“Meno frammentati, più efficaci”: la sfida europea della cooperazione
In tempi di conflitti e tensioni geopolitiche, la sicurezza si costruisce lavorando insieme. E rafforzando l’alleanza con il Sud globale.
Chiamatelo spirito europeo. Un modo per fare squadra, l’unica via possibile in tempi di riduzione delle risorse finanziarie e incertezze geopolitiche. “Se siamo meno frammentati, siamo più efficaci”, scandisce Jérémie Pellet, direttore generale dell’agenzia Expertise France. Con Oltremare parla durante la due giorni di Coopera, la manifestazione che a Roma fa il punto sulla cooperazione allo sviluppo.
La riflessione attraversa i confini e si fa europea, come conferma il panel a cui Pellet partecipa. Al suo fianco ci sono responsabili di agenzie di riferimento: dall’italiana Aics alla tedesca Giz, dalla spagnola Aecid alla portoghese Camões, dalla belga Enabel alla svizzera Sdc. Nel dibattito c’è il contesto, segnato dal taglio record dell’Aiuto pubblico allo sviluppo (APS) a livello globale, che tra il 2024 e il 2025 ha superato il 23 per cento. Il riferimento sono i Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), un’area che comprende gran parte delle potenze mondiali. Gli Stati Uniti, con la chiusura di Usaid, hanno più che dimezzato i propri contributi. E a ridurre sono stati anche Germania, Francia, Regno Unito, Canada e Giappone. Insieme, i Paesi dell’Ocse hanno investito in Aps circa 174 miliardi di dollari: molto o forse poco, considerando che la cifra è appena un sedicesimo di quanto nel mondo è stato speso in armi, equipaggiamenti e tecnologie militari, secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Un confronto che richiama una questione più ampia: il rapporto tra sviluppo e sicurezza internazionale.
Dato il contesto, sotto gli affreschi quattrocenteschi delle Corsie sistine, si ragiona di soluzioni. “In Francia, Germania e anche altri Paesi, le esigenze di bilancio hanno pesato sul budget della cooperazione, è vero”, ammette Pellet. “Spagna e Italia però hanno fornito indicazioni interessanti, incrementando o mantenendo i contributi: sono convinto che il movimento congiunturale verso la riduzione dell’Aps si debba tradurre in una maggiore efficacia delle azioni, con un effetto leva ancora più importante rispetto agli investimenti privati”.
Ascoltiamo anche Jean van Wetter, ceo di Enabel. Si sofferma sul Piano Mattei, l’iniziativa del governo italiano che guarda all’Africa. “Per me è un triangolo, tra il governo, la società civile e il settore privato”, sottolinea. “In passato alcuni governi si erano concentrati troppo sull’aiuto pubblico e sulla società civile, ma non abbastanza sul settore privato”.
L’approccio italiano è al centro della revisione tra pari appena pubblicata dal Dac, il Comitato dell’Ocse per l’assistenza allo sviluppo. Nel documento, elaborato da esperti di Germania e Islanda dopo mesi di consultazioni tra Roma, Parigi, Bruxelles e l’Etiopia, il ruolo dei privati e l’attenzione ai Paesi dell’Africa emergono come tratti distintivi della via italiana. Nella revisione si evidenzia il nodo delle risorse, che non sono state ridotte ma non superano comunque lo 0,30 per cento del Prodotto interno lordo. Si riconoscono però l’ambizione e la visione strategica dell’Italia: confermate anche dalle cosiddette “missioni di sistema”, capaci di riunire professionalità e prospettive differenti e di favorire un dialogo ad alto livello politico, anzitutto con i Paesi dell’Africa.
