattino, la COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD). Il tema scelto questa edizione, Restoring Land. Restoring Hope, riassume bene l’ambizione dichiarata dalla presidenza: una COP dell’attuazione, non delle promesse. Sullo sfondo, Ulaanbaatar e la Mongolia, un paese con quasi l’80% del proprio territorio già degradato e con una grande comunità pastorale e gli impegni della comunità internazionale per l’Anno dei pascoli e del pastoralismo (IYRP 2026), proclamato dalle Nazioni Unite e promosso proprio dal governo di Ulaanbaatar.
Pascoli e finanza: il risultato più concreto
Il dato più citato all’uscita da Ulaanbaatar è quello della finanza per i pascoli. La Rangelands Flagship Initiative, lanciata durante la COP17-desertificazione, mobilita 1,2 miliardi di dollari all’interno di un pacchetto complessivo da 1,3 miliardi per il ripristino dei terreni: la più grande iniziativa mai promossa dalla Convenzione su questo fronte. A sostenerla, una nuova analisi economica che stima fino a 47mila miliardi di dollari l’anno come valore dei servizi ecosistemici forniti dai pascoli del pianeta, che coprono oltre metà della superficie terrestre e sostengono la vita di centinaia di milioni di pastori e allevatori, molti dei quali nei Paesi partner della Cooperazione italiana.
Per la presidenza mongola, guidata dalla Ministra degli Esteri Battsetseg Batmunkh, è stato il cuore politico della conferenza: dare finalmente peso politico ed economico a ecosistemi che restano ai margini delle agende internazionali nonostante la centralità per sicurezza alimentare, biodiversità ed economia rurale.
Tutte le risorse allocate per la lotta alla desertificazione sono risorse risparmiate per i governi. «La desertificazione può tradursi semplicemente in una crisi alimentare, perché una volta che il territorio è degradato non sarà più possibile coltivare e si avranno problemi sia di sicurezza alimentare che idrica, oltre a fenomeni di migrazione e sfollamento» afferma Yasmine Fouadh, segretaria esecutiva di the UNCCD. «Alla popolazione non viene data la possibilità di scegliere se lasciare o meno la propria terra, ma non ha nulla su cui basare il proprio sostentamento e che le dia la forza di resistere. A ciò si aggiungono gli effetti della siccità, dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità, che non fanno che aggravare il problema della desertificazione».
Il fascicolo rimasto bloccato: la siccità
Sul fronte opposto, la COP conferma una difficoltà che si trascina dalla precedente edizione di Riyad: l’assenza di uno strumento internazionale vincolante per la resilienza alla siccità. Al tavolo erano arrivate tre proposte molto distanti tra loro, dal testo più ambizioso sostenuto dal gruppo africano fino a un approccio volontario proposto dagli Stati Uniti, passando per una mediazione cilena giudicata insufficiente dai Paesi più esposti. Il compromesso raggiunto solo nel penultimo giorno di lavori non introduce nuovi strumenti operativi, ma rinvia il dossier alla COP18, che si terrà in Egitto nel 2028.
Per i Paesi del Sahel, del Corno d’Africa e delle altre regioni dove la siccità è già oggi un fattore di instabilità alimentare e di spinta migratoria, è un rinvio che pesa. Restano aperti, nel frattempo, altri due cantieri: il Drought Resilience Investment Facility, che dovrà dimostrare di saper attrarre capitali privati su progetti concreti, e il fondo comune per i Paesi vulnerabili avviato alla COP16, che dovrà tradursi in risorse effettivamente disponibili.
La partecipazione messa alla prova
Il terzo filo della COP17, meno visibile nei comunicati ma seguito con attenzione da chi lavora quotidianamente con le comunità locali, riguarda l’inclusione dei popoli indigeni, donne, giovani e società civile nel processo negoziale. Fin dal primo giorno, gli Stati Uniti hanno contestato l’inserimento in agenda di tre punti, le sinergie con le altre Convenzioni di Rio, i riferimenti di genere e la partecipazione della società civile, mentre la Federazione Russa ha bloccato l’avvio del gruppo di lavoro intergovernativo sul futuro quadro strategico della Convenzione. Nel linguaggio negoziale, questi temi sono stati “sospesi in attesa di consultazioni”: nella pratica, per gran parte della conferenza sono rimasti fuori dalle stanze decisionali.
