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America Latina, crisi economica e sociale potenzialmente esplosiva

Il Covid-19 potrebbe provocare la "peggior recessione nella storia" nella regione latinoamericana. Dal Cile alla Bolivia aumentano le tensioni sociali. Commercio, turismo, rimesse in forte calo.

Per l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) l’America Latina, da tre settimane, è il nuovo epicentro della pandemia. Dal Messico al Brasile, quasi tutti gli stati del continente hanno visto un’esplosione di casi. Oltre due milioni quelli registrati, più di 100mila morti, con curve di crescita in aumento in quasi tutti i Paesi. Il capofila della crisi è il Brasile, guidato dal populista-messianico Jair Bolsonaro, che ad oggi non ha intrapreso misure davvero serie per contenere il virus. Al punto che i casi registrati sono oltre 1 milione, ma potrebbero essere molti di più come rivelano le foto di fosse comuni scattate a Manaus. Ma dal Messico al Perù i malati aumentano, con stati dove le statistiche più che fatti, sono un’opinione. Mancano le tapabocas, come chiamano qua le mascherine, le Icu e l’accesso all’acqua per igienizzarsi le mani è ridotto.

A spaventare però è l’immensa crisi socio-economica che si profila. Il Covid-19 potrebbe provocare la “peggior recessione nella storia” della regione, ha affermato la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (Eclac). «Siamo preoccupati che la regione possa uscire da questa crisi con più debiti, più poveri, più affamati e con più disoccupazione. E soprattutto con tensioni sociali fortissime», ha dichiarato la segretaria generale dell’Eclac, Alicia Barcena. Per tanti cittadini è una questione quotidiana. «Stare a casa o andare lavoro e ammalarsi?» è il dilemma di Helena Ortega, che ha un piccolo negozio di alimentari a Rio de Janeiro. Una domanda che dall’Honduras al Perù ricorre sulla bocca di tanti. Secondo il World Food Program (Wfp) nei prossimi mesi l’insicurezza alimentare potrebbe colpire circa 14 milioni di persone, un aumento di 4 milioni dal 2019. Il direttore regionale del Pam per l’America Latina e i Caraibi, Miguel Barreto, ha affermato che gli shock climatici, l’insicurezza e gli sfollamenti, nonché la disoccupazione di massa dovuta alle misure di blocco Covid-19, «stanno rendendo la regione estremamente vulnerabile».

 

 

L’epicentro della Crisi economica 2020

Per gli analisti finanziari la situazione è più preoccupante di quella africana o asiatica, soprattutto da un punto di vista sociale. «I problemi strutturali della regione lo rendono il latinoamerica il posto peggiore per essere l’epicentro della pandemia», spiega a Oltremare Maria Victoria Murillo, direttrice dell’Institute of Latin American Studies della Columbia University, a New York City, durante una lunga intervista con l’autore. «Nel continente l’economia già prima della crisi Covid-19 stava rallentando con Argentina e Ecuador a rischio default e con un numero crescente di tensioni politiche: Venezuela, Cile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia. Al potere in El Salvador, Messico e Brasile sono saliti presidenti di stampo populistico, segnale della scarsa fiducia popolare verso politica e partiti tradizionali». A rendere complicata la crisi economica nascente sono gli elevati livelli di diseguaglianza e il ruolo centrale dell’economia informale, oltre che corruzione dilagante, scarso gettito fiscale e processi di governance spesso inefficaci.

«I pacchetti di stimolo all’economia sono stati quasi ovunque insufficienti», continua Murillo, «la gente ha dovuto fare la coda in strada – quando avrebbe dovuto rimanere a casa – per ricevere i pochi sussidi statali messi a disposizione. Le rimesse da Europa e Stati Uniti sono crollate, con gli emigrati che sono rimasti in molti casi senza lavoro. Inoltre i prezzi delle commodities non alimentari non sono ancora risaliti, un grave problema per la regione che ha forte dipendenza dal settore estrattivo. Infine il crollo del turismo da cui dipendono vari paesi, dai Caraibi al Perù, sembra destinato a perdurare a lungo, vista la preoccupazione a viaggiare fuori dai confini nazionali».

Maria Victoria Murillo, direttrice dell’Institute of Latin American Studies della Columbia University

Sull’orlo del collasso?

I paesi che hanno tenuto di più sia da un punto di vista sanitario che economico sono il Costa Rica e l’Uruguay, entrambi i paesi con governi stabili, maggiore eguaglianza sociale ed economica e investimenti sostenuti nel sistema sanitario pubblico. Ma sono eccezioni nel quadro complessivo latinoamericano.