A guardare verso sud è anche Antón Leis García, direttore generale di Aecid. “Mentre altri Paesi si ritirano, noi andiamo avanti”, sottolinea, facendo riferimento ai nuovi investimenti della Spagna, che hanno visto una crescita del 13 per cento tra il 2024 e il 2025, un record. Secondo Leis, “è una scelta strategica”, perché “per poter contare è cruciale lavorare con i Paesi del Sud globale”. Con Oltremare ci si sofferma ancora sull’Africa. “Dista dalla Spagna 14 chilometri e dall’Italia 40”, annota Leis. “Per noi si tratta di un investimento che va al di là della solidarietà, scontata, perché anche noi fino a poco tempo fa eravamo un Paese in via di sviluppo”. Dal suo punto di vista, non si tratta però soltanto di aiutare. “Oggi siamo a Roma, la casa del latino, e allora ricordiamo che ‘cooperare’ vuol dire ‘lavorare insieme’”, dice Leis. “Dovremmo mettere meno enfasi sull’aiuto e più sulla cooperazione, cioè sul metodo”. Il metodo è quello delle alleanze: con la società civile, gli enti locali, le università e poi le imprese, quel comparto privato che è al centro dell’impostazione del Piano Mattei. “Dobbiamo far leva su ciò che fanno”, sottolinea Leis, “assicurandoci ovviamente che sia in linea con le politiche pubbliche e che la nostra cooperazione non diventi subordinata ai progetti di internazionalizzazione”. Tra le parole chiave c’è autonomia, tra i punti fermi il valore sociale. “Gli investimenti”, dice il direttore di Aecid, “devono creare posti di lavoro di qualità e benefici reciproci, nel rispetto delle esigenze dei Paesi dove andiamo”.
A tenere insieme le riflessioni è il dovere dell’unità. “Dobbiamo collaborare sempre meglio tra di noi, tenendo conto di un dato importante”, riprende Pellet: “L’Ue resta di gran lunga il principale donatore e vale da sola il 60 per cento dell’Aps mondiale”.
A partecipare al dibattito è anche Marco Riccardo Rusconi, direttore di Aics, Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. “Dobbiamo continuare a preservare il valore dell’aiuto pubblico, per i servizi di base, per le fragilità e lo sviluppo umano”, la sua premessa. “Allo stesso tempo, bisogna innovare ancora, perché da sole le risorse pubbliche non bastano”. Secondo Rusconi, è fondamentale “lavorare con le banche di sviluppo e puntare sulla ‘blended finance’”, vale a dire sugli investimenti pubblico-privati. E ancora, sul presente e il futuro dell’Agenzia: “Non siamo solo operatori ed esecutori, siamo connettori, nello spirito di ‘Team Europe’”.
Allarga ancora lo sguardo Stefano Manservisi, già alla guida della Devco, la direzione della Commissione europea che si occupa di cooperazione allo sviluppo. L’Ue, la sua tesi, è chiamata a creare “un sistema dove possa decidere insieme al Sud globale”, perché “si trova nella sua stessa situazione” e “c’è il rischio di essere schiacciati da Stati Uniti e Cina”. L’assunto è che la cooperazione sia parte integrante della politica estera. E che, in un mondo attraversato da tensioni e rivalità geopolitiche, anche da qui passino la sicurezza e il ruolo dell’Europa.
Vincenzo Giardina
Laureato in storia contemporanea, è giornalista professionista. Coordina il notiziario Esteri dell’agenzia di stampa Dire e firma per quotidiani e settimanali, tra cui Il Venerdì di Repubblica, Internazionale, L’Espresso, Huffington Post, L’Osservatore Romano e altri media vaticani. Dopo aver lavorato per l’agenzia di stampa missionaria Misna si è specializzato su Africa, diritti umani, cooperazione internazionale e lotta contro le disuguaglianze. Ha viaggiato molto: dalla Bolivia al Nepal passando per Ucraina, Sahel e Corno d’Africa, anche in contesti segnati da conflitti, fragilità o svantaggio sociale. Collabora con AICS scrivendo sul magazine Oltremare ed è ospite di Radio Rai ed altre emittenti, italiane e vaticane. Coordina corsi di formazione del Parlamento europeo rivolti a giornalisti, è relatore e moderatore di conferenze, e parla anche russo.
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