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Le lezioni delle grandi epidemie africane e lo spirito dell’Ubuntu

Ebola e aids hanno spinto l’Africa a muoversi in maggiore armonia contro sfide che non hanno confine. Resta purtroppo il gap di infrastrutture sanitarie carenti

Ebola, ma anche Aids, hanno segnato la storia recente del continente africano. Nella lotta contro queste epidemie (con l’Aids tuttora presente in ampie zone e un focolaio di Ebola in fase di spegnimento in Congo), l’Africa ha potuto puntellare i suoi interventi su una peculiare risorsa, l’Ubuntu. L’Ubuntu è un termine bantu che si può rendere con una perifrasi: Ubuntu significa che ogni uomo è parte degli altri uomini, significa essere legati gli uni agli altri, implica un senso di responsabilità che si sposta senza barriere dall’individuo alla collettività e viceversa. Ma facciamo un passo indietro o meglio un passaggio all’attualità dei nostri giorni.
Covid-19 è arrivato anche in Africa, dopo aver percorso le strade asiatiche ed europee ed essersi affacciato in America. È ancora presto per dire in quale misura il continente ne verrà colpito, ma già ora sull’Africa possiamo avanzare alcune considerazioni partendo proprio dalle epidemie che il grande continente ha già sperimentato, da Ebola in particolare, e che hanno spinto a costruire un proprio sistema di reazione e a trarre lezioni che oggi possono tornare utili.

 

Vittorio Colizzi con il personale del Centro Chantal Biya_InfoAfrica

 

Risale al 1976 la prima storica evidenza di un’epidemia di Ebola in Africa subsahariana. Fino ad allora di Ebola tra gli esseri umani non si era mai parlato, benché sia probabile che ci siano stati anche altri focolai epidemici in ambiti molto ristretti (per esempio all’interno di gruppi umani numericamente limitati e stabiliti in aree remote). Il nome “Ebola” deriva dal fiume Ebola che scorre nell’attuale Repubblica democratica del Congo e intorno alle cui aree si sviluppò uno dei due focolai del 1976; l’altro, nello stesso anno, interessò Nzara, in Sud Sudan.

Il salto di qualità anche geografico ebola lo ha fatto in occasione dell’epidemia che si è sviluppata tra il 2014 e il 2016 in tre Paesi dell’Africa occidentale: Liberia, Guinea e Sierra Leone. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’epidemia dell’Africa occidentale è stata la più ampia di sempre e per la prima volta ha interessato grandi agglomerati urbani, spostandosi dunque dalle aree rurali alle città. Di complessità diversa è stata l’epidemia di Ebola cominciata nel 2018 nell’est della Repubblica democratica del Congo e che è molto vicina ad essere debellata (nel momento in cui scriviamo si attendono i fatidici 21 giorni senza casi per poter dichiarare il Paese libero da Ebola), una complessità legata all’insicurezza dell’area interessata che ha avuto ripercussioni sulla capacità delle istituzioni e della cooperazione internazionale a implementare le azioni necessarie.

 

“Un elemento importante per debellare un’epidemia – sottolinea Vittorio Colizzi, professore di immunologia all’università di Roma Tor Vergata e presidente del Centro relazioni con l’Africa della Società geografica italiana – è pertanto la compattezza sociale della comunità interessata. Maggiore è la coesione più alte sono le probabilità di uscire dall’emergenza nel più breve tempo possibile”. Laddove il tessuto sociale è disgregato o soggetto a tensioni (come nel’est della R.d. Congo), inevitabilmente ne risentirà l’efficacia delle contromisure messe in campo. Una popolazione coesa può rispondere meglio anche a iniziative governative particolarmente severe adottate per frenare quanto più possibile la diffusione del virus. La rigidità delle azioni di contenimento è stata, per esempio la via seguita in Sierra Leone. “Posso testimoniare – ricorda Colizzi – come l’esercito in Sierra Leone sia intervenuto in massa bloccando ogni tipo di contatto non solo aereo ma anche commerciale: iniziavamo le riunioni dell’unità di crisi con un ufficiale britannico e un omologo sierraleonese che trattavano Ebola come un terrorista, per cui se c’era un quartiere in cui era segnalato ebola, questo veniva blindato, chiuso dall’esercito e poi si facevano tutti i rilevamenti, i controlli sanitari e gli interventi di supporto alla popolazione”.

 

Il Centro Chantal Biya a Yaounde_InfoAfrica

 

Ebola veniva trattato così anche perché aveva una mortalità superiore: se incontravi Ebola le probabilità che ti uccidesse erano altissime. Secondo una media generale fatta dall’Organizzazione mondiale della sanità sulla base delle epidemie di Ebola finora registrate, il tasso di mortalità è del 50%. Non è la situazione del coronavirus, dove si ha “una situazione biologica” diversa.
Queste esperienze trascorse hanno spinto negli anni il continente a dotarsi di un suo sistema sanitario continentale che fa capo al Centre for Disease Control, ad Addis Abeba. È generalmente riconosciuto che i sistemi africani prima e dopo l’aAids sono completamente diversi; sistemi che si sono messi in moto anche per rispondere all’emergenza del Covid-19. A Yaoundé, per esempio, c’è un grosso centro per l’Aids, il Centro di referenze internazionale Chantal Biya, nato nel 2006 su impulso della Cooperazione Italiana, nel quale c’è anche personale italiano (la nostra cooperazione ha dato un importante contributo) e personale di formazione italiana. Questo centro è ora pronto per fare anche diagnostica molecolare e sierologica per il Covid-19 ed è stato messo a disposizione del ministero della Sanità del Camerun. Si può dire che è uno dei pochi centri di ricerca di alto livello all’estero che ha la bandiera italiana. Anche il personale più giovane che non è stato formato in Italia, fa comunque master in Italia o esperienze di post dottorato, con una presenza anche di sei-sette anni nelle università del Belpaese. Sul Covid-19 il Centro è stato subito allertato e ha ricevuto test di diagnostica molecolare proprio tramite l’Italia.

 

Resta però sotto gli occhi di tutti come le infrastrutture a disposizione del continente africano, siano in generale molto lontane dagli standard internazionali, così come è evidente un’insufficienza in termini di strumenti economici, di mezzi. “Questo è innegabile – chiosa Colizzi – ma occorre aggiungere che gli africani hanno allo stesso tempo un concetto di società e di etica diversa; per loro la parola ‘etica’ è qualcosa di distante, essendo di origine greca. C’è però il concetto di Ubuntu, che vuol dire che ogni uomo è parte degli altri uomini, che c’è un senso di responsabilità collettiva che facilita molto il prendere decisioni comuni. Potrebbero venir fuori aspetti imprevisti e lezioni da questa pandemia, aspetti che si dovrebbero valorizzare”.

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