L’Ecuador aveva appena dato un colpo di reni per far ripartire la sua economia firmando nel 2019 un accordo con il Fondo monetario internazionale (Fmi) per un prestito da 4,2 miliardi di dollari in cambio di adeguamenti della sua spesa pubblica, dell’aumento delle riserve della banca centrale e di azioni volte a riequilibrare il deficit fiscale. L’Italia stessa aveva siglato, attraverso il Fondo Italo Ecuadoriano per lo Sviluppo Sostenibile (Fieds), un accordo per la conversione del debito in progetti di sviluppo per 35 milioni di dollari destinati prioritariamente alle popolazioni e ai territori più vulnerabili del Paese sudamericano. Ma la crisi globale del coronavirus, che ha paralizzato il paese, e il crollo dei prezzi del petrolio hanno fermato lo sviluppo ecuadoregno, mancando così obiettivi stabiliti con il Fmi. E dunque i soldi del prestito sono stati bloccati. Se già la popolazione era insorta a causa dell’annullamento dei sussidi ai carburanti (con conseguente blocco politico nei confronti voluto dal presidente Lenín Moreno per altre riforme richieste dal Fmi), la situazione attuale potrebbe spingere per un’ulteriore ondata di proteste.

In Colombia, dopo tre mesi di lockdown “light” hanno riaperto il 15 giugno tutto il paese. «Proprio nel momento in cui i casi stanno aumentando significativamente», spiega Luca De Paoli, dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). «Si rischia di avere una seconda quarantena, che potrebbe durare complessivamente sei mesi. Per uscire si deve vedere l’ultimo numero della carta d’identità, in base ai numeri pari o dispari, si esce a giorni alternati». Lo stato, abbandonata l’ortodossia del debito, ha iniziato a spendere in deficit. «Qua non esistono garanzie come la cassa integrazione. Ci sono stati programmi di integrazione, ma parliamo di 40-50€ al mese per persona. Al momento non ci sono proteste. Si sono attivate molto le reti di solidarietà, la società civile, più dello stato». Lo scorso 10 giugno «il governo ha ipotizzato di consentire alle persone di effettuare prelievi parziali dai loro fondi pensione per arginare la crisi», ha detto mercoledì il ministro delle finanze colombiano Alberto Carrasquilla. Una misura drastica che da la chiara misura della situazione. Secondo l’Ocseil Pil del paese potrebbe contrarsi del 7,8%. Ma i dati si riferiscono alle stime del primo lockdown. La contrazione potrebbe essere ben più grave. «Ad oggi i dati di Fedesarrollo, il principale think tank economico della Colombia, dicono che il 30% dei negozi che hanno chiuso non apriranno più e un altro 30% in enorme rischio, non essendoci alcun meccanismo di supporto. La povertà estrema potrebbe salire fino al 10%, quella relativa fino al 34%. È come essere tornati indietro di 10 anni, in termini di diseguaglianza sociale», continua De Paoli. Un brutto colpo per i parametri SGDs nella regione.

Come intervenire per contenere questa crisi economica potenzialmente esplosiva? «Da un punto di vista finanziario si tratta di paesi che hanno già debiti importanti, quindi difficilmente potranno ottenere ingenti prestiti dalla Banca Mondiale o FMI», continua Murillo. Il fatto che alla Inter-American Development Bank (Iadb) si stia per insediare un presidente nominato dagli Stati Uniti, Mauricio Claver-Carone, fedelissimo di Trump e appoggiato da Bolsonaro (insieme USA e Brasile hanno il 41,5% dei voti nel board della Iadb) non è un segnale rassicurante per i paesi latino americani, in particolare quelli più distanti politicamente da Washington. La speranza è che si raggiunga rapidamente il picco. Ma i dati sanitari al momento raccontano un’altra storia.

 

Biografia
Emanuele Bompan
Giornalista ambientale e geografo. Si occupa di economia circolare, cambiamenti climatici, green-economy, politica americana. E’ Direttore della rivista Materia Rinnovabile, collabora con testate come La Stampa, Nuova Ecologia e Oltremare. Ha scritto l’Atlante geopolitico dell’Acqua (2019),Water Grabbing – le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo (2018) “Che cosa è l’economia circolare” (2017). Ha vinto per quattro volte l’European Journalism Center  IDR Grant, una volta la Middlebury Environmental Journalism Fellowship, una volta la Google DNI Initiative ed è stato nominato Giornalista per la Terra nel 2015.

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