Una novità positiva va comunque segnalata: per la prima volta nella storia della Convenzione, i quattro Caucus tematici, popoli indigeni, comunità locali, genere e giovani, si sono riuniti e hanno potuto presentare dichiarazioni formali alla presidenza. Resta però, secondo diverse organizzazioni presenti a Ulaanbaatar, la sensazione che questa partecipazione sia rimasta più simbolica che sostanziale nei testi che contano davvero. È un tema che tocca direttamente un principio fondativo della Convenzione, l’articolo 3, che stabilisce esplicitamente la partecipazione di società civile, autorità locali, giovani e donne nei processi decisionali: probabilmente il principio più avanzato del trattato, ed è proprio quello che a Ulaanbaatar è stato messo sotto pressione.
La Cooperazione italiana a Ulaanbaatar
Alla COP17 ha partecipato anche l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), all’interno della delegazione nazionale composta insieme a Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e ISPRA, riuniti anche in un Padiglione Italiano Virtuale. L’Agenzia ha portato in Mongolia oltre quarant’anni di esperienza sul terreno contro la desertificazione, a partire dal caso del Niger, dove opera dal Progetto Keita del 1984 fino alle più recenti iniziative della strategia Sahel, che ha esteso l’approccio anche a Benin e Senegal.
Sul piano dei side event, AICS ha condiviso con la FAO, nella giornata dedicata alla finanza, un confronto sulla gestione sostenibile degli ecosistemi forestali e sulla finanza a servizio del carbonio; con il MASE ha raccontato il modello Niger, dai sistemi di monitoraggio e allerta di Keita ai progetti ANADIA e SLAPIS; con UNDRR, nella giornata dedicata all’acqua, ha condiviso pratiche per tradurre la conoscenza dei rischi idrogeologici in azione preventiva. Un evento co-organizzato con l’Agroecology Coalition ha inoltre messo in evidenza come le pratiche agroecologiche possano contribuire insieme agli obiettivi delle tre Convenzioni di Rio, ripristino dei suoli e resilienza alla siccità per l’UNCCD, tutela degli ecosistemi per la Convenzione sulla biodiversità, adattamento dei sistemi agroalimentari per la Convenzione sul clima. La partecipazione a Ulaanbaatar è stata anche l’occasione per un confronto con la Direttrice Esecutiva di UN-Habitat, Anacláudia Rossbach, e apre per l’Agenzia il percorso attraverso le altre due Conferenze delle Parti in programma entro la fine dell’anno.
Ulaanbaatar lascia in eredità un bilancio a due velocità: un risultato finanziario concreto sui pascoli, e un dossier sulla siccità rimandato per la seconda volta consecutiva. Ma lascia anche una domanda che riguarda la tenuta stessa del sistema multilaterale su questi temi: come garantire che una Convenzione costruita sulla cooperazione volontaria non finisca condizionata, di volta in volta, dalle Parti che decidono di rimetterne in discussione le regole di partecipazione. È la questione che la COP18 in Egitto, nel 2028, erediterà insieme al dossier sulla siccità ancora senza soluzione.
Emanuele Bompan
Giornalista ambientale e geografo. Si occupa di economia circolare, cambiamenti climatici, green-economy, politica americana. È Direttore della rivista Materia Rinnovabile, collabora con testate come La Stampa, Nuova Ecologia e Oltremare. Ha scritto l’Atlante geopolitico dell’Acqua (2019), Water Grabbing – le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo (2018), Che cosa è l’economia circolare (2017). Ha vinto per quattro volte l’European Journalism Center IDR Grant, una volta la Middlebury Environmental Journalism Fellowship, una volta la Google DNI Initiative ed è stato nominato Giornalista per la Terra nel 2015.

